Correre con il cane

biagiocorreTi ho cantato a squarciagola “ti porto via con me ribalteremo il mondo”.
Bene, diamoci da fare.
Le nottate sono preda dei dentini che faticano a spuntare, nelle giornate rimbalzo tra urla, capricci, abbai, pianti …
Di correre non c’è tempo, spazio, voglia, ehm ehm.
Dunque che si fa, si soccombe a questo stato d’animo misto di malinconia, insofferenza, frustrazione, stanchezza d’animo?
Non soccombiamo.
Smetti di bucarci tutti i vestiti e fai una cosa utile, piccolo cagnolino di pochi mesi dai muscoli forti e scattanti, esci a correre con me!
Lo so, sei un cucciolo di cane e non posso farti percorrere dieci chilometri (anche perché è lontanissima la mia forma fisica che li faceva correre a me, ora la forma è molliccia e rotonda, come lo stato d’animo).
Allora passeggiamo.
Uh bello!
Camminare è sempre stata una mia passione, poi è sopraggiunta la corsa e m’ha drogata.
Torno a camminare e, con la scusa di allenare il mio cane, faccio meno fatica.
Silenzio e fresco mattutino, i luoghi che amo, tu che smani per correre e allora dai, corriamo! Ti stanchi, sei piccolo, ma si vede che ti piace!
Un cane ci assale alle spalle, ti tiro su al volo col guinzaglio in tiro, sei in braccio, ma tu smani e allora dai, muovi le tue zampe lentigginose!
Portami via con te, forza.
Portami via dai miei pensieri negativi, dalle fatiche sembra mai ripagate, da quest’incertezza di futuro, da questa estate appena accennata, da questo sole poco pronunciato.
Fai il tuo lavoro di cane, piccolo terribile cucciolo che gioca a mordere i miei figli come fossero i fratelli, piccola tempesta che almeno non vuole essere il sostituto di nessuno, diverso come sei.
Fai il tuo lavoro di cane, strappami sorrisi e tirami giù dal letto!
Poi senti, adesso fa caldo e siamo apposto, ma ho trovato un’azienda che produce capi tecnici per cani sportivi, ti scaldano morbidamente e ti proteggono, ci sono giacche invernali, giacche ultimate, tute outdoor, tute in microfleece (e che diamine è), tute impermeabili con slogan “massima protezione contro lo sporco”, giacche impermeabili “per cani con manti lunghi e soffici”, poi c’è anche la giacca cooling se tante volte è caldo, e il porta bocconcini mini o junior, la cintura da running (per me o per te? Non ho capito!), la ciotola acqua travel o folded, e poi la mia preferita, la mantella twilight, che protegge dalla pioggia e fatta di un materiale che aumenta la visibilità del cane in condizioni di luce scarsa, non è finita, reggiti forte, le ghette di sicurezza, la bandana di alta visibilità, e tanta altra roba, non manca ovviamente l’abbinamento di colori con l’umano di riferimento e un fantastico guinzaglio per correre.
Insomma, in via indiretta mi ha strappato un sorriso.
Bravo Biagio, immaginarti con la tuta, le ghette e una bandana mi ha rischiarato la giornata!

