Le nostre anime di notte

Le nostre anime di notte, Kent Haruf, NN Editore, è il libro giusto al momento giusto, quello che arriva e mi fa tornare la passione di leggere, che, dopo Le otto montagne e il mio lavoro con annessi e connessi, mi era parsa addirittura indebolita.

Invece arriva Le nostre anime di notte, una storia gentile e delicata, raccontata con una semplicità e una tenerezza che non avevo mai incontrato in un libro, una storia di speranza, di solitudini e vuoti da riempire, senza troppi aggettivi, così, essenziale, le parole precise che dicono esattamente quello che vogliono dire, le parole che accarezzano e sono una cura contro tutte le paure, la solitudine, appunto, la morte, la vecchiaia da guardare dritta in faccia.

E poi l’amore.

L’amore che non è mai troppo tardi, l’amore maturo che è un incontro di solitudini e poi diventa un sentiero da condividere su una strada poco battuta, l’amore che chisse ne frega quello che dice la gente, l’amore della lentezza e della quotidianità che non è mai banale, l’incontro di due anime di notte che superano così l’inesorabilità del tempo e che si innamorano.

La storia è bellissima e meraviglioso il modo in cui è stata raccontata, il che fa di Le nostre anime di notte uno dei libri più belli della mia vita.

Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.

 

Giuliana

Le otto montagne

Va bene che d’estate lavoro, va bene che, oltre il poco tempo per scrivere e per leggere, ho avuto, forse ancora un po’ ce l’ho, una sorta di blocco del lettore, però non ho giustificazioni per aver abbandonato My Therapy così, senza ritegno, per tutto questo tempo.

Ho letto Le otto montagne, di Paolo Cognetti, premio Strega 2017 apprezzato da critiche e controcritiche e mi sono fermata. Dopo Le otto montagne non ho trovato un libro all’altezza, che mi rapisse, che mi coinvolgesse, che mi distraesse dal periodo impegnativo che attraversavo.

Non so più neanche quanti ne ho iniziati di libri dopo Le otto montagne, ne ho finiti pochi, in ogni caso, io, proprio io, che andavo avanti a un libro ogni due o tre giorni.

Io amo i libri di montagna.

Non amo la fatica, ma amo la montagna e amo la fatica in montagna, perché mi pulisce, mi fa sentire viva all’altezza di qualsiasi obiettivo.

Le otto montagne, ovviamente, è un libro di montagna. E poi di amicizia. E poi del rapporto tra padre e figlio. E poi delle parole. Nessun amore romantico, solo la storia di Pietro e i suoi genitori e di Pietro e Bruno, semplice, lineare, senza tanti fronzoli, senza colpi di scena, piena di parole non dette, piena di emozioni agite, e un finale che ti lascia così (e sono ancora lì) in lacrime, con mille emozioni in mano e un sacco di parole che hai voglia se servono, anche se qualche volta non bastano.

Sinceramente, non credo si possa vivere senza leggere questo libro.

Giuliana

(e ho ricominciato a scrivere, era ora)

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Bartleby lo scrivano

“Ho ancora davanti agli occhi quella figura: pallidamente distinta, penosamente rispettabile, inguaribilmente desolata! Era Bartleby.”

Bartleby lo scrivano è un racconto di Herman Melville, pubblicato per la prima volta nel 1856.

Ve lo lascio riassumere da Daniel Pennac.

“C’è un notaio, è il 1850, siamo a Wall Street.
Ci sono due copisti che lavorano nel suo studio e che sono davvero gli antenati della fotocopiatrice. Uno di questi copisti, di questi scrivani, non riesce a lavorare il mattino perché soffre di insonnia, il secondo non riesce a lavorare il pomeriggio perché è un ubriacone. Allora il notaio cosa fa? ne assume un terzo, Bartleby, nella speranza che possa lavorare sia al mattino che al pomeriggio. E invece assolutamente non succede così. E non accade perché Bartleby a un certo momento del suo percorso professionale nello studio del notaio inizia a rispondere a tutti i compiti che appunto il notaio gli chiede di svolgere dicendo Preferirei di no. È una specie di rifiuto, assolutamente categorico, però pronunciato e detto assolutamente con dolcezza, usando il condizionale preferirei di no. In realtà si tratta un rifiuto categorico, definitivo, senza nessuna spiegazione.
La cosa sconvolge moltissimo il notaio, perché egli è proprio l’uomo che per antonomasia ha sempre la spiegazione per tutto. Nel suo ufficio ci sono generazioni e generazioni di storie e storie di generazioni intere e di fronte a lui le persone si confessano. Il notaio sa assolutamente tutto, capisce tutto ed è proprio la cellula sociale che ingloba il resto della società. Improvvisamente questo notaio si trova di fronte un uomo calmissimo che però rifiuta – senza dare alcuna spiegazione – di fare le cose. C’è dunque un confronto fra l’uno e l’altro: uno che vuole sapere tutto e l’altro che invece rifiuta di dare qualsiasi spiegazione.”

