Scrivo dunque sono

Lo confesso, prima di regalare il libro Scrivo dunque sono alla vincitrice del premio del contest My Therapy per Futuro Infinito, l’ho letto.
La scrittura terapia è un’altra delle mie manie, la scrittura è la mia salvezza da tanti punti di vista, questo libro mi ha parlato, mi ha aperto il cuore, mi ha rafforzato dei processi cognitivi, mi ha illuminato.
Il minimo che posso fare è tentare di scrivere una recensione degna della bellezza terapeutica di questo libro di Elisabetta Bucciarelli, che ho conosciuto anche grazie a La resistenza del maschio.

Riflettere sulle parole è un’occasione per tutti, offre l’opportunità di svelarci a noi stessi.

L’obiettivo è proprio quello di farci riflettere sulle parole scritte, su ciò che produciamo sotto forma di diario, di racconto o di romanzo, ogni nostra scrittura parla di noi, scrivere ci allena a mettere in ordine il nostro caos emotivo, “scrivere è definire, occupare, prendere possesso, creare, abitare uno spazio”, scrivere è “la stanza tutta per sé”.

Scrivere è dipingere il proprio autoritratto con le parole.

Scrivo dunque sono non è semplicemente un manuale di scrittura creativa, è una raccolta di indicazioni perché la scrittura, oltre che creativa, sia di significato per chi ne fa uso, di significato e di utilità psicologica.

Le indicazioni per la scrittura terapeutica e per quella creativa sono molteplici e in parte sovrapponibili:
– nell’atto creativo serve una distanza (“più ci avviciniamo a qualcosa meno riusciamo a vederla”)
– occorre ricercare “quel linguaggio speciale capace di risanare, interrompere, ricreare
– occorre ricercare il silenzio, utile anche per recuperare concetti come stupore, meraviglia, immaginazione.
– occorre scegliere con cura le parole, scrivere vuol dire reificare i pensieri, renderli cose che si possono vedere, immagini, scrivere è il primo atto per realizzare i desideri (Jodorowsky insegna)
– “Si scrive meglio dopo aver studiato, letto, incamerato parole, sottolineato, trascritto”, leggere le parole degli altri è una “risorsa per trovare antichi e nuovi modi di dire, più efficaci, a seconda delle nostre necessità”, ed è anche utile per “ridare dignità a un lessico abusato e impoverito”.

Scrivo dunque sono è anche un eserciziario, un prontuario per la scrittura sensoriale, per la scrittura del diario e per quella poetica (avete mai pensato alla poesia come luogo in cui la regola è rispettata e poi dimenticata? Alla poesia come libertà, la poesia che è deragliare, mettere in discussione i convenzionalismi?).

La pagina è come una mappa del tesoro e come tale dobbiamo imparare a guardarla.

Possiamo cercare il nostro tesoro interiore con stupore e voglia di mettere in gioco la nostra anima.
Ma non è difficile metterci l’anima, chi scrive lo sa.

Quando scriviamo siamo immersi e appassionati, aderenti e sofferenti, in un costante stato di innamoramento.

Scrivo dunque sono è un libro per chi ama scrivere: il testo e gli esercizi sono di grande ispirazione; è un libro utile per chi ama le parole e ci lavora, rafforza il concetto del loro potere e del loro uso ai fini della costruzione di un mondo migliore, di una migliore versione di se stessi.

Giuliana

Il mestiere di scrivere

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Erano anni che volevo leggere Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver, poi quando è tempo, ecco che il libro mi ha fatto l’occhiolino dallo scaffale della libreria, mi ha detto “prendimi no? Che aspetti?” Ed è venuto con me.

Il mestiere di scrivere parla di scrittura e di lettura, ma anche della vita di uno scrittore particolare come è stato Raymond Carver, umile, umano, non lo scrittore che dal suo presunto Olimpo dispensa presunte sagge parole, ma l’uomo che fa anche le lavatrici, Carver riflessivo, ricercato, attento, pacato, Carver dal tocco leggero, empatico, incoraggiante.

Questo libro è come lo scrittore che lo ha scritto, profondo ma semplice, realista ma incoraggiante.

Così, insieme a questo desiderio di farmi una cultura, avevo un altrettanto forte desiderio di scrivere; era un desiderio talmente forte che continuai a scrivere anche dopo che il buon senso e i freddi fatti, la dura realtà della mia vita mi avevano consigliato ripetutamente che avrei fatto meglio a lasciar perdere, a smetterla di sognare, a rassegnarmi e a tirare avanti facendo qualcos’altro.

Carver sa regalare frasi terapeutiche che ti scovano sentimenti profondi, che ti scoprono ferite nascoste e, dopo aver aperto tutti i cassetti, ti lanciano per aria i sogni manco poi tanto segreti.

Per tentare di rimanere coi piedi per terra, ho riassunto qui sotto, per punti, alcuni consigli di Carver ai giovani che vogliono fare gli scrittori.

  1. Vale ciò che si racconta, ma anche ciò che non si racconta affatto
  2. Scrivendo si deve generare inquietudine
  3. Bisogna nascondere la fatica del fare
  4. E’ necessario scrivere ogni giorno, senza speranza e senza disperazione
  5. Per scrivere un romanzo un scrittore dovrebbe vivere in un mondo dotato di senso, un mondo in cui poter credere
  6. Bisogna dire ciò che si vuole dire e usare il minimo numero di parole possibile per farlo
  7. Bisogna scrivere di cose che stanno a cuore
  8. E’ importante scrivere qualcosa che diventi parte dell’esperienza del lettore
  9. Bisogna ricordare le parole di Santa Teresa: “Le parole conducono ai fatti. Preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza”.

Concludo con una frase ancora di Carver, che segna il senso di My Therapy e anche della mia vita:

Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.

 

Giuliana

 

On writing. Autobiografia di un mestiere

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Sono stata un’accanita lettrice di Stephen King, finché mi sono immersa nella lettura di “It” e mi sono spaventata oltre misura, la lettura non era più un modo di esorcizzare le mie paure, la lettura era diventata pura paura, e ho smesso di leggere horror.

Per tornare a leggere King ci voleva soltanto che dalla mia libreria mi cadesse in mano On writing. Autobiografia di un mestiere, che è in parte l’autobiografia di King, in parte un corso di scrittura creativa.

Continua a piacermi molto lo stile di Stephen King, diretto, semplice ma non banale, facile e godibile, a volte ironico e divertente, ma la paura fa capolino sotto forma di batticuore quando l’autore ripercorre la nascita di alcune sue opere, cominciando da Carrie.

Poi il batticuore cambia, non è più voce di terrore, ma da voce all’animo intimo di una scrittrice che non lo è di mestiere, ma solo nella misura in cui scrivere è una salvezza.