Vivere con un cane

foto My Therapy

foto My Therapy


Mi sono felicemente giocata ogni possibilità e rischio di soffrire di solitudine.
C’è qualcuno che mi segue come la mia ombra.
Mentre faccio lavori domestici, di stanza in stanza.
Mentre stendo i panni ad asciugare, sempre con gli occhi vigili.
Mentre scrivo, ai miei piedi.
Durante tutto il resto della giornata, insieme alla mia famiglia.
Due mesi di vita e già con un abbandono alle spalle.
Adesso tocca a me dimostrargli che se lo lascio ventisette secondi da solo, non è per sempre, tornerò, torneremo.
Adesso tocca a noi renderlo sicuro di sé e indipendente, autonomo e felice.
So bene che qualcuno rabbrividirà, ma è un pensiero che io faccio sempre, rivolto ai miei figli.
È un cane, non è un figlio!
Si, grazie, lo vedo dai peli che lascia, dai versi che fa (anche se mia figlia adora fare il cane e abbaia spesso come Fulmine e Macchia), dal fatto che ancora lascia qualche bisognino in giro (presto uno spannolinamento collettivo, per il cane e per mio figlio!).
Ma certo, è un cane e ho tutta l’intenzione di trattarlo da cane, proibendogli il divano e il letto, dandogli cibo da cane, educandolo da cane.
Lasciarlo solo, bè questa è un’altra storia.
Quale essere vivente dotato di senno e di emozioni vorrebbe essere lasciato solo a lungo?
Si, ovvio che bisogna saperci stare, in solitudine, è una capacità che è sintomo di un Sé integrato.
Io ci sto bene da sola, ma da quando due bambini con grandi occhi chiari hanno stravolto, sconvolto e meravigliato la mia vita, ho ben capito che meglio della solitudine è il silenzio, giusto ogni tanto.
La mia “amata” solitudine” può essere sostituita da un paio d’ore di tranquillità e riflessione, in buona compagnia di un grooming accurato alle testoline dei miei figli e, a questo punto, del pelo lungo e bianco del mio cane.
Lui, certo, deve imparare a stare solo perché non sempre potrà venire con noi.
Lo sforzo, e il bello, sarà portarlo con noi il maggior numero di volte, nella maggior parte delle occasioni.
Io sono un’appassionata fan della “famiglia unita”, tutti insieme, tutti nello stesso posto, in modo che, quando ci cerchiamo, ci troviamo subito.
La sfida sarà lasciarci soli l’un l’altro il meno possibile.
Adesso, facciamo crescere questo meticcio breton bianco e arancio e poi andremo alla scoperta del mondo con occhi nuovi, con gli occhi di chi vive con un cane e può apparire svantaggiato rispetto a chi un cane non ce l’ha e può frequentare ogni giardino, ogni negozio, ogni ristorante, ogni spiaggia.
Quest’ombra bianca è una fortuna per me e i miei figli, non solo per le risate che ci fa fare, ma anche perché il nostro mondo sarà interpretato sempre con occhi nuovi, quest’ombra bianca fa già da collante, quest’ombra bianca è quell’emozione in più che arricchirà la mia famiglia, e darà serenità, contatto con le cose più importanti della vita, amore e accettazione della diversità, autenticità.

Anche se è un’ombra bianca che non perde occasione per salire sul letto (e lì non soffre di solitudine, il birbante).
Anche se tira giù i pantaloni a mio figlio.
Anche se, coi temporali, non potremo uscire di casa.
Anche se sento di dover pulire la casa ancora di più.
Anche se.
Non c’è nessun se, per fortuna, ma solo la nostra morbida ombra bianca.

