Il deserto dei tartari

Certe letture a volte fanno salire un grande struggimento d’animo.

Ci si identifica tanto con il protagonista, talmente bene sono descritti i suoi sentimenti così simili ai nostri, che si finisce per soffrire con lui.

E’ bellissimo e doloroso Il deserto dei tartari.

Il protagonista, Giovanni Drogo, è un ufficiale che prende servizio in una remota Fortezza di confine, situata tra i monti e confinante a Nord con un gigantesco deserto, quello dei tartari, appunto.

La Fortezza Bastiani ha proprio la funzione di sorvegliare il deserto del Nord, dal quale i tartari non arrivano più da tanto tempo (anzi, forse non sono mai arrivati, forse sono un popolo costruito da miti, mai esistito davvero).

La Fortezza li aspetta e quest’attesa contagia come una malattia tutti i soldati di stanza presso di essa.

Tutti i soldati, Drogo compreso, prendono infatti servizio alla Fortezza sicuri di rimanere solo qualche giorno, poi, affascinati dal deserto del Nord, fiduciosi che tanto c’è tutto il tempo per realizzare i propri progetti di vita, restano altri quattro mesi.

Ma quattro mesi sono già troppi, durante questo tempo la Fortezza li fa “dimenticare degli uomini” e li contagia con il sentimento dell’attesa, che in questo caso è attesa dei tartari (cominciano a venire alla mente del lettore delle domande: io cosa sto aspettando? cosa sto facendo, nel frattempo?).

Si aspetta, assorbiti dai rituali meccanici della quotidianità, tanto c’è tempo per tornare alla vita normale e realizzare tutti i propri sogni.

Il tempo c’è, è vero, ma passa veloce.

Quattro mesi diventano quindici anni che non si notano affatto a guardare le mura immutabili della Fortezza e le immobili montagne, ma si vedono eccome a guardare il volto e il corpo invecchiati di Drogo.

Drogo, ammalato, viene allontanato dalla Fortezza proprio mentre arrivano genti dal Nord.

Non è servito a nulla rinunciare al proprio tempo per aspettare l’occasione di tutta la vita. Tempi migliori non verranno in futuro, il tempo giusto è adesso, non si può più aspettare.

E’ la lettura giusta per chi tende a procrastinare, per chi dice “vedremo”, per chi ha una incrollabile fiducia nel futuro e nel frattempo non muove un dito per realizzare i suoi sogni.

La propria idea di futuro va costruita attimo per attimo, con sforzo, responsabilità, scelte consapevoli.

Il deserto dei tartari è un libro grandioso che parla “dell’irreparabile fuga del tempo”, così efficacemente raccontata dalla descrizione delle strisce di sole proiettate sui tappeti e sui muri che si muovono e, passano, indicando il tempo in fuga, o delle stelle che si muovono nel riquadro della finestra, che, col tempo, non si vedono più.

Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. “Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce che è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento, ma non si ferma mai.

Il deserto dei tartari, Dino Buzzati, 1940

Se volete leggere altri capolavori terapeutici cliccate qui.

Giuliana

 

Manteniamoci giovani. Vita e vino di Emidio Pepe

“I Pepe ridono, sorridono sempre. Un po’ perché questo mondo non ammette le debolezze della disperazione, un po’ perché sono felici veramente”.

Questa è la forza di una famiglia di vignaioli nata e diventata grande grazie a lui, Emidio Pepe, uno che ha imparato da bambino a conoscere da vicino il duro lavoro dei campi, uno forgiato dalla terra come testardo, ma dalla terra modellato come uomo di fiducia.

Emidio Pepe è un uomo che incita e dà fiducia, uno che avrebbe preferito che figlie e nipoti non andassero all’università perché

ti arricchisci di ogni persona con cui parli.

Emidio Pepe è un uomo che ha viaggiato quando i viaggi non andavano di moda e non erano nemmeno facili, ma è diventato quello che è, grazie al coraggio che ha avuto di andare incontro ad altre realtà, senza intermediari.

Fare il giramondo forma l’uomo.

Emidio Pepe ha dato vita ad una azienda familiare dal sapore internazionale, dalle colline immutabili di Torano Nuovo, Abruzzo, piantate a Montepulciano e Trebbiano, i vini Pepe hanno un respiro ampio, vedute lungimiranti, lunghezza di passo a misura di sognatori testardi.

Il libro Manteniamoci giovani. Vita e vino di Emidio Pepe, curato da Sandro Sangiorgi, edito da Porthos, è una bellissima lettura di terra, di vino, di poesia e di vita, una biografia di un uomo, di una azienda, di una famiglia, di un modo di vedere il vino, le piante, il futuro.

E’ una lettura indispensabile per chi si avvicina in punta di piedi al mondo del vino, per chi ci è dentro fino al collo, per chi non ne sa niente ma vuole imparare.

E’ una storia che stimola la necessità di aver chiari i propri obiettivi, la necessità di lavoro di mani, sudore di fronte, testardaggine di anima perché gli obiettivi non siano solo sogni ma una realtà conquistata.

 

“Ma tu lo sapevi già di fare uno dei migliori rossi del mondo?”

“Si, sono partito proprio con questa idea”.

Giuliana

Non ora non qui

Non ora non qui è il primo libro che Erri De Luca ha pubblicato alla soglia dei quarant’anni (1989), dopo aver percorso innumerevoli strade di vita (operaio, muratore, volontario in Africa, autista …).

Non ora non qui è la storia (breve e intensa, come tutte le storie di Erri) di un uomo di sessant’anni che tiene in mano una vecchia fotografia che ritrae una donna intenta a guardare un bambino in un autobus in transito.

L’uomo riconosce nella donna sua madre che osserva lui stesso, bambino.

D’un tratto il bambino diventa l’uomo che guarda la foto, il quale inizia un dialogo sommesso e accorato con la donna, raccontandole emozioni e storie che hanno trasformato quel bambino nel sessantenne con la foto in mano.

Le emozioni vanno di pari passo alle vicende narrate, le parole usate per narrarle sono semplici, senza arzigogoli, profondissime e evocative.

Non ora non qui va letto per comprendere l’inestimabile valore della memoria, adatto per chi vuole una lettura breve ma coinvolgente, scorrevole ma mai superficiale.

Fa bene al cuore, Erri De Luca, perché evoca di continuo immagini e metafore che districano i pensieri e fanno sentire ancora più in contatto con le cose autentiche della vita:

la terra amata, il rispetto per l’altro, il perdono di se stessi e per il proprio passato, che va accettato pur con un po’ di nostalgia, il rispetto del silenzio, dei modi antichi, delicati e gentili, di toccare cose e persone.

 

Ho in corpo il peso di un ricordo

Splendido, come sempre, il mio amato Erri De Luca, senza tempo.

I lettori affezionati di My Therapy conoscono il mio debole (il mio forte!) per Erri, lo leggo piano, a sorsi, intervallandolo a altro, poi torno ai suoi libri, perché mi fa sentire a casa, in pieno contatto con la mia anima, non con la testa tra le nuvole, come mio solito, ma con i piedi ben piantati in una terra sempre amorevolmente descritta, con il cuore tra le persone sempre così empaticamente raccontate, con la testa tra le parole, sempre così precisamente vicine ai sentimenti.

