Un cane in ospedale?

Ho passato trentasette lunghi giorni in una camera di ospedale in attesa del mio secondo figlio.
Soffrivo molto la separazione dalla mia prima figlia, da mio marito e tutta la mia famiglia e amici, che venivano a trovarmi il più spesso possibile e a mia figlia era consentito l’ingresso anche in orari vietatissimi alle visite.
Mi mancava il mio cane.
Piangevo spesso per essere stata sradicata dalla mia vita, per paure sul futuro prossimo, per incertezze sulla mia salute e su quella del mio bambino.
Magari avessi potuto fare un po’ di sana pet therapy con il mio amatissimo cane, mia compagna di studi, di lavoro, di corse, di shopping, di tutto, di vita insomma.
Non dico tanto in ostetricia, ma in qualche altro reparto più separato magari avrebbero persino potuto farmelo incontrare, no?
Conosco gente che a questo punto cadrebbe persino dalla sedia pensando a un cane in ospedale.
I cani puzzano, i cani sono sporchi, i cani portano malattie, i cani devono vivere per conto loro.
Ecco dunque che mi torna in mente quella giovane psicologa che ascoltavo in uno dei corsi sulla pet therapy che ho frequetantato e che raccontava di come fosse entrata con un cane in terapia intensiva, addirittura.
Lì c’era un bambino che non reagiva alla malattia, si sentiva triste, solo, impaurito, indifeso, era triste e il suo umore non aiutava il corpo a lottare.
Ricordo bene la dolcezza della voce della psicologa mentre descriveva il cane vestito di verde, con le protezioni usa e getta ai piedi, insomma alle zampe, e quel bambino che d’un tratto non era più indifeso, né impaurito, aveva una vita accanto che soffiava e scodinzolava, non stava più in panchina a guardare giocare, adesso giocava anche lui e il suo sorriso era un bel gol alla malattia.
Alla faccia dei maniaci dell’igiene sterile e alla faccia di chi considera gli animali un puro e inutile accessorio.

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