Posso riassumere i suoi consigli con questa lista di suggerimenti letterari:

1. Mettetevici in qualsiasi modo, ma non alla leggera: non dovete affrontare alla leggera la pagina bianca.

2. Scrivere bene è spesso questione di liberarsi dalla paura e dall’ostentazione.

3. Se non avete tempo di leggere, non avete tempo (né gli strumenti) per scrivere.

4. Se non c’è gioia, non va bene.

5. Scrivere bene i dialoghi è un’abilità che acquisiscono le persone più inclini a parlare e ascoltare gli altri, in particolare ascoltare, cogliendo accenti, ritmi, dialetto, slang.

6. Osservare la realtà e descriverla sinceramente.

Inoltre posso tentare di convincervi a leggere On writing. Autobiografia di un mestiere citandone alcune parti, che a me sono sembrate emozionanti.

Sistemate la vostra scrivania nell’angolo e tutte le volte che vi sedete li a scrivere, ricordate a voi stessi perché non è al centro della stanza. La vita non è un supporto per l’arte. E’ il contrario.

Se scrivi (o dipingi o danzi o scolpisci o canti) ci sarà molto semplicemente qualcuno che cercherà di farti star male per aver osato tanto.  Questa frase mi ricorda Donne che corrono coi lupi.

I libri hanno la singolarità di essere magie portatili.

Se dovrò passare del tempo al purgatorio prima di trasferirmi di qua o di là, credo che potrei cavarmela se ci troverò una biblioteca che dà i libri a prestito.

Un romanzo come Furore può far vibrare lo scrittore novello di disperazione e di sana, tradizionale invidia: Non sarò mai capace di scrivere qualcosa di così bello nemmeno a vivere mille anni.

Se Dio ti ha messo a disposizione qualcosa che sai fare, perché in nome di Dio non la fai?

Avete bisogno che qualcuno vi prepari un piccolo distintivo di carta con scritto sopra SCRITTORE prima di riuscire a credere di esserlo? Dio, spero di no.

Il mio scrivere e il piacere che ne deriva hanno contribuito alla stabilità della mia salute e della mia vita domestica.

Scrivere non mi ha salvato la vita […] ma ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto: rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole.

E’ un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto, stare bene: Darsi felicità, va bene? Darsi felicità.

Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete.

E voi? Volete darvi felicità scrivendo? Leggete questo post: In punta di penna.
Giuliana

Riflessioni semi-logiche sulla scrittura

Da alcuni giorni rifletto sulla scrittura.

Terapia o fatica?

Entrambe, da diversi punti di vista.

Scrivere può essere terapeutico, soprattutto per chi non è abituato, perché aiuta a guardarsi dentro, a focalizzare emozioni ed agire grazie a questa nuova chiarezza. E’ tutta la vita che scrivo per comprendermi e pure per capire le cose del mondo. Mi siedo. Prendo un foglio, una penna, qualche volta un foglio elettronico, e via, parole in un flusso di coscienza liscio come l’olio.

Poi mi succede di scrivere perché sogno di scrivere e di non far nessun altro lavoro per vivere, mica per essere famosa, ma per avere il tempo lavorativo scandito solo da parole da mettere in fila, cercare, cambiare, aggiustare, cancellare, frasi da tirare fuori col bisturi dai labirinti che ho dentro, scrivere insomma, storie o recensioni di libri, come faccio qui a My Therapy. Ecco che scrivere non è più una terapia.

Scrivere è una fatica, dice una scrittrice che ho conosciuto grazie a questa mia mania di recensire libri terapeutici (Daniela Farnese). Non ho dubbi che lo sia, come ogni lavoro creativo che sottosta alle regole e alle scadenze del mondo.

Scrivere è una fatica anche solo come concetto, perché per quanto mi riguarda, parecchie volte al giorno, diventa frustrazione. Scrivere è ciò che rincorro tutto il giorno, è tempo sacro in cui sudare e faticare perché le parole vengono mica dall’anima, ma dall’esercizio, dalla logica e dallo studio; scrivere è insieme tempo privilegiato perché efficace per l’autostima e l’autorealizzazione. Scrivere, tuttavia, non è il mio lavoro, anzi mi sembra, in certe giornate buie come l’asfalto, che sia una perdita di tempo.

Vado per i 42 e ancora a rincorrere sogni?“, questo me lo dico io.

Non conosco nessuno che vive di scrittura“, questo me lo dicono gli altri e quando non lo dicono lo pensano.

Così chiudo i computer e i quaderni, metto via le penne e le matite, mi impongo di continuare solo a leggere e scrivere giusto qualche recensione perché credo molto nella libroterapia, basta scrivere, basta sognare, piedi per terra e ai fornelli a preparare la cena.

Sto giusto un paio d’ore senza scrivere, ma pensando continuamente che dal momento in cui ho appeso la penna a chiodo mi sono del tutto snaturata. Mentre mi contorco in queste riflessioni dolorose, suonano alla porta: il corriere mi porta quei sette libri comprati via internet (Erri De Luca e poco altro). Parole magiche da cui trarre parole da scrivere, parole non soltanto da leggere.  Attraverso il corriere l’Universo mi manda a dire che le parole, da leggere e da scrivere, sono importanti per la mia vita e non devo rinunciarci.

Allora riprendo la penna e i quaderni, felice di ritrovare me stessa.

Eppure. I bambini, la casa, i pranzi, gli allenamenti di sciabola, le piscine, le feste di carnevale e dei compleanni, il vaccino al cane, i panni da lavare, i panni da asciugare, i panni da riposizionare, i letti, i bagni, la polvere, i libri del corso di sommelier, dai, mi dico, dopo aver compiuto i miei doveri di mamma, casalinga, lavoratrice solo d’estate, mi metto a scrivere, ma il tempo non basta mai. Ed è subito sera, anche se mi pare brutto scomodare Quasimodo per la quotidianità senz’anima.

Lampi di lucidità mi attraversano e ogni tanto sono consapevole del fatto che, se non ritaglio da sola i miei tempi sacri e se non legittimo me stessa per il tempo che passo scrivendo, non posso scrivere, non posso sudare lacrime e sangue, non posso sognare. Ma sono solo lampi di lucidità soltanto. Il resto è frustrazione, è la voce della lavatrice che mi chiama dal piano di sotto.

Frustrazione semi-logica mista a consapevolezza. Salvezza e fatica nera. Identità e testa tra le nuvole. Speranza senza alternative.

Ecco scrivere cos’è.

Lavoro legittimato o no, non ci posso rinunciare, che l’Universo lo sappia e mi mandi presto un altro corriere, per favore, grazie.

Giuliana

snoopy

Scrivere per star bene: in punta di penna

In punta di penna. Percorso di Benessere e Scrittura Terapia

Leggere è la mia terapia, alla pari di scrivere.
Le parole, in sostanza, sono la mia terapia.
Con le parole gioco, lavoro, comunico, invento, creo.
Il potere delle parole è il faro che illumina la mia vita, io credo profondamente nel Potere salvifico delle Parole.

Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.