Ho trovato alcune espressioni, quasi poetiche, che mi hanno in qualche modo riportato a me stessa, ve ne faccio partecipi.

Ero un bambino più assorto che quieto.

 

L’adolescenza era una delle stazioni della pazienza, aspettando di consistere in future completezze. Erano anni stretti e il mondo immenso.

 

Faceva ridere, non se ne risentiva. Per quale miracolo alcune creature non si addolorano delle risate versate sui loro sforzi, sui loro inciampi? Mancò a me sempre la sua grazia in questo.

 

Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le persone.

 

Oltre la calma ti spiaceva anche la mia distrazione: Mi facevo assorbire dalle assonanze. Molte cose finite sotto i miei sensi evocavano un altrove. Ero, lo sono ancora, spesso assente di un’assenza impenetrabile.

Non ora non qui ha avuto la capacità incredibile di raccontare cose di me stessa.

Se non è libroterapia questa, cos’è! 

Giuliana

Bel-Ami

Bel-Ami è un arrampicatore sociale di prim’ordine, è un uomo che sa quello che vuole (soldi, potere, piacere) e per ottenerlo usa tutti i mezzi a sua disposizione, infischiandosene della morale.

Bel-Ami ha parecchi dei peggiori difetti dell’uomo, è invidioso, cinico, spavaldo, probabilmente l’unico suo sentimento autentico è l’affetto che prova per la bambina che lo ha soprannominato Bel-Ami (il suo vero nome è Georges Duroy, figlio di due poveri contadini di Canteleu).
Ha dalla sua parte la fortuna di essere bello e di possedere un elegante e naturale portamento, ma non ha altro di positivo, eppure non si può fare a meno di tifare per lui, sotto sotto, e il merito è tutto della penna che lo ha dipinto come un quadro, lo ha reso reale come un uomo imperfetto che, pur cinico e sprezzante, è ironico e divertente.
Allo stesso efficace modo l’autore, Guy de Maupassant, ha tratteggiato le vicende e i luoghi di Parigi di metà dell’Ottocento, rendendo il romanzo anche fondato su verità storiche, ha raccontato, pur nella finzione, una società affatto misogina, dove le donne hanno un potere notevole dato da talenti e intelligenze.

Con un minimo di metodo si ottiene tutto ciò che si vuole.
Madeleine

Bel-Ami è un personaggio che non insegna certo a vivere secondo principi di rispetto e moralità, ma è un libro ricco di sentimenti (l’amore, la paura che è spesso più potente della volontà, l’ambizione, la pazienza, la vita, la morte), è un libro che fa venire più di un batticuore (il duello, il coordinamento di più d’una amante, il matrimonio in Chiesa).

Bel-Ami è un grande classico e come tale fa bene leggerlo per la lettura in sé, scorrevole, emozionante, ai limiti di una perfezione che io personalmente trovo quasi solo nella grande letteratura d’altri tempi, quella che ho racchiuso nel termine “Capolavoro“.

Giuliana

Ingredienti per una vita di formidabili passioni

Questo libro è una raccolta di brani che riassume la vita di formidabili passioni di Luis Sepúlveda: i suoi primi amori, la poesia, Neruda, Salvador Allende, l’etica e l’estetica, il suo (e mio!) amato Gabo, l’impegno politico che ha segnato la sua vita e ha dato senso al suo scrivere.
Certi racconti sono appassionanti e fanno emozionare: la storia degli operai nelle miniere di carbone delle Asturie, l’oscurità, il fumo, il pericolo, gli spazi stretti, la mancanza d’aria, la lotta, gli scioperi per conservare la nobiltà di un lavoro terribile.
E poi ancora, l’addio doloroso alla sua compagna cane dopo 14 anni di vita insieme, i racconti del terremoto in Cile del 2010, racconti terrificanti che fanno male alla mia gente di questa Italia centrale così duramente provata, ma parole che danno speranza perché la gente degli appennini mi sembra assomigliare ai cileni, solidi, solidali, tenaci e caparbi, ostinatamente impegnati nello sguardo in avanti.
La visita al campo di concentramento di Bergen Belsen, durante la quale ha letto poche parole impresse accanto ai forni crematori, “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia“, una frase che ha dato senso al suo essere scrittore: esserlo per dare voce a chi voce non ha, esserlo per unire etica e estetica.
L’avvicendarsi dei ricordi del suo “vecchio” ai momenti del presente in cui è lui stesso il “vecchio” di una numerosa famiglia, al “vecchio” spetta l’asado ed è una consapevolezza non nostalgica ma piena di tenerezza e orgoglio per tutto ciò che è stato.
E poi ancora, il Cile, la sua patria. Alla domanda “di che nazionalità sei?”, lui risponde sempre e comunque “io sono cileno” (anche se la dittatura gli tolse la cittadinanza, anche se vive in un altro posto).

Sono un cileno privo di documenti che lo accreditino come tale, ma non importa, ovunque mi trovi mi basta guardare verso sud per sentire sulla faccia l’aria australe, che nella mia memoria ostinata profuma sempre di solidarietà, di fratellanza e della volontà di costruire un paese migliore.

È un racconto fatto di parole semplici, quasi un diario, una confessione, parole che incitano a “non dimenticare mai la poesia delle piccole cose“, parole utili a chi le legge per guardare oggettivamente e ironicamente alla realtà (è divertente il capitolo sui troll, quelli che dovrebbero cucirsi le labbra per pura “igiene sociale”, quelli che, come si dice dalle mie parti “aprono bocca e gli danno fiato”, senza pensare e sapere quello che dicono, quelli che oggi coi social hanno un potere incredibile ma farebbero bene a stare zitti per inquinare il meno possibile la vita sociale di tutti.

La sua vita di scrittore pare cominciare nel momento in cui gli giunse una consapevolezza:

L’amore per le parole mi si rivelò come un amore fedele, che non mi avrebbe mai tradito.

Nè l’amore per i figli lo tradirà e una domanda, sul finale della lettura, squarcia il velo della quotidianità e dei ritmi frenetici e inconsapevoli della vita:

Perché diavolo facevo il corrispondente in Angola, Mozambico, Capo Verde , El Salvador, se quello che più desideravo era stare con i miei figli?

Ingredienti per una vita di formidabili passioni è una bellissima lettura, ricca di grandi spunti di riflessione, è una lettura che fa bene perché ci spinge a domandarci, a essere critici anche con i nostri ricordi, per questo può risultare una lettura non facile, è come un ago sulle ferite aperte della nostra anima, ma, buone notizie, siamo ancora in tempo per avere la vita che vogliamo, una vita che non trascuri, anzi si basi proprio sulle formidabili passioni di ciascuno.

Giuliana

Altri libri terapeutici di Luis Sepúlveda:

Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

Scrivo dunque sono

Lo confesso, prima di regalare il libro Scrivo dunque sono alla vincitrice del premio del contest My Therapy per Futuro Infinito, l’ho letto.
La scrittura terapia è un’altra delle mie manie, la scrittura è la mia salvezza da tanti punti di vista, questo libro mi ha parlato, mi ha aperto il cuore, mi ha rafforzato dei processi cognitivi, mi ha illuminato.
Il minimo che posso fare è tentare di scrivere una recensione degna della bellezza terapeutica di questo libro di Elisabetta Bucciarelli, che ho conosciuto anche grazie a La resistenza del maschio.

