…dall’istante in cui ho imparato a ricordare

foto giorginiE ho finito per non annoiarmi più affatto
dall’istante in cui ho imparato a ricordare. …
A. Camus, Lo Straniero

Il racconto di una vita può richiedere molto impegno e coraggio. Ed anche pazienza.
La pazienza di andare a rovistare in quei meandri, a volte oscuri della memoria dove si trovano i tesori d’immagini senza numero accumulati da ogni genere di cose percepite…
Avventurarsi in un progetto di scrittura autobiografica vuol dire andare a ricercare e scoprire, attraverso i ricordi, quello spazio poetico e letterario che custodiamo dentro di noi… troveremo ogni genere letterario all’interno degli scaffali della memoria: romanzi d’avventura, qualche giallo, liriche, novelle, aneddotiche, fiabe, innumerevoli abbozzi, e molte, moltissime prose interrotte a metà o concluse .
Ed è in questo ripercorrere il passato con spirito esplorativo che quello del ricordare può diventare un gioco, per chi sappia accostarsi alla propria autobiografia senza fretta ed ossessione, ma piuttosto, per diletto.
E non sembri contraddittorio parlare di scrittura autobiografica in relazione al gioco.
Quante volte capita di fare riferimento alla vita come ad un gioco giocato, fatto di partite in cui a volte si è vinto ed altre volte perso, trovandoci a provare disappunto e malumore se i conti tra vittorie e sconfitte non ci tornano.
Ma è possibile guardare al passato con leggerezza ed ironia e provare il piacere di ricordare.
Ed è quando cominciamo a raccontarci che facciamo il “nostro gioco”.
Un gioco di specchi dove il limite tra vero e falso, tra verità e verosimiglianza quasi non riusciamo più a distinguerlo neanche noi stessi, quando nel narrare di sé alcuni ricordi si esplicitano ed altri si occultano.
Non è questa in fondo una caratteristica del gioco? Quella di essere cioè, allo stesso tempo, realtà e immaginazione, verità e finzione, concretezza e illusione.
All’autobiografia manca la verificabilità della verità storica e ancor più di quella scientifica:quando narriamo della nostra vita “costruiamo” una narrazione sulla nostra vita, mettendoci in gioco.
Quindi, tanto per giocare, un invito a ricordare e scrivere sulle suggestioni e le memorie provocate dall’immagine che propongo.
(Agostino d’Ippona, Confessioni, Libro X, cap.VIII, cap. XIV, Duccio Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Jacek Yerka, Between Heaven and Hell)

3 pensieri su “…dall’istante in cui ho imparato a ricordare

  1. Grazie per questo suggerimento.
    I ricordi evocati dall’immagine sono venuti di getto.
    Le parole si formavano veloci sulla tastiera ad inseguire i ricordi di un luogo e un tempo ormai troppo lontano.

  2. Nella casa di mia nonna, la cucina era una grande stanza. Dalla finestra vicino all’acquaio entrava una luce variabile secondo il tempo e le stagioni, che non riusciva a illuminarla tutta.
    La parete accanto era dominata dal grande camino, scuro, affumicato, in cui una brace covava sotto la cenere in ogni stagione, usata, se non per riscaldare l’ambiente, per cuocere e tenere al caldo semplici vivande: il latte per la colazione della mattina, il caffè d’orzo preparato nel bricco con il manico di legno e il lungo beccuccio, oppure il panciuto tegame di coccio (la pigna) in cui si mettevano a cuocere a lungo i fagioli.
    Al centro della stanza, un grande tavolo di legno scuro e massiccio, attorniato da sedie di legno dai sedili impagliati. Sul tavolo, stoviglie di terracotta a chiazze verdi e gialle apparecchiavano la tavola coperta da una lunga tovaglia di tela grezza e ruvida.
    I bicchieri si coloravano del rosso del vino versato dal fiasco e l’acqua si tirava su con un mestolo dalla brocca di rame, appoggiata sull’acquaio di scuro granito, o si versava nei bicchieri dalla brocca di coccio color ocra.
    Dirimpettaia al camino la credenza: di legno verniciato di un celeste-azzurro stinto.
    Le ante a vetri graffiti, tra trasparenze e opacità, custodivano tazze e bicchieri spaiati: le tazze con il loro filetto dorato e disegni di dame vestite di rosa e celeste in stile impero o decorate a piccoli fiori e roselline, i bicchieri di fragile cristallo.
    Sotto alla vetrina, ante di legno racchiudevano i piatti della festa, bianchi di ceramica, con disegni in rilievo e anch’essi con il loro filetto dorato, insieme alle posate d’ottone lucidato (non potendo permettersi l’argento).
    Accanto alle stoviglie, il cesto col pane avvolto in un ruvido e spesso canovaccio di canapa, ricavato dal rotolo di tela filato e tessuto a mano. Il pane doveva resistere almeno per una settimana, fino al giorno della successiva panificazione, che avveniva in casa con la sua lunga procedura di lievitazione e cottura nel forno che si trovava nel “fondo”, al piano terra, sotto alla cucina.
    In pentola bolliva il brodo dorato per la minestra, dall’odore di pomodoro e maggiorana.
    Nell’aria, che faceva “corrente” attraversando la porta della camera di fronte quando anche quella finestra era aperta, si diffondeva a sprazzi il profumo di gerani e garofanini, verso l’ampio panorama di campi e colline verdeggianti della campagna tuderte.
    In questa casa ci andavamo d’estate, alla fine della scuola.

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