Buddha

Il potere della parola scritta è raddoppiato, scrivere aiuta a comprendere le profondità del nostro animo, sviscerare tesori nascosti e districare nodi fastidiosi.

Se volete cominciare un viaggio dentro voi stessi alla ricerca del Benessere, My Therapy vi offre non la strada, ma una mappa per realizzare il benessere, scrivendo.

In punta di penna è un percorso in cinque tappe in vista del benessere emotivo e dell’equilibrio psicofisico, è progettato (dalla psicologa che è in me) in dispense che saranno spedite in cinque settimane via mail ai lettori di My Therapy. In ogni dispensa c’è del materiale per cominciare a scrivere e a lavorare sulla propria anima.

Basta soltanto iscriversi alla newsletter con il modulo in questa pagina, in alto a destra, e poi inviare una mail a info@mytherapy.it indicando nell’oggetto “In punta di penna”.

Riceverete le dispense ogni lunedì per cinque settimane.

Cinque settimane che rappresentano il tempo del viaggio dentro voi stessi.

Giuliana

Per informazioni scrivete qui: info@mytherapy.it

 

Green Autobiography

green autobiography

Green Autobiography” di Duccio Demetrio è un libro che racchiude in sé tutte le mie passioni degli ultimi tempi:
– è una piacevole lettura
– è un invito alla scrittura terapeutica
– è una dichiarazione d’amore alla natura, ai boschi, ai prati, al mare, ai cieli, alle montagne.

Dopo averlo letto già da tempo, mi accingo oggi a scriverne e a invitarvi a leggerlo.

Cominciamo col dire che “la scrittura non ci separa dalle cose, ma ci offre la sensazione di farne parte“, così scrivere che è così importante di per sé per tanti motivi (protegge dal declino delle facoltà cognitive, esercita la memoria, è uno strumento di introspezione potentissimo, ci offre una pausa meritata), se diventa green ci offre molti strumenti in più.

Sono le parole che creano l’alleanza tra natura e uomo, che creano un legame di rispettosa consapevolezza, di coscienza e riflessione.

Scrivere green, scrivere in natura, della natura, è un modo per dare ai luoghi della natura una voce, ma è anche acquisire una immediata sensazione di benessere dal paesaggio che contempliamo, ci fa esercitare alla contemplazione costante, lungo tutta la nostra vita, cosa che ci rende meno apatici rispetto a tutto ciò che incontriamo nel nostro cammino, ci invita a distogliere la nostra attenzione dalle chat sul telefono e a guardarci intorno e a scoprire ciò che è natura anche in città.

Scrivere è raccontarci con entusiasmo, è un lavoro di mente che riconcilia col passato, salva le storie di chi abbiamo incontrato, scrivere non per pubblicare ma scrivere “in primo luogo per me!“, per sviscerare memorie e sentimenti in assoluta libertà, ciò ci rende consapevoli di quel che siamo, di quel che vogliamo, della strada che vogliamo percorrere. “La scrittura è elevazione di coscienza” e non dobbiamo dimenticare mai che “L’avere coscienza è un privilegio“.

La scrittura è dunque un pretesto per farci capire che la natura, “musa ispiratrice di sentimenti“, ci fa stare meglio, è una cura. La natura a sua volta è un pretesto per scavare dentro e conoscersi: è una cura!

Due cure, scrittura e natura, al prezzo di una, al prezzo di un libro ricco di spunti e di citazioni (c’è anche il bellissimo brano dal libro di Rovelli che trovate qui Sette brevi lezioni di fisica).

Green Autobiography” è un invito a scrivere e ad amare la natura.
Un saggio senza paroloni ma pieno di poesie e di poesia.
Una lettura ottima per ogni stagione, che offre metodi, maestri e un consiglio prezioso, che io ho già interiorizzato da un pezzo: “la felicità è in una penna“.

Buone scritture!

Giuliana

Scrivere

scrivere
Scrivere” (Marguerite Duras) è un libro per gli scrittori che si sentono incompresi, che a volte soffocano nella loro solitudine, che si sentono stranieri in questa terra.
D’un tratto vi sentirete – ci sentiremo! – legittimati.
Marguerite Duras ci racconta, con serietà e dolcezza, della vera solitudine propria della scrittura, che solo chi scrive conosce. Le sue parole toccano l’anima e il cuore.
La necessaria separazione dagli altri, la solitudine che “non si trova, si fa“, il silenzio, la “solitudine del corpo” che diventa “dello scritto“.
Sentirsi abbandonati anche se non si è soli, scrivere come necessità, scrivere che è tacere e insieme “urlare senza rumore“, scrivere che è molto più che suonare, perché non si suona soli e nella solitudine solo la scrittura ha senso.
La scrittura come terapia (“se non avessi scritto sarei diventata preda dell’alcol“), solo la scrittura ci salva dal fondo di quel buco di solitudine quasi totale.
La scrittura che ci restituisce una selvatichezza antica, quella delle foreste, quella che ci fa raggiungere l’ignoto che abbiamo dentro.
La scrittura è affrontare temi quali la morte, la guerra, il dolore, il pianto e tutto però riconduce alla scrittura com una “fortuna”, che lascia spazio all’amore per il figlio, nel momento in cui vita, figlio, felicità, casa, tutto si confonde (“La felicità di mio figlio è quella della mia vita“).
Un libretto piccolo, fatto di frasi brevi, come una poesia, che vi lascerà la voglia di creare la vostra di poesia, breve, fulminea, forse unica.

Giuliana

Ogni vita è una storia da raccontare

scrivere
Ogni vita è una storia e come tale può essere raccontata.
Anzi per dire meglio ogni vita è fatta di tante storie.
Con tutte le storie di vita ascoltate e lette, abbiamo imparato a conoscere il mondo, a conoscere noi stessi e a costruire la nostra identità.
Tutti possono narrare e scrivere le proprie storie di vita.
Chiunque è in grado di fermare con la parola scritta i propri ricordi per condividerli.
Per scrivere la nostra storia di vita non abbiamo bisogno di essere scrittori o letterati, non dobbiamo attingere a fantasia o immaginazione, quello che possiamo fare è andare a cercare le tracce impresse “negli ampi ricettacoli della memoria” dove tutti i ricordi sono raccolti, in attesa di essere risvegliati.
“I ricordi sono come uova d’uccello nel nido, l’anima li scalda per lunghi anni, e d’un tratto essi rompono il guscio disordinatamente, inesorabilmente…”
Anna Giorgini

Nei mesi passati abbiamo “virtualmente” giocato a Scrivere i propri ricordi; il gioco ci ha portato indietro nel tempo.
Per ora stiamo pensando a come continuare quel gioco, ma intanto vi invito a venire ad ascoltare, vedere, sperimentare come lo stesso gioco si svolge nei laboratori di scrittura autobiografica.
Basta cercare su facebook il nuovo evento: Presentazione Laboratori di Scrittura Autobiografica e venirci a trovare a Terni, Venerdì 27 settembre alle ore 17, al Cenacolo San Marco in Via del Leone 12, TERNI.
Vi aspetto!