L’intelligenza sociale

foto My Therapy

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Io timida non lo sono mai stata, ma ho sempre sofferto il primo impatto con la gente, e a periodi ho sofferto addirittura il momento dell’uscita di casa per andare a incontrare gente, da sola.
I miei cani mi hanno aiutata, ovvio, mi hanno fatto sentire più sicura, erano la transizione delicata tra me-sola e me-con gli altri, erano come il filo che tiene ben saldo il palloncino ma gli permette di volare sicuro, senza doversi perdere.
Il guinzaglio era la mia sicurezza, non solo quella dei miei cani che così non rischiavano di essere investiti o di finire nei crepacci, ammesso che il loro istinto non li avrebbe comunque salvati.
Senza contare quella moltitudine variegata di gente sconosciuta con cui ho stabilito contatti e feeling immediato parlando dei cani, abitudini, nasi umidi, chili di troppo, cacche e pipì.
Per non parlare di quanto bene mi abbiano insegnato a giocare, loro giocavano e mi lanciavano quel messaggio coi loro occhi, inequivocabile, sei viva, gioca con me, non farmi giocare sola, preferisco giocare insieme a te. La mia migliore amica solo negli ultimi giorni della sua vita non ha giocato, lei anche ammalata, lo faceva sempre perché era viva.
Giocare ci aiuta a distendere la mente, muovere e rilassare il corpo, a sorridere e il sorriso è scientificamente provato come sia una buona terapia per parecchi mali.
Perché non dire, poi, di quanto la comunicazione ne tragga beneficio. Ho saputo sempre con certezza quello di cui volevano “parlare” i miei cani, i loro bisogni e le loro emozioni, da un lato ero io disponibile a cogliere i loro messaggi diversi, dall’altro loro erano comunicativi in modo stupefacente. Studiando, ho imparato il nome di questo portentoso miracolo: comunicazione non verbale. Vivendo, l’ho applicato anche alle relazioni tra pari, guadagnandoci eccome.
Non posso scordare gli ultimi giorni della mia migliore amica (parlo di lei, ma d’altronde era la mia migliore amica!). Mia figlia le si avvicinava e le giocava accanto mentre lei, sofferente, dormiva. Mia figlia era triste, aveva capito tutto, forse non la separazione definitiva che sarebbe stata prossima, ma aveva capito la sofferenza, il suo dolore, la sua stanchezza.
Sembrerebbe, dai post che scrivo, che il mio cane abbia solo fatto soffrire i miei figli per la sua morte. Invece solo gli ultimi giorni e questi mesi di mancanza, c’è stata autentica tristezza. Nei suoi restanti quattro anni e mezzo, mia figlia ne ha solo gioito, riso a crepapelle quando si grattava la schiena sull’erba, ne è solo stata fiera avendola all’altro capo del filo del palloncino-guinzaglio, ha solo imparato a giocare con gentilezza e rispetto, ci ha solo guadagnato.
Non posso scordare lo scorso inverno, una passeggiata meravigliosa, un sacco di amici alla scoperta di un posto ben noto ma ricoperto di neve. Zuni, con la neve al garrese, si è divertita moltissimo e non posso scordare gli occhi felici di mia figlia, trascinata su uno slittino, mentre guardava il suo cane che saltava come un grillo; tutti, sorridenti, la guardavano saltellare e correre e affondare il muso nero per tirarlo su tutto bianco.
Chiamiamola pet therapy, anche quella.

L’educazione affettiva

foto My Therapy

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Tutti vogliono i figli intelligenti da un punto di vista cognitivo, dicevo.
Non tutti sono consapevoli dell’importanza di un figlio emotivamente intelligente, però.
Il bambino che impara presto ad avere a che fare con le emozioni, che sa riconoscerle presto e che impara di conseguenza a gestirle, a non immagazzinarle senza elaborazione, col rischio di una bomba devastante a distanza di tempo, è un bambino più ricco, più adattato al mondo, con più “successo”.
Non è facile insegnare le emozioni.
Io, che ci lavoro da anni, ho problemi seri a veicolarne il senso ai miei figli, bisognerebbe avere il sangue freddo e la pazienza di “pensarle” prima di “agirle”, se io mi arrabbio non sempre riesco a soffiare via la rabbia dal naso, ritrovare l’equilibrio per essere la persona ragionevole che i miei figli meritano. Capita che io urli e questo oltre che inutile è anche dannoso. Un attimo dopo l’urlo lanciato io mi vedo “da fuori”: sembro una pazza che spaventa i miei cuccioli.
Vorrei insegnar loro l’esatto contrario e sappiamo bene che i bambini crescono con l’esempio e io fallisco miseramente.
Quanto può aiutare un cane in questo.
(Perdonatemi se parlo sempre di cani, conosco loro meglio di altri pet, ma sono curiosa di altre esperienze, serpenti a parte).
Un cane arrabbiato non si sfoga col primo che gli capita a tiro.
Un cane felice e innamorato lo dimostra, senza mezzi termini, senza sottostare a ripicche e ricatti.
Un cane annoiato ve lo dice, senza parlare.
Il cane è a disposizione del vostro tempo, senza farvelo pesare, non vi fa mai sentire soli, da senso alle vostre giornate perché comunque sia lui è sempre enormemente grato a voi e alle vostre cure.
Un cane aumenta l’autostima, un bambino che porta un cane al guinzaglio si sente grande, si sente bello, si sente invidiato, invincibile.
Un cane ha persino paura della morte e esprime coi suoi occhi la consapevolezza istintiva che è arrivato il suo momento.
Il cane, con un’educazione al rispetto, non vi tradisce.
La presenza del cane aiuta a capire il ciclo della vita, si nasce, si vive, si muore, dopo la morte si elabora un lutto, con dolore e difficoltà, ma si sopravvive più forti e se si è più forti non si ha paura.
Questo può imparare un bambino, vivendo insieme a un cane (un gatto, un topo, l’elefante no perché è troppo grosso).