Bartleby è il diverso, è l’uomo di pochissime parole, è l’uomo inconoscibile, colui che spiazza e scardina tutte le convenzioni sociali con la sua calma e la sua unica riposta a tutte le domande:

 

Preferirei di no.

Bartleby è un personaggio incredibile, indimenticabile, quasi buddista nella sua imperturbabilità, quasi invidiabile nella sua calma.

Eppure.

Il notaio, alla fine, tenterà di trovare una spiegazione per il comportamento di Bartleby, è solo un’ipotesi, non sappiamo se è vero, non sapremo mai se è calma ragionata e conquistata, quella dello scrivano, oppure soltanto un tentativo di dimenticare il passato annientando il presente con il suo “preferirei di no“.

Noi restiamo nel mezzo, tra il notaio che vuole capire e tenta di spiegare, e Bartleby irremovibile nel suo mutismo; piano piano, a forza di pensare a questo racconto, diventiamo consapevoli della nostra dualità interna, siamo tutto e il contrario di tutto, siamo loquaci e taciturni, siamo felici e depressi, siamo pieni e privi di speranza.

E’ uno di quei testi in cui ognuno trova qualcosa di diverso, trova se stesso.

In una parola, grandioso.

Giuliana

 

Storia di Irene

Storia di Irene è un racconto di Erri De Luca (2013) composto da tre storie.

Irene è una bambina salvata in mare dai delfini cresce orfana su un’isola greca. Si chiama Irene, di giorno vive in terraferma, di notte si unisce in mare alla sua vera famiglia. A quattordici anni è incinta e consegna a uno straniero di passaggio la sua storia.”

Il cielo in una stalla è la storia di cinque uomini, tra cui il sottotenente degli alpini Aldo De Luca, padre dello scrittore, che riescono a scampare alle rappresaglie tedesche dopo l’8 settembre 1943, si trovano in una stalla e cercano di salvarsi attraversando il mare che divide Sorrento da Capri.”

Una cosa molto stupida è la storia di un vecchio, magro magro, senza denti, malato, mal tollerato dalla famiglia, che sgattaiola fuori dalla casa, malgrado il freddo vento dell’inverno, e va a cercarsi un posto riparato davanti al mare. S’è messo in tasca una mandorla e ora la apre e se la infila, beato, in bocca come un’ostia. Ricorda, a occhi chiusi, quando fu salvato dalle acque, in tempo di guerra, e restituito alla vita. Per quella vita vissuta è tempo di ringraziare per poi lasciarla sfuggire dalle labbra.”

Sono tre storie di mare secondo la visione poetica e lirica di Erri, dietro ad ognuna delle quali, come sempre, c’è molto di più, un sacco di roba che non è comprensibile subito, non se ci si ferma alla storia, ma solo se ci si immerge nel mare, come Irene, solo se si è disposti a credere alle storie, al linguaggio dei delfini, al cielo che rassicura quando si è chiusi in una stalla.

Un sacco di roba, dicevo.

Il mare che è più giusto della terra, più onesto e più pulito, la condivisione e la fratellanza, l’ingiustizia della guerra raccontata nel modo meno scontato che si può immaginare (e la salvezza che ancora una volta viene dal mare), la solitudine, la malinconia di una vita lunga che si appresta a terminare e non c’è salvezza se non di fronte al mare.

Storia di Irene mi ha lasciato un sacco di malinconia, è uno di quei libri che si leggono con dolore e insegnano che la speranza va coltivata con fatica, non è esattamente un libro da ombrellone, magari vale la pena aspettare l’autunno per leggerlo, così ci si ricorda del mare e si aspetta l’inverno con speranza, perché nonostante il dolore le tre storie sono ricche di speranza.

E’ un libro che ricorda che se uno non ce l’ha il cuore di pietra non ci può fare niente.
Se lo deve tenere sanguinante, ma meglio il sangue e le emozioni che l’immobilità e la superficialità.