Perché non mi fido di uno scrittore di successo

perché non mi fido di uno scrittore di successo
Siamo abituati a confondere l’amore per la scrittura con quello che viene pubblicato e distribuito nelle librerie in franchising: punta di un iceberg, il quadro che ne esce è abbastanza deleterio. In questo guest post ti dirò perché non mi fido di uno scrittore di successo, a meno che non scriva un vero capolavoro.
Non mi fido perché lo scrittore di successo si conta sulle vendite.
Lo scrittore di successo è tale perché ha superato un certo numero di vendite. Più questo numero è alto, più lo scrittore è di successo. Nello scrivere le parole non sono macigni, sono diamanti: il “numero”.
I lettori sono un numero indistinto e lo dimostrano le recensioni: in migliaia di blog e siti inseriranno la propria recensione dell’ultimo libro di… Un grandissimo bestseller, ma le recensioni dei lettori, anima della scrittura, dove sono?
Non mi fido perché lo scrittore di successo non cambia
Molti autori che hanno raggiunto le case editrici più importanti nel panorama italiano e internazionale seguono il concetto di “ricetta vincente non si cambia”. Risultato? Argomenti, storie e sogni sono identici, se non con qualche piccolo dettaglio che farà gridare i media alla “Rivoluzione del genere”.
Se “ricetta vincente non si cambia”, non c’è motivo di ammazzarsi e rinnovare il proprio stile, ma questo diventa uno sbarramento per chi inizia, perché l’editore penserà a testi che catturino e vendano a quel modo, giudicando la diversità come un pericolo rischio.
Non mi fido perché oggi ha successo, e domani?
I classici sono intramontabili, perché sempre attuali. Lo scrittore di successo è attuale oggi, poi chissà. Il risultato è che il lettore tipo si trova quel libro che andava “di moda” anni fa, ora non dice più nulla. Era una moda, nell’attesa avrà fatto altri cinque, sei libri. Poveri alberi e poveri dati (rispettivamente per libro cartaceo ed e- book)!
Non mi fido perché l’idea di fondo non mi piace

L’idea di fondo è che i lettori sono numeri, i libri stessi sono numeri e si deve avere la certezza di fare numero prima di pubblicare. Invidia per non aver fatto gli stessi numeri?
Sinceramente poca, se poi si arriva ad associare a un personaggio il tuo nome e questo risuona in tutto quello che scrivi successivamente come una maledizione (penso a J.K Rowling oggi, ma non solo). L’idea di fondo è che bisogna scrivere tutti uguali. Anzi, ancora peggio: ai nuovi autori e ai lettori si dice che la letteratura è questa. Il distacco è giusto e ampliamente motivato.
Non mi fido, ma non smetto di leggere
Per questi motivi, non mi fido di chi si auto-definisce o viene definito “scrittore di successo”, ma ho una predilizione per chi lo è nei canoni commerciali, ma continua felice la propria letteratura come vocazione… È il caso di Roberto Saviano, che leggo sempre con piacere.
Sono contraria ai pregiudizi sulla letteratura: ho sempre pensato che un libro non dovesse essere giudicato dalla copertina o dal metodo di pubblicazione, ma quando vedi le mode in libreria…
Annarita Faggioni, copywriter freelance, gestisce da due anni e mezzo il blog letterario Il Piacere di Scrivere.it. Motto: “Keep writing and read”.

“Ah! Mi ricordo, quella domenica d’estate…”

Dipinto di Cesare Marchesini
Un nuovo gioco per coloro che seguono My Therapy!
Questo che vi proponiamo è il terzo della sezione “Autobiography”.
Abbiamo scritto le nostre suggestioni di fronte a una foto di bambini a scuola e al dipinto di Jacek Yerka che raffigurava una cucina d’altri tempi.
Adesso vi proponiamo un nuovo dipinto, di Cesare Marchesini, osservando il quale, dopo aver scovato e accettato delle suggestioni e emozioni che l’immagine provoca dentro di voi, siete invitati a scrivere ricordi e memorie che riemergono dal passato.
Il bello delle proposte autobiografiche è condividere e scoprire poi le storie, i legami, le associazioni e le concatenazioni che emergono dalle scritture condivise!

Il tema di questo terzo gioco è “Ah! Mi ricordo, quella domenica d’estate…”.
Chiudiamo gli occhi e ricordiamo.
Almeno i ricordi ci scalderanno in questa estate solo accennata!

La soggettività del ricordo

dal web

dal web


Conobbi la memoria, moneta che
non è mai la medesima
J. L. Borges

“Tutti possediamo la facoltà di ricordare ciò che è stato.
Ciascuno di noi condivide con la propria generazione la capacità di ricreare il passato.
Vivere all’ombra del passato è ciò che ci caratterizza come umani.
Tuttavia, i diversi passati che abbiamo sono anche ciò che ci differenzia gli uni dagli altri.
Ciascuno di noi ricorda il proprio passato.
Ma più invecchio, più le discrepanze fra il passato che è soltanto mio e quello che altri condividono con me mi diventano preziose.
Il passato che emerge in questo interstizio fra i ricordi di diverse persone spesso mi sorprende.
Anche quando siamo cresciuti insieme e rievochiamo lo stesso momento che entrambi abbiamo vissuto, la sostanza del mio ricordo è spesso diversa dalla tua.
Non solo, ma a volte le note che il passato fa risuonare in me sono dissonanti rispetto a quelle che evoca nel tuo cuore.
Solo molti anni dopo ho capito che le campane festose di quel matrimonio erano per te rintocchi di morte.
E quella serata deprimente, il cui ricordo mi ha sempre fatto rabbrividire, si è rivestita a festa da quando tu me l’hai raccontata.
Questa è una delle ragioni per cui mi piace rievocare il passato insieme con altri.”
Ivan Hillich, ci fa riflettere su come il ricordare sia un’azione del tutto soggettiva.
La percezione dei ricordi è legata all’emozione che gli eventi, i fatti che rievochiamo hanno provocato in noi al momento in cui si verificarono e alle emozioni che ancora ci provocano.
Possiamo infatti dire che la mente trasforma i fatti: i ricordi non possono essere fotografati.
Quando cerchiamo di ricordare e il ricordo si presenta vivido alla nostra mente diciamo: “mi ricordo come se fosse adesso”.
Quel come se infatti rende bene l’idea di quello che avviene realmente: il nostro ricordo può essere raccontato come se fosse una fotografia.
Quando raccontiamo, narriamo, riferiamo ciò che ricordiamo dei fatti avvenuti, e di cui siamo stati protagonisti, attiviamo delle funzioni della memoria che non rispecchiano la realtà dei fatti stessi, ma che solo sono in grado di tradurli e rappresentarli.
La nostra narrazione è in ogni caso una rappresentazione di quanto accaduto o vissuto.