Riflettere sulle parole è un’occasione per tutti, offre l’opportunità di svelarci a noi stessi.

L’obiettivo è proprio quello di farci riflettere sulle parole scritte, su ciò che produciamo sotto forma di diario, di racconto o di romanzo, ogni nostra scrittura parla di noi, scrivere ci allena a mettere in ordine il nostro caos emotivo, “scrivere è definire, occupare, prendere possesso, creare, abitare uno spazio”, scrivere è “la stanza tutta per sé”.

Scrivere è dipingere il proprio autoritratto con le parole.

Scrivo dunque sono non è semplicemente un manuale di scrittura creativa, è una raccolta di indicazioni perché la scrittura, oltre che creativa, sia di significato per chi ne fa uso, di significato e di utilità psicologica.

Le indicazioni per la scrittura terapeutica e per quella creativa sono molteplici e in parte sovrapponibili:
– nell’atto creativo serve una distanza (“più ci avviciniamo a qualcosa meno riusciamo a vederla”)
– occorre ricercare “quel linguaggio speciale capace di risanare, interrompere, ricreare
– occorre ricercare il silenzio, utile anche per recuperare concetti come stupore, meraviglia, immaginazione.
– occorre scegliere con cura le parole, scrivere vuol dire reificare i pensieri, renderli cose che si possono vedere, immagini, scrivere è il primo atto per realizzare i desideri (Jodorowsky insegna)
– “Si scrive meglio dopo aver studiato, letto, incamerato parole, sottolineato, trascritto”, leggere le parole degli altri è una “risorsa per trovare antichi e nuovi modi di dire, più efficaci, a seconda delle nostre necessità”, ed è anche utile per “ridare dignità a un lessico abusato e impoverito”.

Scrivo dunque sono è anche un eserciziario, un prontuario per la scrittura sensoriale, per la scrittura del diario e per quella poetica (avete mai pensato alla poesia come luogo in cui la regola è rispettata e poi dimenticata? Alla poesia come libertà, la poesia che è deragliare, mettere in discussione i convenzionalismi?).

La pagina è come una mappa del tesoro e come tale dobbiamo imparare a guardarla.

Possiamo cercare il nostro tesoro interiore con stupore e voglia di mettere in gioco la nostra anima.
Ma non è difficile metterci l’anima, chi scrive lo sa.

Quando scriviamo siamo immersi e appassionati, aderenti e sofferenti, in un costante stato di innamoramento.

Scrivo dunque sono è un libro per chi ama scrivere: il testo e gli esercizi sono di grande ispirazione; è un libro utile per chi ama le parole e ci lavora, rafforza il concetto del loro potere e del loro uso ai fini della costruzione di un mondo migliore, di una migliore versione di se stessi.

Giuliana

Leggende delle Dolomiti. Il regno dei Fanes

Sono entrata in una libreria di San Candido quando ero in settimana bianca, perché posto che vai libreria che trovi e non sia mai che io non entri in una libreria di qualunque posto io vada.
Sono entrata in una libreria di San Candido, dicevo, tralasciando la bellezza di questa cittadina incastonata come un diamante sulle Dolomiti, perché volevo comprare il libro di Mauro Corona che usciva proprio quel giorno e mi piaceva l’idea di comprare il libro proprio sulle Dolomiti, tra l’altro raggiunte dopo una breve sosta sotto Erto.
Sono entrata nella libreria di San Candido e ho trovato una libraia intenta a verificare se ci fossero nuove uscite editoriali da ordinare, e solo alla mia richiesta ha aggiunto alla lista il libro che cercavo.
Poiché non sono abituata a uscire da una libreria senza acquisti, ho cercato altro.
Ovviamente, ho trovato.
Eccolo, il libro giusto.


Leggende delle Dolomiti. Il regno dei Fanes, di Karl Felix Wolff, edito da Mursia,, 191 pagine che scorrono via non velocissime, ma intense, ancorate a quella terra stupenda che conosco poco ma che, tramite le leggende, mi appare ancora più affascinante.
Leggende delle Dolomiti. Il regno dei Fanes narra di diverse leggende tra cui proprio quella del regno dei Fanes, il popolo che abitava sulle Dolomiti, un popolo mite, la cui regina sposò un uomo bellicoso e conquistatore, che portò i Fanes alla rovina.
I pochi superstiti si sono rifugiati in una caverna sotto il lago di Braies, insieme al popolo delle marmotte, loro, alleato, in attesa del “tempo promesso” per risorgere; si dice che nelle notti di luna piena la regina esca in barca dalla caverna insieme alla principessa superstite e faccia il giro del lago, per poi rientrare, in silenzio.

Il “tempo promesso” che attendono i Fanes per risorgere è un augurio a tutta l’umanità:

Dovrà riportare pace e amore sulla terra … in quel tempo non ci saranno più guerre né uccisioni, né rancori, e come già in un lontanissimo passato gli uomini saranno fratelli, legati da un vincolo d’amore.

Ho fatto una piacevole lettura e mi sono domandata l’utilità delle leggende, queste particolari narrazioni che mescolano parte di realtà e molta fantasia comunque legata alla terra e al popolo di cui esse narrano.

Le leggende sono storie legate alle tradizioni e alla cultura del territorio, in genere tramandate oralmente, e costituite da un magico miscuglio di realtà e vicende fantastiche che spiegano certe parti della storia di un popolo, certi nomi di luoghi, certe caratteristiche degli ambienti.
Sono utili per entrare in contatto autentico con i posti che visitiamo, le leggende sono narrazioni che aiutano in un certo senso a risalire alle origini di tempi, luoghi, persone, popoli, per comprendere l’atmosfera e fare nostre le suggestioni dei luoghi, che è un po’ il senso vero del viaggiare consapevolmente.

 

Questo libro mi ha aperto una nuova interessante porta sul mondo delle leggende-terapia; è proprio vero, ogni libro è una scoperta.

Giuliana

 

Tre storie magiche

“Tre storie magiche”, di Alejandro Jodorowsky (2015), è una raccolta di tre storie in cui l’autore ripercorre il filo conduttore del suo pensiero (l’autore è l’inventore della psicomagia,  una forma d’arte che può portare alla guarigione) e traduce, sotto forma di racconto, l’idea che certe storie contengono quel pizzico di magia che può aiutare il lettore a migliorare la sua vita.

La prima storia è il racconto di un bambino visionario che vuole diventare un pompiere. Tutti bambini sono visionari, tutti i bambini vedono un mondo a cui noi adulti abbiamo smesso di credere, questo ce li rende spesso incomprensibili, ci rende impossibile credere alle loro giustificazioni, eppure questo racconto ci apre gli occhi sulla loro vita interiore, ci fa sospendere il giudizio sulla loro fantasia, che non ha limiti perché è davvero piena di tutto e, se la sappiamo ascoltare e vedere con lo sguardo dell’anima, scopriamo che anche l’asino quando muore assomiglia a una stella. La prima storia comincia così, sentite che poesia:

Io sapevo che con un gesto delle mie mani potevo aprire una porta nel cielo. Sapevo di poter estrarre dalla montagna il suo cuore di cristallo. Mi bastava spiccare un salto con la mente per entrare nella testa di un’aquila e planare sulla valle per una giornata intera. Ero in grado di comprendere i testi sacri che si infiltravano nel mormorio delle foglie. A me le mosche non potevano nascondere di essere regine cadute da un altro mondo. Nel mio corpo bambino abitava una Maga.