L’ho scritto mai che sono pazza di Erri De Luca? ;-)

Giuliana

La nostra specie umana ha bisogno di storie per accompagnare il tempo e trattenerne un poco. Così io raccolgo storie, non le invento. Vado dietro la vita a spigolare, se è un campo, a racimolare, se è una vigna. Le storie sono un resto lasciato dal passaggio. Non sono aria, ma sale, quello che resta dopo il sudore.

 

“Non credi al creatore dell’universo e dai retta a chi ti racconta una storia”. E’ così, le dicevo, però per credere a una storia devo pure credere alla voce, agli occhi che la pescano svariando nel ricordo, ai piedi che non possono mentire. Credo a una persona tutta intera mentre racconta, riferisce, dice. Se stona in qualche punto del corpo, me ne accorgo e smetto.

 

 

 

Fahrenheit 451

Immaginate una società dove i libri sono illegali.

Dove i Vigili del fuoco non spengono incendi, ma li appiccano nelle case dove sono stati scoperti libri.
Immaginate un mondo dove gli unici passatempi per sconfiggere la noia sono le pareti-televisione e correre a velocità pazzesca nella città centrando pedoni.
Immaginate una famiglia che alla televisione preferisce le serate passate a conversare.
Immaginate un vigile del fuoco, Guy Montag, che conosce una ragazza della strampalata famiglia di cui sopra, Clarisse.

Benché lei abbia solo diciassette anni, gli insegna a pensare in un altro modo, a vedere la rugiada e le stelle, gli consegna una modalità nuova di vedere la vita.

Poi la ragazza è vittima di uno di quegli incidenti a velocità pazzesca e a Montag resta il dubbio di dover far prendere alla propria esistenza un’altra direzione.
Infine c’è la guerra e si salverà solo chi si è ribellato al regime, chi ha salvato i libri, chi ha la missione della conoscenza, della verità e della libertà che passa attraverso di essi.

Questo è Fahrenheit 451, Ray Bradbury, 1953.
Un romanzo che nel 1953 era fantascienza, oggi non tanto.

Si legge velocemente e scardina le visioni della vita non abbastanza critiche.
A me è sembrato bellissimo e più di questo non riesco a dire, posso solo scrivere qui le tante parti che mi hanno fatto emozionare.

La sua testa era parzialmente china per osservare le scarpe che agitavano le foglie intorno,  la faccia era sottile e bianca come latte, ed era una specie di fame gentile quella con cui si chinava su ogni cosa con instancabile curiosità. Un’espressione, quasi, di pallida sorpresa; i neri occhi erano così intenti al mondo, che non sfuggiva loro alcuna mossa.

 

Alle volte mi coglie il dubbio che gli automobilisti non sappiano che cosa sia l’erba, o come siano i fiori, perché non li hanno mai visti, non ci sono mai passati vicino con lentezza.

 

“Ma ci sono altre cose che io so e voi non sapete! Per esempio, c’è della rugiada sull’erba la mattina presto”. A un tratto, Montag si accorse di non riuscire a ricordare se questo lo avesse mai saputo o no e la cosa lo rese nervoso. “E se guardate bene – ed ella indicò il cielo col mento – c’è un volto umano sulla luna“. Era da gran tempo che lui non guardava la luna.

 

Perchè quante persone hai mai conosciuto che riflettessero la tua luce proprio verso di te? Le persone erano più spesso come torce, che si consumano fiammeggiando fino a spegnersi con un sibilo. Quanto raramente le facce degli altri s’imprimevano della tua immagine e ti rimandavano la tua stessa espressione, il tuo più segreto, incerto pensiero!

 

Perché non siete come gli altri. Ne ho visti alcuni; so di che si tratta. Quando parlo, voi mi guardate. Quando dissi non so più che cosa della luna, avete guardato la luna. Nessuno ha più tempo per gli altri. Voi siete uno dei pochissimi che mi danno retta.

 

Ci deve essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia.

 

Non possiamo dire in quale preciso momento nasca l’amicizia. Come nel riempire una caraffa goccia a goccia, c’è finalmente una stilla che la fa traboccare, così in una sequela di atti gentili ce n’è infine uno che fa traboccare il cuore.

 

Non c’è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme un mantello onde rivestirci.

 

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.

 

Del resto, quand’anche avessimo tutti i libri che ci servono, andremmo ancora in cerca, per fare il salto dal più alto precipizio.