Anna Giorgini

Scrivo per essere felice

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scuola2
Scrivo perché non sono mai riuscito a essere felice,
scrivo per essere felice.
O. Pamuk

Che la scrittura autobiografica abbia un valore terapeutico non è scoperta dei nostri giorni. Infatti già Seneca e Marco Aurelio scrissero lettere e “ricordi” in funzione autoterapeutica.
Se si risale indietro nel tempo, filosofi e poeti, influenzati dall’epicureismo e dallo stoicismo, si resero conto del potere della scrittura delle proprie memorie, che dettavano ai loro scribi o ai liberti, ricavandone un senso di pace e di benessere.
Michel Foucault ricostruisce le “pratiche” della “cultura di sé” in Grecia e a Roma, e ricorda Seneca che fu tra i primi a parlare dei benefici derivati dallo scrivere lettere autobiografiche agli amici : “E’ proprio di una mente serena e tranquilla riandare ad ogni parte della propria vita…”.
Quella della scrittura autobiografica è un’arte che richiede tempo, ed è curativa se si rispettano alcune condizioni che ne favoriscano i “poteri analgesici” :

• provare piacere nel rivolgersi al proprio passato e ricordare
• comunicare ad altri i propri ricordi
• costruire trame che ricompongono fra loro i ricordi
• passare dalla rievocazione mnemonica alla scrittura
• prendere le distanze dall’io protagonista usando metodi e strumenti di ricerca.

Queste condizioni fanno sì che il ricordare acquisti un valore autoterapeutico.
Certamente questo non vale nei casi patologici, ma chi decida di dedicare tempo e ricerca al recupero delle proprie memorie scoprirà il senso di pienezza e di “autonutrimento” che deriva dal sentirsi artefice delle proprie storie.
E’ così che la memoria del passato, nel lasciarsi andare della narrazione, diventa sfogo interiore e liberazione.
Anna Giorgini

– Sull’onda di questo recupero di memorie continuiamo a giocare con la forza evocativa delle immagini, per scrivere i ricordi che riemergono, con le loro sensazioni e le loro emozioni.

Scrivere i propri ricordi

foto giorgini

Scrivere i propri ricordi

Una casa in un dipinto e osservatori non casuali che recuperano memorie e trattengono emozioni globali e attuali. Ne scrivono.
Ne nasce una storia quasi d’amore, di ricordi e malinconie, di profumi di casa e di immagini dolci di un tempo lontano, di cucine e gesti che non ci sono più, ma che hanno plasmato l’anima e il corpo di chi scrive.
Grazie a tutti per aver contribuito a questo post colmo di amore e per questo trasporto col quale è nata la concatenazione cercata.

Amalia:
Nella casa di mia nonna, la cucina era una grande stanza. Dalla finestra vicino all’acquaio entrava una luce variabile secondo il tempo e le stagioni, che non riusciva a illuminarla tutta. 
La parete accanto era dominata dal grande camino, scuro, affumicato, in cui una brace covava sotto la cenere in ogni stagione, usata, se non per riscaldare l’ambiente, per cuocere e tenere al caldo semplici vivande: il latte per la colazione della mattina, il caffè d’orzo preparato nel bricco con il manico di legno e il lungo beccuccio, oppure il panciuto tegame di coccio (la pigna) in cui si mettevano a cuocere a lungo i fagioli. 
Al centro della stanza, un grande tavolo di legno scuro e massiccio, attorniato da sedie di legno dai sedili impagliati. Sul tavolo, stoviglie di terracotta a chiazze verdi e gialle apparecchiavano la tavola coperta da una lunga tovaglia di tela grezza e ruvida.
I bicchieri si coloravano del rosso del vino versato dal fiasco e l’acqua si tirava su con un mestolo dalla brocca di rame, appoggiata sull’acquaio di scuro granito, o si versava nei bicchieri dalla brocca di coccio color ocra.
 Dirimpettaia al camino la credenza: di legno verniciato di un celeste-azzurro stinto.
 Le ante a vetri graffiti, tra trasparenze e opacità, custodivano tazze e bicchieri spaiati: le tazze con il loro filetto dorato e disegni di dame vestite di rosa e celeste in stile impero o decorate a piccoli fiori e roselline, i bicchieri di fragile cristallo.
 Sotto alla vetrina, ante di legno racchiudevano i piatti della festa, bianchi di ceramica, con disegni in rilievo e anch’essi con il loro filetto dorato, insieme alle posate d’ottone lucidato (non potendo permettersi l’argento).
 Accanto alle stoviglie, il cesto col pane avvolto in un ruvido e spesso canovaccio di canapa, ricavato dal rotolo di tela filato e tessuto a mano. Il pane doveva resistere almeno per una settimana, fino al giorno della successiva panificazione, che avveniva in casa con la sua lunga procedura di lievitazione e cottura nel forno che si trovava nel “fondo”, al piano terra, sotto alla cucina. 
In pentola bolliva il brodo dorato per la minestra, dall’odore di pomodoro e maggiorana.
 Nell’aria, che faceva “corrente” attraversando la porta della camera di fronte quando anche quella finestra era aperta, si diffondeva a sprazzi il profumo di gerani e garofanini, verso l’ampio panorama di campi e colline verdeggianti della campagna tuderte. 
In questa casa ci andavamo d’estate, alla fine della scuola.

Alfredo:
Il bacile era il catino bianco smaltato, usato per la toilette mattutina, collocato nelle camere da letto quando ancora non c’era né bagno, né acqua corrente. Dalla brocca, la nonna versava l’acqua e il nonno mi sollecitava: «Dai, su, lavati gli occhi, soffiati il naso e vieni con me nell’orto a prendere il fresco del mattino che fa così bene. Le prugne di Santa Rita sono pronte, belle profumate».
Acqua fresca, pulizia del naso, fresco del mattino, profumi dell’orto: così iniziavano le mie giornate estive di bambino in campagna. Ancora oggi, quando mi sveglio, mi vengono in mente quei semplici precetti igienici.
Anna: … e davanti a quel bacile, mia nonna mi circondava il collo con un asciugamano di tela leggera (era d’estate) per lavarmi il viso e fare in modo che l’acqua non scolasse lungo il collo a inumidire la sottoveste…avrò avuto quattro o cinque anni…