La seconda storia è il racconto di un anziano solo, con un mestiere che inevitabilmente lo isola (rende felici con il trucco i cadaveri che in vita hanno rincorso tutto tranne che la felicità). L’uomo incontra una bambina magica dalla carnagione azzurra che lo accetta e lo ama a prescindere da tutto, anche dalle sue mani che sanno di morte, e lui scopre il vero nucleo della sua anima grazie a lei, scopre il senso vero dell’esistenza che è solo l’amore.

Fu allora che apparve Loie, per trasformare il mio deserto in un mondo incantato… L’amore mi sgorgò dall’anima come un torrente impetuoso… il mio giardino non era un luogo immobile, morto, ma cambiava continuamente, passando di bellezza in bellezza.

L’ultimo racconto è la storia di una mosca con coscienza, infelice perché vorrebbe essere qualcos’altro, vorrebbe essere un uomo e intorno a questo desiderio costruisce tutti i giorni della sua vita, ci riesce ma nel momento in cui ottiene successo, vendetta, denaro, riconoscimento sociale, si accorge di essersi completamente snaturata, si accorge che sarebbe stato più semplice accettare la sua autentica natura, si accorge della miseria dell’anima umana che si ferma solo alle apparenze (tranne i bambini visionari), ma ormai è troppo tardi.

Il miracolo che chiamiamo caso ha provocato in me quell’esplosione di coscienza, la staffilata di luce che mi ha colto mentre frugavo con le zampate anteriori in quello che allora mi sembrava uno squisito escremento canino.

È un libro che si legge in un giorno, affascinante e magico, denso di significato e riflessioni, una utile terapia per chi vive i propri giorni senza credere alla magia della vita, impoverendo la propria anima.

Giuliana

Mangia prega ama

Mangia prega ama, Rizzoli, 2011, è la storia realmente accaduta all’autrice, Elizabeth Gilbert, storia che è poi diventata un fenomeno editoriale da più di otto milioni di copie e un film di successo con Julia Roberts.

Liz ha 30 anni e possiede tutto ciò che molti rincorrono: un marito, una bella villa, soldi, una carriera.

Eppure qualcosa nella sua anima scalpita perché, nonostante le apparenze, non le sembra affatto di aver raggiunto il nucleo vero della felicità.

La donna decide così di dare una svolta radicale alla sua vita, archivia il suo presente insoddisfacente e si mette alla ricerca di ciò che davvero la sua anima chiede.

Questa ricerca sarà lunga nel tempo e si snoderà attraverso tre continenti, scandita in tre tappe, una per ogni verbo.

Mangia.

Liz ritrova il gusto del cibo: partendo dal presupposto che siamo quello che mangiamo vale la pena mangiare bene e concedersi il piacere infinito della buona tavola, dell’assaporare con gli amici ricette che davvero sembrano essere in contatto con l’anima (a Roma, dove sennò).

Prega.

La vera essenza dell’anima si può raggiungere, con fatica e impegno, nel silenzio della meditazione (l’India, inevitabilmente).

Ama.

Il viaggio in certi luoghi semplici e poveri ma mistici e ricchi di spiritualità porta alla scoperta delle tradizioni, delle particolarità culturali e soprattutto del vero significato delle relazioni  (Bali, ovviamente).

Mangia prega ama è un portafortuna per chi vuole cambiare vita, è lo stimolo per quando manca il coraggio, è la consapevolezza che niente si ottiene senza impegno e senza sforzo, è una terapia gioiosa e luminosa per chi soffre di insoddisfazioni varie, depressione, solitudini, incomprensioni.

Mangia prega ama è un racconto caldo, efficace e divertente sulla vita, offre tanti spunti di riflessione, è terreno e spirituale insieme, parla alle anime in cerca di risposte, ma anche a chi non si pone domande.

Offre ai lettori più di una via, la via meditazione, la via della consapevolezza, la via dell’amore supremo.

Volevo imparare l’arte del piacere in Italia, l’arte della devozione in India e, in Indonesia, l’arte di bilanciare l’uno e l’altra. Solo più tardi, dopo aver capito qual era il mio sogno, mi sono accorta che i nomi di quei tre Paesi cominciano tutti con la I. Mi è sembrato un presagio felice per un viaggio alla scoperta del mio Io.

Giuliana

Il vestito dei libri

Il vestito dei libri è un piccolo volume di 62 pagine, pubblicato in Italia da Ugo Guanda Editore nel 2017, scritto da Jhumpa Lahiri, scrittrice londinese con origini bengalesi.

Il vestito dei libri è una riflessione, intima e allo stesso tempo corale, sulla formazione delle copertine dei libri.

È così importante la copertina da scriverci un libro?

La copertina giusta è come un bel cappotto, elegante e caldo, che avvolge le mie parole mentre camminano per il mondo.

La copertina mette in gioco un’aspettativa,

può sedurre il lettore, può tradirlo.

Vale la pena farci una riflessione perché scatena l’atavica diatriba fra apparenza e realtà, anche perché i vestiti dei libri sono come i vestiti che indossiamo, manifestano la nostra personalità, i nostri gusti, i nostri desideri, la nostra persona, quindi riflettere sulle copertine dei libri che leggiamo ci aiuta, in linea teorica, a comprendere di più anche le parole che sono “avvolte” da quel cappotto.

Questo, appunto, in linea teorica, perché le case editrici spesso seguono una loro linea commerciale e decidono una copertina che magari non piace all’autore, per il quale dunque la copertina può essere anche un travaglio, perché rischia di diventare, per il lettore, un inganno.

Questo piccolo libretto, che si legge in un’ora, ci spinge a guardare con cuore e mente le copertine dei libri che scegliamo, chiederci perché li scegliamo, chiederci quali sono le nostre aspettative, cosa ci aspettiamo da quel libro raccolto in quella copertina, ci spinge anche a fare una riflessione su noi stessi (ecco dunque la nostra cara, indispensabile libroterapia), sulle scelte che facciamo per avvolgere le nostre parole, le nostre emozioni, le nostre esperienze.

Inevitabilmente, ho fatto anche io la mia riflessione.

Non mi curo granché dei miei vestiti.

Se ho qualche soldo da spendere ci provo a cercare abiti e accessori, ma poi mi ritrovo sempre tra gli scaffali dell’una o dell’altra libreria. L’apparenza non mi interessa, aspiro alla sostanza. Eppure c’è una vocetta dentro di me che completa il famoso proverbio dell’abito e del monaco.

L’abito non fa il monaco.
Ma lo veste.

Un abito dice qualcosa di chi lo indossa, lascia intendere, comunica, avvolge di bello un contenuto, è l’estetica della sostanza.

