I pesci non chiudono gli occhi

I pesci non chiudono gli occhi

I ricordi di un bambino di 10 anni affiorano tra le pagine di I pesci non chiudono gli occhi, che è piccolo, poetico, profondo, uno delle opere più belle di Erri De Luca.
Quell’estate, nel mare di Ischia, Erri legge i suoi libri, va a pesca, conosce una ragazzina che legge anche lei i libri in spiaggia, scopre il senso del verbo “mantenere“, tenere per mano, subisce le prese in giro di tre ragazzotti che scherniscono i due lettori, viene picchiato da loro fino ad essere ricoverato in ospedale, ma lui riteneva necessaria questa rottura del corpo perché pensava che solo allora potesse diventare il corpo di un adulto, poi viene vendicato dalla strategica ragazzina del Nord, da cui sarà poi baciato. Lui lo farà ad occhi aperti, come i pesci che non chiudono mai gli occhi.
Tra tenerezza e poesia la storia parla anche di giustizia, non è questione di tempo, è questione di diritto e di rispetto e di giustizia appunto che va sancita, non aspettata.
Ovviamente si parla anche di libri.

Nell’infanzia ai piedi dei libri, gli occhi non conoscevano le lacrime.

Attraverso i libri di mio padre imparavo a conoscere gli adulti dall’interno.

I libri mi riempivano il cranio e mi allargano la fronte. Leggerli somigliava a prendere il largo con la barca, il naso era la prua, le righe onde.

Le storie di mamma facevano passare i dolori. Mi scordavo pure che esistevo, quando raccontava. Ero un sacchetto vuoto riempito dal fiato delle storie.

Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto.

Si amavano quei due. Si regalavano libri.

Grazie, Erri.

Giuliana

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