Chiara:
Ricordo le vacanze a casa di mia nonna. Ci preparava la minestra di fagioli che io adoravo e che invece detestava mia cugina Francesca. La minestra di fagioli era l’unica cosa che ci divideva, per il resto eravamo tanto legate. E lo siamo tuttora, nonostante viviamo in due città diverse. Alla fine del pranzo mia nonna ci chiedeva sempre se avevamo ancora fame e, nel caso, ci avrebbe preparato all’istante un uovo al padellino. Il gatto invece sarebbe arrivato nella mia vita dopo tanti anni. E dalla mia vita se ne sarebbe andata, era una gatta, all’improvviso, lasciando un grande vuoto. Non ci sono più nè mia nonna nè la mia gatta, ma nel cuore rimangono tanti bei ricordi. Sono ricordi passati e recenti, ricordi che vanno e vengono, ricordi che questa immagine evoca ora, in questo preciso istante
Francesca: … ora la minestra di fagioli mi piace!!
Elisabetta: mi hai fatto commuovere
Anna: di gatto, io ne ricordo uno nero appollaiato su un otre coperto da un coperchio di legno. L’otre era messo lì a decorare un pianerottolo, dopo la buia rampa di scale che, da casa di mia nonna (questa in città), portava all’appartamento soprastante in cui viveva una misteriosa “vecchia”, arcigna a temuta per i racconti che ne facevano a me bambina…non volevano che salissi quelle scale…
Chiara: … e di nonno, il marito della nonna della minestra di fagioli, ricordo che anche lui ci faceva respirare l’aria fresca del mattino, non nell’orto ma in riva al mare. Al mattino presto prendevamo il 7 rosso/barrato: in fila come una serie di soldatini che dovevano passare la revisione del capitano, io e i miei fratelli e cugini, aspettavamo alla fermata l’arrivo dell’autobus. Quando nonno vedeva sopraggiungere il mezzo, alzava il bastone come fosse un segno di comando e ci faceva diligentemente salire. Eravamo dieci nipoti con le nostre sacche da mare con colazione e palette per la sabbia: ci mettevamo tranquillamente seduti e scendevamo, al cenno del nonno, allo stabilimento balneare “La Bicocca”. Ricordo che, mentre noi giocavamo in riva al mare, nonno ci sorvegliava con pazienza ed amore, in canottiera e pantaloni. Non ricordo di averlo mai visto in costume da bagno. All’ora di pranzo, sempre diligentemente, prendevamo il 7 rosso/barrato e tornavamo dalla nonna: la minestra di fagioli ci aspettava!…
Francesca la storia dell’uovo al padellino della nonna di Chiara, Francesca, Riccardo, Paola, Simonetta, Andrea, Stefano,Cristina, Paolo e Valentina, è rimasta ben impressa nelle menti di tutti noi tan’tè che alla fine di pasti luculliani, anche oggi spesso ci scappa la battuta ripetendo la domanda della nonna:”ti faccio un uovo al padellino?”..la cucina della nonna aveva un suo fascino, buona e profumata ed anche mi affascinavano i pentolini smaltati con il manico lungo, la nonna ne aveva uno rosso ed io sono ancora alla ricerca di pentolini smaltati con il manico…ma è difficile trovarli!… nella cucina della nonna circolava non un gatto ma il nostro cane Brik, un breton che si metteva al pari di noi bambini e la nonna gli riservava sempre appetitosi avanzi in una gavetta a forma di fagiolo (a proposito di fagioli!) nello sportello in basso del lavandino davanti al quale lui si piazzava entrando in casa come un razzo finchè non gli si dava il dovuto… mio nonno paterno, a ragione, lo chiamava “Rimedia”… e dalla nonna si rimediava tutti sempre qualcosa: “i biscotti doria, le caramelle mou e le rossana!…..”

Silvia:
In un misto italiano-spagnolo voglio scrivere e condividere con voi I miei ricordi dell’Italia, la prima volta.
Sono arrivata a Fiumicino in febbraio di 1994. Ero incinta, nei primi mesi di gravidanza, piena di curiosità per quel che il nuovo paese mi, anzi, ci avrebbe portato nei prossimi tre anni…. Un amico argentino era andato a prendermi al aeroporto. Era sera tardi già. Dopo salutarci e sentire il forte freddo di febbraio, abbiamo messo i bagagli nella sua macchina e cominciamo ad andare verso Terni… Io, con la mia curiosità abituale domandavo tutto…. e dopo approssimativamente mezz´ora di viaggio, domando al mio amico ” Ma dov’è la campagna qua? Ci sono sempre luci anche se Roma e´già lontana…” Lui ha incominciato a ridere e´mi ha detto… “Giustamente Cara, quella é la prima differenza che troverai con l´Argentina. Qui dove vai vedrai luci, anche in campagna sempre vedrai una casa, delle persone…”.
In Argentina, in campagna, si fanno cento chilometri senza vedere niente e nessuno, soltanto grano e bestiame… E si, fu tutto un cambio nella mia testa… ero in un altro paese, molto diverso dal mio, tutto compatto, con pochissime casse basse e con piazze senza alberi (da noi le piazze sono verdi, come i vostri parchi).
E veramente sono stata molto bene in Italia, mi ha cattivato, il paese, le bellezze, ma sopratutto la gente… Adesso ho un pezzetto del mio cuor lá… Nel paese che di notte sempre si vedono luci….

Barbara
Un viaggio nei ricordi…dunque vediamo..sicuramente mi viene in mente la casa di mia nonna Ardita, la casina con il giardino davanti al bar, ora non è più nostra, è di mia cugina ma ci giocano ugualmente i miei figli quando veniamo a Marmore. Mi vengono in mente i pomeriggi lì a rincorrere il mio gatto Lilli, che puntualmente si arrampicava sull’albero di albicocche. le ginocchia sbucciate quando ho provato i pattini (non era per me), e quando frugavo nel cassetto di mia nonna…quante cose c’erano!!!!!! E poi l’altalena davanti all’oratorio e il bigliardino…ci giocavo con Serena, era la mia vicina di casa e i pomeriggi li passavo con lei.
Marmore nel cuore.

Anna Maria
Il gattone, la cucina bianca,la campagna fuori della finestra, Adamo ed Eva uniti dal serpente e dalla mela che lei offre. Per me il gatto è l’animale magico che tanto ho amato da bambina e da ragazzina : piccolissima ne portavo alcuni ,cuccioli, a spasso per casa con la carrozzina che da poco aveva ospitato me; un pò cresciuta ho adottato un gattone rosso semiselvaltico, addomesticato poi dalla dolcezza e da mille coccole; già mamma ,pochi anni fa, mille cure dedicate a Jimbo, il gatto nero dei miei figli non gli impedivano di mordermi quando era nervoso…ma una volta era rimasto chiuso nella lavastoviglie..in azione nella mia cucina bianca che è stata ed è il cuore della vita di famiglia. Aspetto ora , in questo momento di passaggio, forse di trasloco nella campagna che mi aspetta e che desidero, aspetto con ansia un gatto tutelare che mi accompagni e mi permetta di riconciliarmi con tante coccole con il genere felino. Non vedo l’ora di riabbracciarlo !e certo vorrei che il mio Adamo sia presente a condividere le gioie e le difficoltà del nuovo paradiso terrestre.

Alessia:
Ricordo i pomeriggi con mia nonna e le mie cugine passati raccogliendo pinoli e nocciole con cui preparavamo una merenda speciale : il croccante!!! Ricordo ancora il profumo e il buonissimo sapore…che bello! Lo racconterò ai miei figli, vorrei trasmettergli la semplicità e la gioia di un pomeriggio passato in famiglia.

