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C’era una volta una mattina di settembre, in una via tranquilla di un centro città.
C’era una volta una casa d’altri tempi, con mura fatiscenti e un giardino poco curato ma con l’evidenza di uno splendore passato.
Mentre cammino osservando questa grande casa con questo grande giardino così fuori contesto, una voce squillante mi chiama.
“Signora, scusi, che ore sono?”.
Vedo prima un rossetto sgargiante, poi un grande cappello bianco a falde larghe, poi vedo la signora proprietaria di quella voce sonora.
Le … undici e cinque minuti”.
Grazie”, risponde decisa e senza perdere la pazienza.
Sta aspettando.
È seduta su sedie da giardino anch’esse d’altri tempi, con un corpo ingombrante e vestiti mal assortiti, con capelli crespi ma indipendenti, che incorniciano un volto pieno.
Non è poi così normale”, mi dico.
Proseguo.
Eppure qualcosa in me sussurra che vorrebbe rimanere li con lei.
Ad aspettare.
Non so chi, visto che tutto ciò che conta è già intorno a me.
Forse so cosa, visto che so bene cosa voglia dire aspettare.
Quando torno sui miei passi, lei è ancora li, fuma con i gesti di una garçonne anticonformista, nella stessa posizione, tra ombra e sole, guardando nel vuoto di una normalità relativa.
Poco normale ci sarai tu”, mi sarei meritata come risposta.
Cos’è, in fondo la normalità?
Chi l’ha deciso che la normale sono io che seguo, abbastanza ben adattata al contesto, gli eventi dello scorrere del tempo?
Magari invece è lei normale, ferma in un tempo sospeso, ben adattata alla sua solitudine e al silenzio rotto solo dal fruscio di foglie, in pieno centro di una città di provincia, dove tutto scorre e non si ferma mai a porsi domande, ad aspettare non so chi e non so cosa, senza più un briciolo di pazienza per niente.
Sarei voluta rimanere un po’ lì con lei, ad aspettare senza fretta il ritorno di futuri “anni ruggenti”, in un giardino fermo nel tempo, fermando certi pensieri poco fruttuosi, ascoltando note di musica jazz.

Giuliana

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