foto Luca Ortenzi
foto Luca Ortenzi

Mi siedo qui, in questo luogo che sembra un cimitero, su questo asfalto che si sgretola e guardo in su, verso la punta dei cipressi mossi dal vento. Il mio sguardo è fermato dalle nuvole plumbee e i miei pensieri sono al semaforo rosso di questo luogo spettrale.
Eppure c’è qualcosa di vivo, oltre i cipressi e oltre il cancello.
Le ombre di chi è andato senza più ritorno, i corvi saltellanti da una croce all’altra, il vento che fa muovere le nuvole, l’asfalto che si spezzetta sotto di me, la mia vita, il vento che d’un tratto interrompe la sua litania, fermandosi, i semafori dei pensieri e dei ricordi, le parole che tornano dal passato, i sogni che si mescolano col presente, un futuro sempre più incerto e scomodo, ma una voglia di comprenderlo per oltrepassarlo, nonostante quel cancello laggiù.
Vive sono le mie paure di un corpo che laggiù dovrà decomporsi, nella terra umida, nel buio di infinite notti solitarie e di inverni senza luce e senza altra speranza che un mazzetto di fiori fermato dal ghiaccio, come fotografato su uno sfondo grigio.
Viva è questa domanda, ma a che serve tutto, se tutto finisce oltre il cancello senza scampo? Viva è la mancanza di una risposta razionale, viva è la risposta che mi do, sorridendo alle voci dei miei amici che mi chiamano giù dalla discesa e alla faccia delle ombre scure create dalle nuvole nere.
C’è un’altra cosa viva.
Le ruote dello skate sotto di me, che fanno avanti e indietro e mi ricordano che questo luogo inquietante, oltre i pensieri, è solo una discesa da percorrere su ruote, giocando a chi arriva più lontano dal cancello senza cadere.

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