“Il dolore di domani fa parte della felicità di oggi”

C’è gente che non ama gli animali, pensa che siano sporchi.

Allora che vogliamo dire di quei signori che ti passano accanto per strada e emanano dal proprio corpo odori tipici da lontananza, anche mensile, da acqua e sapone?
C’è gente che ha paura degli animali, pensa che siano pericolosi.
Allora che vogliamo dire di quel perfetto conosciuto che è per esempio un amico di famiglia che ti prende la bambina di due anni, te la stupra e te la ammazza?
C’è gente che non ne vuole sapere di vivere con un animale.
Poi gli si infila un gatto dentro casa e si scioglie come burro al forno, e pur continuando a blaterare che gli animali devono stare “a posto loro” si divertono con l’animaletto furbetto e gli si affezionano e lo scaldano d’inverno sulla sedia della cucina, eccetera eccetera.
La gente mette dei muri intorno a sé, posso capirlo.
Magari ha un’anima ferita, magari è cresciuta con intorno a sé sfiducia, magari non ha imparato a voler bene sul serio.
Ecco, gente col muro, vorrei persino rivolgermi a voi, con questa pagina.
Convincervi non mi interessa, fare un buco col trapano nei mattoni, magari si.
Vi faccio un esempio pratico, come diceva una brava docente a un corso di qualche tempo fa.
Attualmente vivo un grande lutto.
Ho perso il mio compagno cane.
Ne ho avuti parecchi di compagni a quattrozampe, anche gatti, anche senza zampe tipo pesci e un rondone che doveva imparare a volare.
Ma questo compagno che ho perso ormai 4 mesi fa era IL COMPAGNO DELLA MIA VITA, non ce ne sarà un altro uguale. Ne prenderò altri, in futuro, di compagni di vita per i miei figli, ma il compagno della mia vita è morto a luglio.
Vivo un grande dolore, adesso.
In genere si tende, in questa vita affannata e superficiale, a dribblare tutto ciò che porti dolore.
Ebbene io rivivrei cento volte al giorno questo stesso dolore perché ho vissuto insieme alla mia compagna momenti di grande ricchezza, di grande felicità.
Mi ha dato tanto, lei e il mio rapporto con lei.
Ho vissuto anni circondata di amore e sincerità, sostegno e delicatezza, presenza costante e comprensione autentica.
Esatto, “solo” per un cane.
Vorrei ma non posso esentare i miei figli dal dolore, detto questo, non posso pensare di farli crescere senza quel tipo di amore, sincerità, sostegno, delicatezza, presenza costante, comprensione autentica.

Tutti vogliono la felicità, nessuno vuole soffrire.
Ma non si può fare un arcobaleno senza un po’ di pioggia.
– S. Guerrera

(“Il dolore di domani fa parte della felicità di oggi” : dal film viaggio in Inghilterra)

La pet therapy è una cosa seria

Chiamarla pet therapy è utile al mio sito di “terapie dolci e più o meno lente”, ma può essere riduttivo, perché un sacco di gente e di cani è preparatissima e agisce con grande scientificità.
Io ho un’esperienza poco scientifica ma molto accurata e assai delicata, potrei definirla “attività assistita da animali”, (quando invece ha parametri più rigidi la chiamiamo tranquillamente “terapia assistita da animali”).
Non che le “attività” non siano scientifiche, anzi si basano su precisi principi psicologici, ma in questo caso non sono necessari una equipe e dei protocolli di azione ben definiti.
A cosa possono servire dunque le Attività Assistite da Animali (AAA, appunto)?
Prendiamo un gruppo di ragazzi, bambini, disabili, adulti, anziani, tossicodipendenti … insomma prendiamo un gruppo di qualsivoglia tipologia di persona, mettiamoci anche un cane addestrato e un conduttore qualificato, o almeno che abbia concezione di quel che sta facendo, di quel che può scatenare a livello emotivo lavorare con un cane, un conduttore che sappia dunque “contenere” le più diverse reazioni emotive delle persone.
Ecco siamo pronti, possiamo partire al raggiungimento di certi ben chiari obiettivi:
– favorire la cosiddetta “coesione” di gruppo, far si che le persone sappiano lavorare bene, perfettamente integrati nel gruppo dei pari, motivati, con coscienza di sé e autostima
– porre attenzione alla sfera del linguaggio non verbale, anche perché la maggior parte delle informazioni di una comunicazione passa proprio attraverso il non verbale
– aumentare il movimento, l’equilibrio
– responsabilizzare, rendere autonomi, maturare nei rapporti interpersonali, fare la conoscenza di nuovi concetti, sviluppare la fantasia.

