Cent’anni di solitudine

centanni-di-solitudine Mi faccio coraggio e dedico un post a quello che per anni è stato in assoluto il mio libro preferito, e forse lo è ancora, Cent’anni di Solitudine, del mio adorato Gabriel Garcia Marquez, che per anni è stato il mio scrittore preferito, e forse lo è ancora (la sua delicatezza nel raccontare la realtà travestita di magia mi fa sempre bene al cuore).

Ho letto molto di lui e non ho mai scritto niente, ma è come violare una cosa sacra, ho certamente la sensazione di non rendergli giustizia, di non rendere bene ciò che quelle parole mi fanno provare.

Ho regalato Cent’anni di solitudine per anni a molte persone, persino in lingua originale, ma non ho mai speso una parola sul motivo per cui vale la pena leggere quest’opera monumentale, questa magia che ti incatena come le perle di una collana.

Ebbene, il freddo di fuori e il tepore del fuoco di dentro mi concedono il silenzio giusto, l’ispirazione giusta.

Proviamo.

In genere non faccio riassunti dei libri che leggo, consiglio libri terapeutici proprio per la terapia insita in essi, o meglio, per la terapia che certi libri determinano in me.

Fare il riassunto di Cent’anni di Solitudine, poi, sarebbe impossibile.

La storia è il susseguirsi delle vicende di sei generazioni della famiglia Buendìa, i due capostipiti arrivano vicino a un fiume caraibico, fondano una città, Macondo, la vedono crescere, la popolano di gente folle e strampalata, poi realizzano la profezia dello zingaro che viene da lontano, che torna sempre, anche dopo morto.

I morti tornano, certo, perché a Macondo non c’è un vero e proprio confine tra mondo dei vivi e quello dei morti, la realtà è ricca di magia e superstizione, la quotidianità è mescolata alle credenze e ai riti, lo spazio e il tempo non sembrano contare e si finisce per credere alle vicende di questi cento anni di atmosfere esotiche, di malinconie e solitudini, di chiaroveggenze, di vendette, di incomprensioni profonde.

Si finisce per credere che proprio l’incapacità di comprendersi reciprocamente è la causa di tutta questa solitudine, si muore, tutto finisce per pura mancanza di empatia.

Ma noi che leggiamo la storia stiamo dentro, ipnotizzati, rapiti, con il cuore in mano, con in bocca mille domande da porre ai personaggi, vorremmo incoraggiarli, incitarli a scegliere la strada giusta e questo esercizio ci fa bene, ci rende empatici nella lettura e nella vita, ci scuote dall’apatia, ci provoca emozioni forti.

È un libro magnifico, che fa esercitare l’immaginazione, certo, non è da leggere la sera prima di dormire, perché è un libro che richiede concentrazione, è un libro che si snoda in un racconto lento, serve pazienza, ma, con un tempo ad esso dedicato, non ritagli, non a tempo perso, ma un tempo solo per queste parole, ecco, con un tempo ad esso dedicato, la storia contiene il miracolo di farci sorprendere, perché lo straordinario sta nelle cose normali e laddove le cose sembrano normali mostrano invece un corso straordinario.

Lo si può leggere muniti di carta e penna, intenti a costruire l’albero genealogico dei Buendìa per tentare di venire a capo di tutti quegli Aureliani e Josè Arcadi che si susseguono, oppure lo si può leggere solo per la lettura, per lasciarsi trasportare da un tempo magico, un tempo che gira in tondo, un tempo intriso di malinconia e solitudine senza scampo, un tempo scandito da memoria e destino, profezie e magie, morte e amore, passione e dolore sommesso, disagio, disadattamento alla realtà.
Viene da pensare che a volte sia meglio alzarsi in volo come Remedios la Bella, o rinchiudersi nelle proprie ossessioni come Rebeca, o fondere oro e costruire pesciolini, per poi fonderli di nuovo, come il colonnello Aureliano, che di 32 guerre intraprese, le perse tutte, di 17 figli ne perse 16, tutto per arrivare a comprendere che la salvezza è probabilmente insita nella semplicità.

Conservo ancora un quaderno con trascritte le citazioni da Cent’anni di solitudine.
Sono le frasi che hanno impresso un aroma e un umore alla mia vita di anima solitaria, belle parole che a rileggerle oggi, dopo tanti anni, mi fanno proprio bene al cuore, quindi si, vi consiglio di leggerlo e rileggerlo tante volte, di scrivervi le parole che più di tutto vi hanno toccato l’anima, perché parlano della vostra anima, parlano di voi.

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

 

Fece allora un ultimo sforzo per cercare nel suo cuore il luogo dove gli si erano putrefatti gli affetti, e non poté trovarlo.

 

Era arrivato alla fine di ogni speranza, più in là della gloria e della nostalgia della gloria.

 

Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.

 

Il colonnello Aureliano Buendìa grattò per parecchie ore, cercando di romperla, la dura crosta della sua solitudine.

“Cosa ti aspettavi?” sospirò Ursula. “Il tempo passa.” “Così è,” ammise Aureliano, “ma non tanto.”

 

Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente.

 

Giuliana

 

Un pensiero su “Cent’anni di solitudine

  1. “lo si può leggere solo per la lettura, per lasciarsi trasportare da un tempo magico, un tempo che gira in tondo, un tempo intriso di malinconia e solitudine senza scampo, un tempo scandito da memoria e destino, profezie e magie, morte e amore, passione e dolore sommesso, disagio, disadattamento alla realtà.” l’ho letto così, con la sensazione per tutto il libro che tu mi stessi guardando compiaciuta….

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