 

Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche. Non chiedere garanzie, non chiedere sicurezza economica, un siffatto animale non è mai esistito; e se ci fosse, sarebbe imparentato col pesante bradipo che se ne sta attaccato alla rovescia al ramo di un albero per tutto il santo giorno, ogni giorno, passando l’intera vita a dormire. Al diavolo» diceva il nonno «squassa l’albero e fa’ che il pesante bradipo precipiti al suolo e batta per prima cosa il culo!

 

Giuliana  

 

 

 

 

Zen in the city

 

Il sottotitolo di Zen in the city (Paolo Subioli, Edizioni Mediterranee, 2015) fa il riassunto preciso sull’utilità esistenziale di questo libro:

L’arte di fermarsi in un mondo che corre.

Un’altra bella indicazione ce la dà la citazione di apertura:

Non dico che gli uomini del deserto o i monaci conoscano per forza più gioia degli uomini di città, dico soltanto che le privazioni in cui vivono offrono loro minori occasioni di sbagliarsi sulla natura della loro gioia.

Antoine De Saint- Exupéry.

 

Semplificare la propria vita, eliminare il superfluo, di cose e di pensieri, rilassarsi e meditare.

Queste sono le indicazioni che ci regala questo libro, perché vale la pena fermarsi mentre il mondo corre, perché la vera pace è nel respiro, nel presente, nella consapevolezza, solo così si viene a contatto con il nucleo vero di se stessi e si raggiunge la gioia.

Ci sono ben 72 esercizi da fare per fermarsi mentre il mondo corre, per portare la filosofia zen nella nostra quotidianità, nelle nostre città, dalle file, ai semafori, alle giornate seduti in ufficio, tutti volti a ristabilire il contatto con le proprie emozioni.

Possiamo esercitarci a questo contatto in ogni momento della nostra vita, persino fermi al semaforo rosso

Il semaforo è un grande maestro zen. Uno dei più generosi che esistano, oltre tutto, perché non smette un attimo di lavorare al nostro servizio. Sa regalarci eccezionali occasioni di ricarica, benessere e crescita personale. E’ una campana di consapevolezza. Il semaforo ci allena all’equanimità, rendendo evidente quanto sia inutile prendersela con il rosso, anche se stiamo arrivando in ritardo a un appuntamento decisivo.

Il contatto con le nostre emozioni non prescinde dall’attenzione, dalla cura e dalla consapevolezza del corpo in ogni momento.

E’ una grande cosa prenderci cura della nostra salute in ogni momento , tramite la consapevolezza: fermarsi un attimo e capire in che posizione si trova il nostro corpo, alzarsi spesso dalla sedia, fare esercizi, scegliere di salire le scale a piedi, di parcheggiare l’auto lontano dall’ufficio, e così via.

Anche perché

Finché non riusciamo a stabilire il contatto per lo meno con il nostro corpo, sarà molto difficile farlo con le altre persone.

Zen in the city è pieno di doni.

C’è anche lo sfondo una immagine realizzata da Thich Nhat Hanh con pennello su carta di riso, secondo la tradizione zen, e condivisa in occasione della sua visita in Italia nel 2012.

L’autore suggerisce di utilizzarla come sfondo dei nostri dispositivi, per ricordarci sempre che

E’ un tale sollievo realizzare che non dobbiamo essere niente!

(Tony Packer)

 

 

 

 

 

 

Giuliana

 

 

 

 

 

 

 

Le mamme ribelli non hanno paura

Avete presente il pacco in regalo che viene consegnato in regalo alle neo mamme dall’ospedale? Ecco, questo libro Le mamme ribelli non hanno paura (Giada Sundas, Garzanti) dovrebbe essere inserito in quel pacco.

Non è che si diventa mamma appena subito dopo il parto, non è detto che l’amore scoppi all’improvviso, non è così scontato che ad ogni domanda si abbia sempre in risposta la giusta direzione da seguire.

E’ legittimo essere stanche, sentirsi incomprese, possedere più insicurezza che aria per respirare, arrabbiarsi quando gli altri sono pieni di consigli saggi che forse vanno bene per loro, ma non per noi.

E’ normale sentire di perdere tempo: mentre tutto scorre si resta in pigiama per giorni a studiare pianti e sguardi amati, ma sconosciuti.

Questo libro è un inno alle mamme che costruiscono se stesse a dispetto dei giudizi e dei saggi consigli degli altri, che sanno di sbagliare, ma fanno quello che possono infischiandosene dei concetti di perfezione altrui.