Loredana
La stufa.. mia nonna e i pomeriggi trascorsi a casa sua, il calore che sprigionava in quella cucina stretta, la pentola sopra per cucinare.
il macinino del caffè.. “gioco” proibito da cercare di prendere di nascosto da mia madre che lo utilizza ancora come soprammobile in cucina.

Galadriel
Il primo ricordo che affiora è la cucina di una mia amica d’infanzia…con la nonna sempre seduta accanto la stufa a legna e come entravi diceva” assettate e che te offro”, C’ERA SEMPRE ODORE DI qualcosa di buono, e il calore e l’ospitalità di quella stanza non la dimenticherò mai…neanche il gatto che entrò e per la paura che gli abbiamo messo saltò sopra la stufa incandescente!!!bellissima infanzia!

Fernanda
L’immagine proposta raffigurante una cucina con sfondo di campi evoca altre due cucine che sono state abitate e vissute da me nel mio passato di bambina, ragazzina e giovane donna. Sono la cucina di mia nonna nel paese dove viveva e dove d’estate mi ospitava insieme a mio cugino S. E la cucina della mia casa romana dove ho abitato per i primi venti anni della mia vita insieme alla mia numerosa famiglia formata da mamma, papà, due fratelli, due zie, la nonna paterna e un cugino. Una folla!
 



 Altri tempi! molto distanti dalla mia vita attuale, non solo per il tempo trascorso, ma perché tutte quelle persone che hanno attraversato, vissuto, abitato, occupato quelle due cucine non ci sono più. Sono tanti i ricordi che affiorano alla mia mente, troppo poco lo spazio in questa mail.

Andrea
Il primo ricordo è l’inverno nella casa dove abitavamo insieme a tutti i nonni quando ero bambino… stufa a legna sempre accesa, casa calda e piena di gente: vicini di casa, cugini, amici… e soprattutto sempre qualcosa da mangiare nel forno della stufa! Un dolce, la pizza “rancia” di Lucia (una vecchia signora della via che diceva sempre che la sua pizza era “rancia” anche se non so perché…), pane, caffè, ecc.!!! E io che in questo caos amichevole e caloroso stavo li a fare i compiti o a giocare con il mio amichetto di sempre Mauro!!! Che bei ricordi!!!

Anna
Vacanze, sapori antichi,
aria fresca del mattino in campagna o al mare
e nonne e nonni
gatti tutelari e cani fedeli
amici e cugini
e la strada da attraversare
igiene minima in un catino,
asciugamani leggeri
prati verdi
finestre spalancate
presenze ormai passate
e acqua nella brocca
il focolare acceso
minestra di fagioli e uovo al tegamino
tegamini smaltati
bianche piastrelle in cucina
biscotti e caramelle da rimediare
profumi dell’orto
e la campagna dove traslocare
l’albero di albicocche da conquistare
e le prugne di Santa Rita profumate
il croccante di pinoli e nocciole
la stufa e il macinino del caffè…
e
“un pezzetto del mio cuor là…
Nel paese che di notte sempre si vedono luci…”

…dall’istante in cui ho imparato a ricordare

foto giorginiE ho finito per non annoiarmi più affatto
dall’istante in cui ho imparato a ricordare. …
A. Camus, Lo Straniero

Il racconto di una vita può richiedere molto impegno e coraggio. Ed anche pazienza.
La pazienza di andare a rovistare in quei meandri, a volte oscuri della memoria dove si trovano i tesori d’immagini senza numero accumulati da ogni genere di cose percepite…
Avventurarsi in un progetto di scrittura autobiografica vuol dire andare a ricercare e scoprire, attraverso i ricordi, quello spazio poetico e letterario che custodiamo dentro di noi… troveremo ogni genere letterario all’interno degli scaffali della memoria: romanzi d’avventura, qualche giallo, liriche, novelle, aneddotiche, fiabe, innumerevoli abbozzi, e molte, moltissime prose interrotte a metà o concluse .
Ed è in questo ripercorrere il passato con spirito esplorativo che quello del ricordare può diventare un gioco, per chi sappia accostarsi alla propria autobiografia senza fretta ed ossessione, ma piuttosto, per diletto.
E non sembri contraddittorio parlare di scrittura autobiografica in relazione al gioco.
Quante volte capita di fare riferimento alla vita come ad un gioco giocato, fatto di partite in cui a volte si è vinto ed altre volte perso, trovandoci a provare disappunto e malumore se i conti tra vittorie e sconfitte non ci tornano.
Ma è possibile guardare al passato con leggerezza ed ironia e provare il piacere di ricordare.
Ed è quando cominciamo a raccontarci che facciamo il “nostro gioco”.
Un gioco di specchi dove il limite tra vero e falso, tra verità e verosimiglianza quasi non riusciamo più a distinguerlo neanche noi stessi, quando nel narrare di sé alcuni ricordi si esplicitano ed altri si occultano.
Non è questa in fondo una caratteristica del gioco? Quella di essere cioè, allo stesso tempo, realtà e immaginazione, verità e finzione, concretezza e illusione.
All’autobiografia manca la verificabilità della verità storica e ancor più di quella scientifica:quando narriamo della nostra vita “costruiamo” una narrazione sulla nostra vita, mettendoci in gioco.
Quindi, tanto per giocare, un invito a ricordare e scrivere sulle suggestioni e le memorie provocate dall’immagine che propongo.
(Agostino d’Ippona, Confessioni, Libro X, cap.VIII, cap. XIV, Duccio Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Jacek Yerka, Between Heaven and Hell)

Ricordi fissati attraverso la scrittura

dal web

dal web

E’ una curiosa creatura il passato…
Emily Dickinson

Avviarsi per un percorso autobiografico significa confrontarsi con le dimensioni del tempo e della memoria.
Il tempo è quello della successione, dove i fatti della nostra esperienza sono i marcatori di un “prima” e di un “dopo” che riescono a riaffiorare solo quando li raccontiamo, a noi stessi o ad altri.
I nostri dialoghi, interiori o rivolti a disponibili ascoltatori, fanno sì che quegli eventi, quegli episodi significativi della nostra vita, diventino storie e come tali si fissino in modo indelebile nella nostra memoria.
“Si conserva solo ciò che è stato drammatizzato dal linguaggio”
Il ricordo del tempo passato suscita uno stato d’animo unico nella sua specificità: sentimenti di malinconia, nostalgia, rimpianto riaccendono passioni apparentemente sopite.
C’è nel ricordare il tempo passato un’emozione che è, allo stesso tempo, fatica della memoria e soddisfazione nel rimettere ordine nei giorni perduti.
L’emozione del ricordo suscita desideri.
Il desiderio di rivisitare luoghi, incontrare persone, risperimentare sensazioni ed emozioni già vissute. Ma per questo ci vuole coraggio, il coraggio di sfidare le quasi sempre, inevitabili delusioni.
“…gli eventi non restano; a differenza dei concetti, che si ripetono, gli eventi non si ripresentano, e sarà per questo che essi costituiscono la radice della nostra sofferenza…”
Per assaporare il buono dei ricordi è bene che essi restino tali e che l’avventura autobiografica sappia accogliere con rassegnazione l’inevitabilità del trascorrere del tempo.
Il desiderio di ritornare sui passi perduti lascia, così, spazio alla consapevolezza che i ricordi sono la sola parte della nostra vita che non può mutare e che nessuno ci può sottrarre, essi ci appartengono in modo perenne.
Attraverso un progetto autobiografico essi, i ricordi, fissati attraverso la scrittura, proiettano nel nostro presente la risonanza del passato.
Anna Giorgini