E io?
Io riuscirò a smuovere la mia indomita pigrizia e ri-cercare degli abiti che siano all’altezza dei sentimenti che ho?

Giuliana 💃

Il diario di Mr Darcy

Se avete amato Orgoglio e Pregiudizio, il romanzo del 1813 di Jane Austen, se grazie ad esso avete sognato, se vi siete pettinati i grovigli dell’anima grazie a questa storia che parte da orgoglio e pregiudizio e arriva all’amore, c’è modo di continuare a farlo, leggendo Il diario di Mr Darcy, scritto da Amanda Grange, edito da Tre60 e pubblicato nel 2013, in occasione del bicentenario dell’uscita del libro della Austen.

E’ la stessa intensa, emozionante storia, raccontata dal punto di vista di lui, il ricco tenebroso altero Fitzwilliam Darcy, sempre serio e taciturno, che si svela, quasi dalle prime pagine del suo diario, un’anima elegante e appassionata.

Lo stile di scrittura ricalca con efficacia quello della Austen, questa scrittura d’altri tempi che evoca atmosfere ottocentesche, in luoghi e atteggiamenti di nobiltà, in tempi e società dove le difficoltà dell’epoca sono tutte riassunte nella descrizione della sconveniente Mrs Bennet, dove la purezza d’animo e la bontà delle intenzioni è raccontata dalla delicatezza della visione di Darcy.

C’è modo di amare ancora di più quello che in Orgoglio e Pregiudizio appare come un imperscrutabile personaggio: sappiamo che non è arrogante e superbo come sembra, ma le sue parole nel diario ci svelano come, neanche troppo lentamente, cambiano i suoi sentimenti, conosciamo la sua fatica di resistere a un sentimento che si fa forte malgrado la sua volontà.

C’è modo di concedersi all’adorazione senza riserve di Elizabeth Bennet, cosa che avevamo fatto già nella versione originale, ma Elizabeth vista con gli occhi di Darcy è davvero quell’incantevole, decisa ragazza che non accetta compromessi e che, con la sua determinazione, con quella visione chiara delle cose di mondo, fa esplodere all’esterno il temperamento passionale e intimo di Darcy.

Amanda Grange spesso usa i dialoghi e le espressioni della Austen, è interessante e divertente leggere Il diario di Mr Darcy con la copia di Orgoglio e Pregiudizio a portata di mano; inoltre la Grange ci regala un po’ più di storia, ci racconta anche i primi tempi del matrimonio di Elizabeth e Fitzwilliam, il che equivale, come un po’ tutta la lettura, a un sogno che continua un altro po’.

Vi è mai capitato di svegliarvi con un sogno bellissimo ma lasciato a metà e di aver esitato ancora un po’ nel letto per tentare di continuarlo?

Ecco, Il diario di Mr Darcy soddisfa straordinariamente questo bisogno.

Sognate ancora un po’ con Il diario di Mr Darcy!

Giuliana

My Therapy is a Book 🌼

Che tu sia per me il coltello

Che tu sia per me il coltello è un libro del 1998, scritto da David Grossman (l’autore di Qualcuno con cui correre).

Un uomo, Yair, scorge in un gruppo di persone una donna che lo colpisce nell’anima e comincia a scriverle, una vera e propria scrittura terapia sotto forma di lettere indirizzate alla donna, lunga tre quarti di libro, in cui l’uomo si rivela nel profondo, tralasciando in parte la quotidianità, spesso costruendo storie e immaginazioni che però sono reali nella misura in cui parlano esattamente di quello che l’uomo prova.

L’ultimo quarto del libro è dedicato invece alle parole di lei, che rendono chiaro il motivo per cui l’uomo si è lasciato trasportare dalla sua immagine e ha preso a scriverle: lei, Myriam, è una donna meravigliosa, lei è intrisa di sofferenza e coraggio, lei, con la sua semplicità e autenticità, è davvero il coltello con cui Yair scava dentro di sé per far emergere i lati bui e guarirli.

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.

Che tu sia per me il coltello è un romanzo epistolare unico nel suo genere, intimistico, immaginativo, curativo nella scrittura ma anche nella lettura.

Leggendolo, infatti, mi è venuto in mente Proust che diceva:

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.

Non ho amato molto il personaggio di Yair, anzi mi ha a tratti addirittura indispettito. Mi sono domandata cosa ci fosse in lui a darmi così fastidio, ho riflettuto molto su me stessa e mi sono data delle risposte, seguendo la tecnica di marzulliana memoria.

Concludendo, il libro non mi è piaciuto molto, nonostante sia uno dei libri meglio recensiti, ma è stato davvero terapeutico, è stato letteralmente un coltello con cui scavare e tirare fuori emozioni e comprensioni, una vera e propria libroterapia scritta in forma evocativa, ricca di suggestioni emotive.

Giuliana

“Ti prego solo di non andartene, perché se te ne vai ora non fai più ritorno. Fuggirai oltre i confini del mondo e non vorrai ricordarti di quello che è iniziato qui, tra me e te, quando l’anima si apre così, lentamente e con dolore, verso un’altra persona. Non smettere di scrivere, aggrappati alla penna con la forza che ti è rimasta. Stai tremando per lo sforzo, ma continua a scrivere, affondando in me le tue radici. Non avere paura. Nemmeno di quel pensiero che hai fatto un milione di anni fa, o due giorni fa, quando avresti voluto risvegliarti senza memoria, dopo un incidente o un intervento chirurgico, ricordando a poco a poco, la tua storia e la mia per raccontarla a te stesso, dall’inizio senza sapere, nemmeno per un momento, se in quella storia tu sei l’uomo o la donna. Vorrei che tu potessi ricordare come ci si sente quando si è donna, e come ci si sente quando non si è né uomo né donna. Solo “essere”, prima di tutto, prima delle definizioni, dei pronomi personali, delle parole e dei generi. Forse in questo modo, potresti anche arrivare, quasi per caso, alla possibilità primordiale di essere me.”

 

Paula

Paula è un libro che parla di dolore e serve a superare il dolore.

Paula è un libro che ho letto vent’anni fa, quasi alla sua uscita al pubblico.
Nonostante i vent’anni, é un libro che è rimasto vivido nei miei ricordi, un dolore letto e empaticamente vissuto che è ancora intatto.
Oggi che sono madre non potrei rileggerlo.

Paula è un libro autobiografico, scritto da Isabel Allende quando sua figlia, Paula, malata di porfiria, entrò nel coma che in un anno la condusse alla morte.
La scrittrice rimase tutto il tempo al fianco della figlia, piangendo, soffrendo e scrivendo della loro storia, del grande amore di una madre per sua figlia, dell’immenso dolore, che si può solo immaginare tanto è contro natura, di una madre che vede morire sua figlia.

Ricordo che alla fine, pur conoscendo il finale, piansi con dolore colmo di empatia, attraverso quelle parole così autentiche, semplici e profonde, terribili e bellissime, un racconto che inizia con la voglia di morire, con il buio di un tunnel che non sembra mai finire, con un dolore che, come una coltre, copre tutto il resto .

Il racconto è stato una terapia per la scrittrice.