Eccoci invece a parlare di Terapie Assistite da Animali (TAA). Dicevamo che serve una equipe (il conduttore preparato, lo psicologo, il medico, il veterinario e tanti altri dei quali uno di questi giorni dedicherò un post) e dei protocolli d’azione per attuare quella che possiamo ben chiamare CO-TERAPIA.
“Vi faccio un esempio pratico”.
Prendiamo un signore obeso di una certa età che ha rotto in qualche modo il suo bel femore. Prima o poi i medici lo prenderanno, insieme al fisioterapista di turno, e lo alzeranno dal letto sul quale il signore si crogiolava ben bene tra le sue disgrazie. Il fisioterapia dovrà costringerlo a farlo camminare di nuovo.
Dolori incommensurabili, fatiche indicibili, scoraggiamenti vari lo accompagneranno su e giù per lo stesso corridoio o ala di palestra, piegato e sofferente sul deambulatore di ferro che sembrerà persino mezzo arrugginito.
Stessa immagine, con variazione.
Pensate allo stesso signore che oggi deve alzarsi di nuovo e piegarsi al volere di quelli che considera suoi aguzzini, che però tanto cattivi non sono e oggi gli dicono “sorpresa! Oggi camminerai con Jack!” e gli compare davanti un biondo fanciullo golden retriever ben pettinato e fortemente allegro tanto quanto il suo conduttore bipede.
Ecco il signore obeso che oggi si sente una farfalla e non sta più aggrappato al deambulatore a quattro mani ma con una soltanto perché con l’altra tiene forte il guinzaglio, oggetto transizionale presumibilmente gonfio di significati emotivi che magari tornano dal passato,.
Oggi dunque il signorotto vola veloce in punta di piedi, col cuore leggero e l’anima in pace e i minuti da contare diventeranno solo quelli tra una fisioterapia e l’altra.

Germi zero – relax uno

foto My therapy

foto My therapy

Mentre facevo la fila dalla pediatra ho incontrato una mamma di quelle super pulite, igieniche e igienizzate. Il suo povero bambino, alle prese con una fastidiosa dentizione, non poteva mettere le mani in bocca che lei gliele toglieva con grande disappunto: “sono sporche”.
Qualche mamma, meno costernata di me, provava a dirle “sono tutti anticorpi”, ma lei categorica “No! Non è questione di anticorpi, io pretendo pulizia, lavo ancora i suoi vestiti con il disinfettante e separatamente dagli altri, ci tengo, voglio pulizia”.
Che ansia.
Io subito a pensare ai miei carichi di lavatrici miste, boh, sarò una madre snaturata se lavo i miei calzini insieme a quelli dei miei figli? Ero snaturata quando sorridevo alle leccate goduriose del mio cane alle manine dei mie figli? Che madre sono se non lavo il pavimento tutti i giorni o se il ciucco cade e me lo ciuccio io prima di restituirlo a lui?
Mi domando: varrà la pena intraprendere una guerra quotidiana contro germi e batteri a discapito di una serenità propria e dei propri figli, di una vita leggera, di un animo rilassato e di un approccio tranquillo al mondo?

