Auschwitz spiegato a mia figlia, di Annette Wieviorka, Einaudi, 1999

La figlia tredicenne dell’autrice è sulla spiaggia in vacanza e nota sul braccio di Berthe, un’amica della mamma, un numero tatuato.
L’adolescente Mathilde conosce la storia perché suo padre è scrittore, sua madre è storica, i suoi bisnonni sono morti a Auschwitz, eppure quel numero stampato sulla carne, visto dal vero, le crea uno sconvolgimento importante e la porta a porre ancora domande alla mamma, che tenta di rispondere e spiegare la drammatica pagina di storia dell’umanità.
Alcune delle domande che la ragazza pone sono destinate a non avere risposta.

Com’è possibile che degli uomini ammazzassero così dei bambini?

 

Mi hai parlato della gente comune che ha aiutato gli ebrei. E le grandi potenze non hanno fatto niente?

 

Ma insomma che cosa avevano fatto gli ebrei?

E’ difficile spiegare a un figlio che Auschwitz è l’episodio funesto che “viene usato anche per simboleggiare il male peggiore che l’uomo possa fare all’uomo“.

Ma c’è per fortuna la forza della memoria e della scrittura: “la gente chiusa nei ghetti scriveva e archiviava“, era un obbligo nei confronti della storia a cui non ci si poteva sottrarre, perché la storia la devono scrivere i giusti più che i vincitori, perché la morte, le discriminazioni e i mancati riconoscimenti dei diritti dell’uomo, non devono diventare mai banali, ieri, oggi, tutti i giorni.

Mathilde alla fine dice “Mi fa male ascoltare queste parole“.

E’ un dolore che serve a non dimenticare, a scolpire le parole nel proprio cuore.

Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi, 1947

Giuliana

 

 

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