Scrivendo, piangendo, ricordando l’amore mai risparmiato, si è intravista la luce, la vita che andava comunque vissuta; il dolore messo all’angolo del cuore, lì dove può essere conservato per sempre, non ha impedito di rialzarsi in piedi, di ricominciare a camminare per il mondo e attraverso la vita, che ha riservato ancora cose belle, cose positive, nonostante tutto.

Il libro va letto una volta nella vita.

Un libro difficile e doloroso, un libro sulla morte, sul dolore e un libro che nonostante tutto è un inno alla vita, un libro profondo, che serve a scavare nell’anima e nel potere dei ricordi, non è da tutti la disponibilità a soffrire per guarire, a riconsiderare il passato, la scrittrice l’ha fatto, non aveva altra scelta, scrivere è stata la sua arma contro il buio del tunnel, alla fine del quale ha capito che aveva perso la figlia, ma le restava l’amore.

Com’è semplice la vita, in fin dei conti… In quell’anno di supplizi avevo rinunciato a poco poco a tutto, prima mi ero separata dall’intelligenza di Paula, poi dalla sua vitalità e compagnia, infine doveva venire il momento del suo corpo. Avevo perso tutto e mia figlia se ne andava, ma in realtà mi restava l’essenziale: l’amore. In ultima istanza l’unica cosa ho è l’amore che le do.

La lettura di Paula ci fa sentire impotenti di fronte ai misteri della vita, ma potenti rispetto ai nostri sentimenti, siamo in grado di sopravvivere anche nelle tragedie più devastanti.

La sua lunga agonia mi aveva offerto una rara opportunità di riconsiderare il mio passato. Per un anno la mia vita si era fermata completamente, non c’era nulla da fare, solo aspettare e ricordare. Piano piano avevo imparato a vedere le trame della mia esistenza e ero posta le domande fondamentali: che cosa c’è sull’altro versante della vita? Ci sono solo tenebra, silenzio e solitudine? Che cosa rimane quando non ci sono più desideri, ricordi o speranza?

 

Giuliana Benessere a portata di libro

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La resistenza del maschio

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Un secolo fa, durante il mio primo anno di università, c’era alla stazione Tiburtina di Roma una libreria grandiosa. Lì trovai un libro che mi aprì una nuova visione di me stessa, Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico (Calderini, 1998), di Elisabetta Bucciarelli.

Ho ritrovato poi l’autrice sui social e ho potuto ben apprezzare la semplicità e la profondità,  la sobrietà e la determinazione, perciò senza dubbi ho scelto di leggere La resistenza del maschio, NNEditore, 2015.

Ed eccolo, un altro libro che ti apre, delicatamente ma spietatamente, una nuova visione sulla quotidianità delle esperienze, sulle sfaccettature dell’amore, che non è mai facile incasellare nelle diverse categorie.

Amore puro, amore disinteressato, amore per se stessi, amore per l’altro, amore senza sesso, amore nonostante il sesso, amore egoistico, amore per il passato, amore per o senza futuro.

C’è un Uomo, brillante e di successo, che però resiste alle pressanti richieste della Moglie di avere un figlio. L’Uomo incarna lo stereotipo del Maschio che si rassicura dalle misure di qualsiasi cosa, l’Uomo vive intensamente i suoi appuntamenti, ma, dal punto di vista emotivo, molto superficialmente. Finché un’emozione forte gli si para davanti sotto forma di una donna piantata con la sua auto contro un albero. Le pagine raccontano tutte le resistenze del Maschio nell’arco di un po’ di tempo.

Nel frattempo, in un solo lungo pomeriggio, tre donne si trovano in sala d’attesa per una visita dal dottore. Scopriremo nel racconto le coincidenze e le vicissitudini travagliate di tre storie d’amore, di tre cuori palpitanti di un romanticismo quasi assente, ma intriso di realtà, di quotidianità.

E’ uno di quei libri che lo apri e non sai che aspettarti e fai bene, perché è sorprendente e ti lascia così, piena di pensieri nuovi, appena iniziati, destinati a essere completati con fatica, piena di interrogativi che chissà se avranno mai una risposta. E’ un libro che ti lascia un po’ come la vita, è un libro ricco di vita.

E’ un racconto ricco di musica, che stimola emozioni, sensazioni, riflessioni, domande, io dove mi colloco in questo gruppo di persone? Chi dei personaggi sento più vicino? Chi invece mi risulta insopportabile? Perché?

Proprio la risposta a queste domande aiuta la comprensione di se stessi e, si sa, conoscere aiuta a guarire, a stare meglio.

Un romanzo terapeutico dunque, che si legge in un lampo, non si riesce a staccarsi dalle pagine fino all’ultima resistenza del Maschio, che, volenti o nolenti, non riuscirete a dimenticare.

Ricordatevi di partecipare al “gioco” di My Therapy per #FuturoInfinito: un like di consapevolezza e una mail e potreste addirittura vincere dei libri.

Giuliana

Il GGG

il gggSofia è una piccola orfanella che soffre di insonnia, sa bene che si rischia a stare svegli nell’Ora delle Ombre, ma tant’è.

Si affaccia alla finestra e vede un Gigante che soffia qualcosa nelle case (scopriremo poi che soffia sogni belli nelle camere dei bambini, con la sua portentosa tromba). Il Gigante si accorge di Sofia e è costretto a portarla via con sé, al paese dei Giganti, dove non è il solo Gigante, ce ne sono altri nove, ma tutti cattivi, mangiano bambini, lui invece no, lui è il GGG, il Grande Gigante Gentile, mangia solo gli schifosi cetrionzoli e diventa un grande amico della “zolfanella” Sofia, quasi un padre, un padre premuroso e divertente, tenero e maldestro, con quel suo linguaggio bizzarro e unico, un padre anche sognatore, che asseconda i sogni della bambina, soprattutto quel sogno grande, che sembra impossibile, di riuscire a catturare i nove terribili Giganti per impedirgli di fare strage di bambini.

La giustizia, la determinazione nella strada verso i sogni, il coraggio, la delicatezza di un racconto divertente e commovente, la gentilezza di uomini e giganti che fa sempre la differenza nel mondo, sempre.

Il GGG è una bellissima storia di Roald Dahl,  scritta nel 1982, che concentra in poche stupende pagine tutti i temi importanti per i racconti ai bambini, le paure, i sogni da realizzare, i sogni di notte, buoni e cattivi, i pregiudizi sulla diversità, sempre sbagliati, le difficoltà di linguaggio che diventano in certi casi una sperimentazione di parole nuove, inventate, bellissime, alcune delle quali le abbiamo adottate anche noi, nella nostra quotidianità familiare (I Petocchi! Smaccheramelloso!).

Dopo aver letto Il GGG coi i miei bambini abbiamo visto il film, uscito da poco, diretto da Steven Spielberg. L’accoppiata libro-poi-film risulta sempre vincente, fatelo anche voi, ve lo consiglio di cuore, il libro è ovviamente più bello, ma il film ha costruito un GGG davvero emozionante.

Un grazie speciale a Manuel e Mattia che hanno regalato Il GGG a Lucia per il suo nono compleanno, è stato un regalo per tutta la famiglia!

