Furore

Furore
Furore, di John Steinbeck (1939) è il racconto del viaggio terribile attraverso Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona, fino in California, affrontato dalla famiglia Joad, costretta a lasciare casa e terra a Sallisaw per cercare un avvenire, diventando immigrata nella sua stessa nazione.
Sono i tempi della Grande Depressione, c’è un mezzadro che “è un tutt’uno con la sua terra, ne è parte integrante”, poi però arrivano le trattrici ai comandi delle Banche. “Strariparono le strade, invasero i campi, penetrarono dappertutto, strisciando come dinosauri dotati dell’incredibile forza degli insetti”. Il governo, invece di appoggiarsi su chi lavora la terra, “appoggia il margine del profitto”.
Famiglie intere sono costrette a cercare il futuro via dalle proprie terre.
La famiglia Joad diventa errante, nomade, cerca di vincere la fame, di non morire e di stare al mondo dignitosamente.

Il nobel per la letteratura Steinbeck arriva al cuore con questo suo scrivere elegante e poetico.
Ecco il giorno. Sembra d’argento”.
… distinse chiaramente il sospiro e il respiro del fuoco”.
… fichi che si tengon chiuso il fiore nel cuore”.
… e vide nei suoi occhi riflesse con le stelle anche le nuvole nere”.
La sera mi coricavo sulla schiena e contemplavo le stelle. Al mattino contemplavo il levar del sole; a mezzogiorno contemplavo la pianura dalla sommità d’un poggio; al tramonto osservavo il sole sparire. Ogni tanto continuavo a pregare come prima, ma non riuscivo più a capire a chi rivolgevo le mie preghiere, ed a qual fine le pronunciavo. C’era il sole, c’eran le stelle, la pianura, le colline, e tutto era parte di me: si era una cosa sola. Ma questa cosa era sacra”.

Quel che bisognerebbe fare, nella vita, per superare le difficoltà del vivere è scritto qui, in questa meravigliosa storia, tragica eppure piena di speranza.

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Rispettare il legame ancestrale con la propria terra, che una volta lasciata ci snatura, ci rende estranei a noi stessi, ma se si cura con valore ci rende noi stessi.
Ci ho pensato bene, tutta la notte. Questo è il mio paese. Io son di qui. Me ne frego degli aranci e dell’uva. Io non vado via. Questa terra non è più buona, lo so, ma è la mia terra. Voialtri andate pure. Io resto”.

Dare senso al NOI.
Da soli non abbiamo senso.
Da soli non sopravviviamo.
Bisogna aiutarsi l’un l’altro”, perché il Noi è la salvezza, da difendere con la forza.

I personaggi sono meravigliosi.
Mamma Joad da oggi ha il posto d’onore tra le figure femminili dei libri del mio cuore.
“Ma più balsamica che la gioia era la calma che palesava. LA famiglia sapeva di poter contare sull’imperturbabilità della mamma. E dall’alta, umile posizione che occupava in casa, ella aveva derivato dignità, e una nitida, calma bellezza. Dalle loro funzioni risanatrici le sue mani avevano derivato sicurezza, freschezza ed efficienza. Nelle sue funzioni di arbitro ell’era diventata remota ed infallibile come una dea. Si rendeva conto che se vacillava lei la famiglia tremava; se lei tentennava o disperava, la famiglia crollava.”

E poi Tom.
All’inizio esce di prigione e sembra un delinquente qualunque.
Poi lentamente nella narrazione appare sempre più un personaggio bellissimo: saggio, come quando dice all’uomo con un occhio solo di darsi una smossa, buono, che non capisce che bisogno c’è di uccidere una biscia che attraversa la strada, mediatore con le ire e la sfiducia di uno dei fratelli.

Se di libri perfetti ne esistono, Furore è uno di essi.

Se ci fosse qualcuno di chi ci governa in ascolto, Furore sarebbe per lui.

Se ci fosse qualcuno che perde la speranza, Furore è il libro adatto.

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Giuliana 

 

 

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