Quando si comincia

dal web

dal web

 

Mi studio di ripercorrere la mia esistenza
per ravvisarvi un piano,
per individuare una vena di piombo o d’oro,
il fluire di un corso d’acqua sotterraneo…
M. Yourcenar, Memorie di Adriano

 

Quando si comincia ad inseguire un pensiero autobiografico ci si scopre a guardare alla propria esistenza come spettatori.
Nel ripensare a ciò che abbiamo vissuto è come se ricreassimo un altro da noi che vediamo agire: nelle gioie e nel dolore, nei successi e nelle sconfitte, mentre assistiamo allo spettacolo della nostra vita.
Si inizia quasi per caso a ripensare al proprio passato e poi non si finisce più di cercare, di scoprire, di desiderare di andare a fondo e comprendere.
Come pazienti artigiani si va alla ricerca di tracce e indizi per rimettere insieme quei tasselli d’esistenza, spesso rimossi per l’urgenza di dimenticare o perché non si è avuto il tempo di osservarsi vivere.
Il pensiero autobiografico può trasformarsi allora in un progetto narrativo.
Storia di vita, che avrebbe potuto seguire altri percorsi, che avrebbe potuto conoscere esiti diversi, ma che al momento è la nostra particolare storia individuale. La nostra storia, l’unica che abbiamo.
Ed è così che dal pensiero autobiografico, passiamo al lavoro autobiografico.
Un lavoro che non è più solo mentale ma che cerca la sua concretezza nella parola scritta.
Quella scrittura cui ci siamo rivolti nei diari della giovinezza, nelle emozioni delle segrete poesie, o nelle fantasticherie intorno a scenari di mondi possibili, quando ancora la vita era tutta da inventare.
Ora che i giochi sono stati giocati, la scrittura si alimenta di un materiale variegato che alla giovinezza era ancora negato, depositato nella memoria.
Ed è grazie al voler ricordare, che la scrittura autobiografica diventa prendersi cura di sé.
Di quel sé quasi sconosciuto che la memoria rimanda e che accettiamo di prendere in carico.

Anna Giorgini

Desiderare di raccontarsi

foto A. Giorgini

foto A. Giorgini

 

Se ricordo chi fui, diverso mi vedo,
e il passato è il presente della memoria
F. Pessoa

 

Desiderare di raccontarsi con la scrittura autobiografica segna una fase nel proprio percorso verso la maturità. Non importa l’età in cui questo desiderio si manifesta (può accadere a trent’anni o a settanta), quello che conta è cominciare a pensare che è giunto il momento di percepirsi con modalità nuove.
Nella scrittura autobiografica il narrante è, al tempo stesso, il protagonista del proprio racconto, entrare in questa forma di pensiero (il pensiero autobiografico) vuol dire gettare uno sguardo nuovo su quegli aspetti di sé e del proprio passato che, apparentemente, fissi e cristallizzati possono tornare a rivestirsi di ulteriori significati di senso.
E’ così che il pensiero autobiografico s’insinua come un’urgenza nelle pieghe della quotidianità, non come semplice desiderio intimistico ma come un esercizio introspettivo.
Il momento è quando chiedersi “chi sono?”, “chi sono stato?” vuol dire riportare a galla un insieme di ricordi, e porsi domande che non chiedono solo risposte della mente, ma la disponibilità a rimettere in gioco sensazioni, emozioni, sentimenti ritenuti, a volte, sopiti nell’oblio della memoria.

Anna Giorgini

Autobiografia, cos’è

foto A. Giorgini

 

“Tutto quello che vivi, lo vivi perché pensi possa un giorno arrivare il tempo per raccontarlo”
Roberto Saviano

 

 

 

E arriva un tempo nel corso della vita in cui si comincia a sentire il desiderio di
raccontarsi.
Avviene questo, quando di vita se n’è fatta già una certa scorta o quando fatti ed
eventi s’affastellano e diventano esorbitanti.
Il desiderio di raccontarsi non sempre coincide con la disponibilità di qualcuno
all’ascolto ed è così che la scrittura diventa lo strumento attraverso cui dare parole e
voce a quella parte di sé desiderosa di uscire fuori.
Da tempi remoti la scrittura ci consente di narrare di noi ciò che abbiamo vissuto in
prima persona.
Testimonianze di vita vissuta arrivano a noi dai graffiti incisi sulle pareti delle caverne
e trasformandosi, nel corso dei secoli, nelle più simboliche forme alfabetiche ci
narrano storie di vita quotidiana e comune.
Raccontare di sé e della propria vita attraverso la scrittura è fare autobiografia.

Anna Giorgini

Scrivere fa bene

Devo mettere in questo foglio una storia.
Pensieri, immagini, emozioni che non si toccano e che spesso non so descrivere devono essere tradotti in un linguaggio, in modo da comunicarli e rendere altri partecipi.
Non agisco più solo le mie emozioni, ma mi fermo, ci rifletto, le prendo in mano, le ordino sulla mia scrivania, le organizzo in modo da tradurle poi su carta per temi o per data o per contenuto.
Attraverso la grammatica e le sue regole do forma e spazio e contenitore a pensieri e emozioni.
Un’emozione gigantesca trova un luogo sicuro dove potersi sfogare senza far danni e va a finire che se la trovo scritta in una pagina me ne distacco un po’, la leggo meglio, ne divento consapevole e va a finire che se l’emozione, o il comportamento ad essa legato, è negativo oltre a staccarmene un po’ l’abbandono, addirittura.
Scrivere fa bene, dunque.
Poi c’è chi raccomanda di non farne uso smodato e solitario, perché occorre l’esperto terapeuta che “contiene” l’elaborazione cognitiva di quanto su carta appena espresso.
Io vi dico invece, scrivete smodatamente e soli (difficile arrivare al nocciolo di sé in compagnia).
D’altro canto alcune tra le più belle scritture di tutti i tempi sono conseguenti a un dolore, a un conflitto interno e sono sicura che certi signori autori si sono sentiti meglio, ad opera finita.

Scrivete, dunque!

Scrivere è Benessere