Giuliana

 

 

Tu, mio

Tu, mio

In Tu, mio, Erri De Luca, 1998, tutto fa presupporre a una estate spensierata.

Un ragazzo di sedici anni, un’isola campana, le atmosfere e i profumi del mare, la famiglia, la libertà, la pesca da imparare, il cugino grande che lo fa stare nella compagnia dei grandi, una ragazza della stessa età che cerca quel ragazzo cittadino, che comunque presto si abitua a stare scalzo, a guardare in faccia il sole senza protezioni.

Poi arriva Caia.

Il ragazzo scopre che non è rumena come vuole far credere, ma ebrea. La guerra è finita da poco e lei evita di ricordarla specificando le sue origini e la sua storia. Cela il suo vero nome, che è Hàiele, ma il ragazzo lo scopre, i due si avvicinano, lui, grazie a lei, trova in sé dei gesti sconosciuti, una voce diversa, un affetto di padre che ha perduto la figlia, il ragazzo è un luogo di incontro, l’amore non nasce ma si rinnova, l’amore non è scontato, l’amore è anche quello che poi fa salire la rabbia per le ingiustizie.

Guagliò, che brutta carogna è a guerra“.

Le parole di Erri De Luca fanno bene, anche quelle pur delicate, ma terribili, come una memoria che si vuole cancellare, memoria di vicende del passato, di cui non siamo responsabili, un passato così orribile di cui però siamo complici se facciamo finta di niente, se vogliamo dimenticare, facendo gli stessi gesti disumani nei confronti delle persone di un’altra razza, di un’altra nazione, di un altro colore di pelle, di un’altra religione.

La memoria è terapia, guarisce il mondo dai mali del passato.

Tu, mio è libroterapia.

Giuliana

Harry Potter e i doni della morte

Avvincente, Harry Potter e i doni della morte.

Avvincente ma dal sapore nostalgico, già malinconico, si sa, la saga finisce qui, la giovinezza raccontata finisce qui, da qui in poi si farà i conti con le beghe dell’età adulta, che grosso modo sono le stesse per babbani e maghi.
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Il racconto mi è parso un po’ troppo arzigogolato, un po’ come se bisognava inventarsi per forza qualcosa di straordinario e sorprendente, forse ha perso un po’ di quella naturalezza di vita raccontata che, pur nel genere fantasy, c’era negli altri libri, ma senza dubbio è la degna conclusione di una serie di storie stupendamente costruite e raccontate e immaginate.

La morte di alcuni dei protagonisti, di cui avevo sentito parlare, è stata comunque terribile, ci si affeziona ai personaggi, persino al custode e a Peeves, figuriamoci a Silente, ai gemelli Weasley, a Lupin e Tonks, al piccolo Dobby, l’elfo libero.
Il finale me lo sono lasciato per la notte fonda e, passati pure i 19 anni dopo, chiuso il libro, fatto il sospiro, uno di quei sospiri rari a fine lettura, sono rimasta così, in silenzio a guardare il vuoto, chiedendomi: e adesso?
E adesso.
Adesso ricomincio, alternandolo a altre letture, ricomincio magari in lingua originale, ricomincio leggendolo ai miei bambini, perché credo in tutto ciò che ho scritto in Harry Potter Terapia, perché ho quarantadue anni, ma non mi vergogno mica a dire che è stata una delle letture più belle della mia vita, non fatta prima per pregiudizi sul genere, ma ho rimediato e non è mai troppo tardi per concedersi il lusso di viaggi fantastici e avventurosi.
E’ una lettura che somiglia a un’esperienza e lo leggerò ai miei bambini, perché è talmente avvincente che insegna il gusto e il piacere della lettura, e io questo voglio, che loro amino leggere e cerchino i libri.
Lo leggerò a Lucia e Simone perché è un percorso di crescita corale e soprattutto individuale, c’è intimismo e riflessione, ma anche l’invincibile forza del lavoro di squadra.
Lo leggerò per far esercitare loro la memoria e l’attenzione ai particolari, per stimolare la curiosità e il mai accontentarsi di risposte preconfezionate, il gusto per la ricerca e per l’intraprendere la strada dei propri pensieri, delle proprie intuizioni.
Lo leggerò perché comincino a credere che non tutti sono come appaiono, c’è sempre un’anima particolare dietro l’involucro della nostra apparenza, un involucro che possiamo ben portare in giro infischiandocene di ciò che di noi dicono gli altri, essere se stessi e basta, con coraggio, come Luna.

Sono ancora in tempo per aggiungere buoni propositi a questo 2017.
Eccone un altro.
Essere me stessa, ispirata e coraggiosa, portando con disinvoltura e orgoglio un bel cappello di leone in testa.

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Vi consiglio di cuore di leggere tutte le avventure del maghetto Harry Potter cominciando dalla Pietra Filosofale, ci vorrà un po’ di tempo, ma ne varrà la pena.
Promesso.
Se poi avrete una voce critica, non vedo l’ora di ascoltarla, potete scrivere nei commenti sotto o a info@mytherapy.it.

Giuliana, My Therapy is a book

Cent’anni di solitudine

centanni-di-solitudine Mi faccio coraggio e dedico un post a quello che per anni è stato in assoluto il mio libro preferito, e forse lo è ancora, Cent’anni di Solitudine, del mio adorato Gabriel Garcia Marquez, che per anni è stato il mio scrittore preferito, e forse lo è ancora (la sua delicatezza nel raccontare la realtà travestita di magia mi fa sempre bene al cuore).

Ho letto molto di lui e non ho mai scritto niente, ma è come violare una cosa sacra, ho certamente la sensazione di non rendergli giustizia, di non rendere bene ciò che quelle parole mi fanno provare.

Ho regalato Cent’anni di solitudine per anni a molte persone, persino in lingua originale, ma non ho mai speso una parola sul motivo per cui vale la pena leggere quest’opera monumentale, questa magia che ti incatena come le perle di una collana.

Ebbene, il freddo di fuori e il tepore del fuoco di dentro mi concedono il silenzio giusto, l’ispirazione giusta.

Proviamo.

In genere non faccio riassunti dei libri che leggo, consiglio libri terapeutici proprio per la terapia insita in essi, o meglio, per la terapia che certi libri determinano in me.

Fare il riassunto di Cent’anni di Solitudine, poi, sarebbe impossibile.

La storia è il susseguirsi delle vicende di sei generazioni della famiglia Buendìa, i due capostipiti arrivano vicino a un fiume caraibico, fondano una città, Macondo, la vedono crescere, la popolano di gente folle e strampalata, poi realizzano la profezia dello zingaro che viene da lontano, che torna sempre, anche dopo morto.

I morti tornano, certo, perché a Macondo non c’è un vero e proprio confine tra mondo dei vivi e quello dei morti, la realtà è ricca di magia e superstizione, la quotidianità è mescolata alle credenze e ai riti, lo spazio e il tempo non sembrano contare e si finisce per credere alle vicende di questi cento anni di atmosfere esotiche, di malinconie e solitudini, di chiaroveggenze, di vendette, di incomprensioni profonde.

Si finisce per credere che proprio l’incapacità di comprendersi reciprocamente è la causa di tutta questa solitudine, si muore, tutto finisce per pura mancanza di empatia.