Un figlio intelligente

foto My Therapy

foto My Therapy

Tutti vogliono un figlio intelligente, iniziano le mamme in gravidanza mangiando tanto pesce azzurro, l’ho fatto anche io.
Adesso leggo tante favole ai miei figli e guardiamo insieme le figure, facciamo i versi degli animali, cerchiamo gli oggetti che conosciamo, troviamo anche quelli sconosciuti.
Cerchiamo insieme di fare nuove scoperte nel piccolo mondo di casa nostra e cerco di offrir loro anche esperienze DIVERSE.
E’ la diversità che arricchisce, è avere a che fare con la diversità che stimola la memoria, l’attenzione, la percezione, è la comprensione della diversità che aumenta la capacità di riconoscere e dare senso tutte le informazioni del mondo esterno e quindi la capacità di rispondervi, facendosi capire con parole e azioni.
È osservare e vivere in un mondo variegato che permette di sviluppare la capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio (la deprivazione sensoriale d’altronde è considerata una vera e propria tortura).
Dunque la diversità degli stimoli rendono agili ed efficaci le abilità cognitive, che rendono i nostri bambini intelligenti.
Fatta questa premessa, risulta ovvio come un pet in famiglia aumenti la possibilità di incontro con la diversità, sempre ammesso che trattiamo il nostro cane come cane e non come uomo (ecco, ricordiamoci di trattare il nostro cane da cane, di amarlo come un cane, lui stesso ci amerà da cane, sentendosi un cane e allora si che sarà un’esperienza indimenticabile!).
Il cane, o il gatto, il pesce, il coniglio, il camaleonte, sono “diversi”, hanno un apparato digerente diverso, hanno bisogno di mangiare il proprio cibo, hanno un altro corpo da esercitare in un altro modo, non parlano, o meglio parlano ciascuno a modo proprio, e così via.
Questo comporta che conoscere il cane, anzi vivere insieme a un cane significa cedere a certe comodità, uscire a farlo passeggiare anche sotto la pioggia, non potersene stare sulla spiaggia tutti insieme e talvolta rinunciare a un ristorante, un negozio, il cinema …
Crescere con un cane significa essere consapevoli dell’altro diverso da sé e iniziare presto ad aver coscienza del proprio corpo; i bambini formano in fretta il proprio schema corporeo mentale, proprio in base alla stimolazione della propriocettività, il toccare, manipolare il corpo peloso e sentirlo diverso da sé.
Tutto ciò aiuta a considerare il “diverso” solo come diverso e non come cattivo.
Io giudico questo come un fatto avente un potere straordinario sull’educazione cognitiva di una mente in formazione, estremamente ricettiva come quella dei bambini, che hanno diritto ad apprendere non solo a scuola ma anche a casa, con il veicolo di un amore incondizionato che solo un pet può dare.

Un cane in ospedale?

Ho passato trentasette lunghi giorni in una camera di ospedale in attesa del mio secondo figlio.
Soffrivo molto la separazione dalla mia prima figlia, da mio marito e tutta la mia famiglia e amici, che venivano a trovarmi il più spesso possibile e a mia figlia era consentito l’ingresso anche in orari vietatissimi alle visite.
Mi mancava il mio cane.
Piangevo spesso per essere stata sradicata dalla mia vita, per paure sul futuro prossimo, per incertezze sulla mia salute e su quella del mio bambino.
Magari avessi potuto fare un po’ di sana pet therapy con il mio amatissimo cane, mia compagna di studi, di lavoro, di corse, di shopping, di tutto, di vita insomma.
Non dico tanto in ostetricia, ma in qualche altro reparto più separato magari avrebbero persino potuto farmelo incontrare, no?
Conosco gente che a questo punto cadrebbe persino dalla sedia pensando a un cane in ospedale.
I cani puzzano, i cani sono sporchi, i cani portano malattie, i cani devono vivere per conto loro.
Ecco dunque che mi torna in mente quella giovane psicologa che ascoltavo in uno dei corsi sulla pet therapy che ho frequetantato e che raccontava di come fosse entrata con un cane in terapia intensiva, addirittura.
Lì c’era un bambino che non reagiva alla malattia, si sentiva triste, solo, impaurito, indifeso, era triste e il suo umore non aiutava il corpo a lottare.
Ricordo bene la dolcezza della voce della psicologa mentre descriveva il cane vestito di verde, con le protezioni usa e getta ai piedi, insomma alle zampe, e quel bambino che d’un tratto non era più indifeso, né impaurito, aveva una vita accanto che soffiava e scodinzolava, non stava più in panchina a guardare giocare, adesso giocava anche lui e il suo sorriso era un bel gol alla malattia.
Alla faccia dei maniaci dell’igiene sterile e alla faccia di chi considera gli animali un puro e inutile accessorio.