Ma noi che leggiamo la storia stiamo dentro, ipnotizzati, rapiti, con il cuore in mano, con in bocca mille domande da porre ai personaggi, vorremmo incoraggiarli, incitarli a scegliere la strada giusta e questo esercizio ci fa bene, ci rende empatici nella lettura e nella vita, ci scuote dall’apatia, ci provoca emozioni forti.

È un libro magnifico, che fa esercitare l’immaginazione, certo, non è da leggere la sera prima di dormire, perché è un libro che richiede concentrazione, è un libro che si snoda in un racconto lento, serve pazienza, ma, con un tempo ad esso dedicato, non ritagli, non a tempo perso, ma un tempo solo per queste parole, ecco, con un tempo ad esso dedicato, la storia contiene il miracolo di farci sorprendere, perché lo straordinario sta nelle cose normali e laddove le cose sembrano normali mostrano invece un corso straordinario.

Lo si può leggere muniti di carta e penna, intenti a costruire l’albero genealogico dei Buendìa per tentare di venire a capo di tutti quegli Aureliani e Josè Arcadi che si susseguono, oppure lo si può leggere solo per la lettura, per lasciarsi trasportare da un tempo magico, un tempo che gira in tondo, un tempo intriso di malinconia e solitudine senza scampo, un tempo scandito da memoria e destino, profezie e magie, morte e amore, passione e dolore sommesso, disagio, disadattamento alla realtà.
Viene da pensare che a volte sia meglio alzarsi in volo come Remedios la Bella, o rinchiudersi nelle proprie ossessioni come Rebeca, o fondere oro e costruire pesciolini, per poi fonderli di nuovo, come il colonnello Aureliano, che di 32 guerre intraprese, le perse tutte, di 17 figli ne perse 16, tutto per arrivare a comprendere che la salvezza è probabilmente insita nella semplicità.

Conservo ancora un quaderno con trascritte le citazioni da Cent’anni di solitudine.
Sono le frasi che hanno impresso un aroma e un umore alla mia vita di anima solitaria, belle parole che a rileggerle oggi, dopo tanti anni, mi fanno proprio bene al cuore, quindi si, vi consiglio di leggerlo e rileggerlo tante volte, di scrivervi le parole che più di tutto vi hanno toccato l’anima, perché parlano della vostra anima, parlano di voi.

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

 

Fece allora un ultimo sforzo per cercare nel suo cuore il luogo dove gli si erano putrefatti gli affetti, e non poté trovarlo.

 

Era arrivato alla fine di ogni speranza, più in là della gloria e della nostalgia della gloria.

 

Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.

 

Il colonnello Aureliano Buendìa grattò per parecchie ore, cercando di romperla, la dura crosta della sua solitudine.

“Cosa ti aspettavi?” sospirò Ursula. “Il tempo passa.” “Così è,” ammise Aureliano, “ma non tanto.”

 

Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente.

 

Giuliana

 

Harry Potter e il Principe Mezzosangue

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Innamorarsi di Harry Potter a 42 anni, fatto.

La lettura di Harry Potter e il Principe Mezzosangue è, fino oltre la metà del libro, sommessa, delicata, lenta, dettagliata, quasi per soddisfare il mio desiderio di dilatare la lettura nel tempo, di ritardare l’incontro col malvagio.

Poi si scatena.

Tutti gli eventi, meravigliosi e terribili, si snodano uno dopo l’altro e si finisce di leggere completamente in apnea, con le lacrime agli occhi, con la mano tesa quasi a impugnare una bacchetta magica, pronti a difendersi dalle maledizioni.

Non vi racconto la storia, non vi aggiungo altro che non abbia già scritto in Harry Potter Terapia, vi dirò soltanto che poi, finita la lettura del libro, ho visto il film, vi dirò che è bello, ma anche che siamo lontani anni luce dall’intensità e dalle emozioni del libro, che è magico, pieno d’amore e di dolore, di speranza e di terrore, fino alla giornata di sole delle ultime pagine che, nonostante tutto, regala una incrollabile fiducia nel bene.

Manca nel film l’incontro tra i due ministri, quello della magia e il primo ministro babbano, si incontrano due mondi diversi, eppure coinvolti nelle medesime dinamiche (la diversità è del tutto relativa, ce lo insegna l’intera saga).

Un altro elemento che sfugge un po’ nella visione, ma che è intenso nella lettura, è l’importanza dei ricordi, la memoria storica che costruisce il presente e che fa in modo che si possa affrontare il futuro con gli adeguati mezzi. Silente lo insegna a Harry, sono momenti privati e insieme universali, racconti lenti e intrecciati come trame di tessuti.

I film sono belli, ma i libri sono meravigliosi.

La mia vita si è arricchita da quando le parole della Rowling sono entrate nel mio immaginario e, nonostante manchi solo un libro alla conclusione, sono certa che questo 2017 porterà i segni della magia di Harry Potter.

Infine, Harry Potter e i Doni della Morte.

Giuliana

Tu hai un poter che Voldemort non ha mai posseduto, tu sei capace di amare.

Silente a Harry

 

Come sempre, vi linko il luogo di Amazon dove poter acquistare Harry Potter e il Principe Mezzosangue: 

Libroterapia due: un nuovo viaggio nell’universo dei libri, perché leggere salverà il mondo

Libroterapia il primo dell’anno, libroterapia tutto l’anno!

Vi ricordate il libro Libroterapia. Un viaggio nel mondo infinito dei libri?

libroterapia-due-libro-1Ecco, uno degli ultimi libri letti nel 2016 è stato Libroterapia Due: un nuovo viaggio nell’universo dei libri, perché leggere salverà il mondo. Non un vero e proprio secondo volume di Libroterapia, ma davvero “un nuovo viaggio nell’universo dei libri, perché leggere salverà il mondo”.

Io credo davvero che leggere può salvare l’uomo, e un uomo in equilibrio e in pace può dare il suo contributo positivo a questo mondo che pare andare a rotoli.

Il manuale, proprio come il primo, è un libricino ricco di citazioni sui libri che mirano a validare la teoria secondo cui i libri danno positività alla mente dell’uomo.

“Negli uomini è la mente che dirige il corpo verso la salute e la malattia, come verso tutto il resto”

Antifonte il Sofista

Inoltre, “a ogni libro letto corrisponde un gradino salito” nelle altezze della nostra anima, che va affinandosi sempre di più, evolve come un buon vino, e diventa capace di avere a che fare con la felicità.

La felicità esige del talento. L’infelicità no. Ci si lascia andare. Si affonda. È per questo che l’infelicità piace.”

J. Cocteau

 

Leggere, dunque, è un grande allenamento alla felicità. 

Un uomo felice, con l’anima evoluta, potrà rendere felice ed evoluto il mondo in cui vive.

Io voglio leggere per essere felice!

Se anche voi lo volete, seguite la pagina Facebook di My Therapy is a book e nei prossimi 18 giorni scopriremo i 18 motivi elencati in Libroterapia Due: un nuovo viaggio nell’universo dei libri, perché leggere salverà il mondo, per cui i libri salveranno il mondo.

Buon 2017, ricco di libri e di felicità! 🎉🎊💥

Giuliana