E’ un libro divertente che, con una risata dà coraggio e spiega la realtà delle cose, che non hanno quasi mai la forma di romanzo, ma quella di spinacine e cordon bleu buttati nel forno all’ultimo minuto, di torte alla vaniglia senza vaniglia, di facce lavate alla fontanella della scuola, di maglie sempre sbavate, di occhiaie e disordine, di pazienza a fasi alterne, tutto però essendo semplicemente se stesse, consapevoli dei propri limiti.

Nelle ultime pagine una riflessione commovente mi ha lasciata piena di gratitudine per tutto lo sforzo, gli errori, la grinta, la pazienza perduta e ritrovata, i buoni propositi realizzati e disattesi di questi anni insieme ai miei figli.

Giuliana

 

Vorrei solo che nessuna donna si sentisse in colpa per come sta affrontando il suo percorso, facciamo cadere l’omertà e diciamo al mondo che essere madre è anche un po’ una rottura di palle.

 

 

 

 

Storie della buonanotte per bambine ribelli

Storie della buona notte per bambine ribelli
Elena Favilli, Francesca Cavallo
Mondadori, 2017

Nonostante la stroncatura di Michela Murgia, ho letto lo stesso Storie della buona notte per bambine ribelli ai miei bambini, tutti e due, il maschio e la femmina.

Sono d’accordo con la Murgia con l’idea che, destinato com’è prevalentemente alle bambine, rischia di diventare sessista, ma io l’ho letto anche a Simone, 6 anni quasi e è piaciuto anche a lui, anche se ad un certo punto ha domandato: “Ao ma qui sono tutte femmine?”.

Anche io, come la Murgia, penso che la scelta di alcune storie non sia stata tanto felice, mi vengono in mente ad esempio Margaret Thatcher, oppure quella di Alek Wek, che, scappata dalla guerra in Sudan, ha avuto la fortuna di essere notata in un parco di Londra e è diventata modella, oppure l’esploratrice Ruth Harkness che voleva un panda, se lo andò a prendere in Cina, lo strappò alla sua famiglia e alla sua natura e lo portò in uno zoo negli Stati Uniti, ove i visitatori “compresero che tutti gli animali selvatici meritano rispetto e amore”.
Terribile.
Ma ne abbiamo approfittato per disquisire sugli zoo e sul rispetto vero per gli esseri viventi.

Anche il linguaggio con cui sono raccontate le 100 vite di donne straordinarie non mi ha fatto impazzire, non basta un c’era una volta iniziale per raccontare storie ai bambini, neppure è sufficiente un linguaggio più semplice, perché rischia di diventare semplicistico, ci vuole empatia, che in effetti un po’ manca nei racconti.

Tuttavia è passato un messaggio importante:

solo con le idee chiare, lo sforzo, la determinazione ci si può ribellare all’idea che gli altri si fanno di noi, ai progetti degli altri per noi, per realizzare unicamente noi stessi.

Inoltre, abbiamo conosciuto tante storie bellissime che non sapevamo, musiche e parole che in ogni caso ci hanno arricchito.

Penso a Ameenah Gurib-Fakim, presidentessa delle Mauritius e scienziata:

Le piante più umili nascondono segreti sorprendenti.

Ann Makosinski, inventrice.

Chiunque sia vivo, produce luce.

Le Cholita Climbers, alpiniste mettevano scarponi e ramponi sotto alle gonne colorate.

Ritrovarsi in vetta è magnifico. E’ un altro mondo.

Harriet Tubman, combattente per la libertà

…E pregai Dio di rendermi forte e in grado di lottare, e da allora è sempre stata questa la mia preghiera.

Ma la mia preferita è la scrittrice Maya Angelou, che da bambina smise di parlare perché aveva paura di ferire le persone, cominciò a memorizzare quello che sentiva e leggeva e quando  cominciò a scrivere “fu come una musica che fluiva dalla sua penna“.

La missione della mia vita non è soltanto sopravvivere, ma prosperare e farlo con passione, compassione, umorismo e stile.

Penso che Storie della buonanotte per bambine ribelli sia un libro non perfetto, ma da leggere.

Giuliana  

 

L’arte di insegnare il riordino ai bambini

Ho comprato L’arte di insegnare il riordino ai bambini (Nagisa Tatsumi, Vallardi editore, 2017) non appena l’ho visto, perché a casa  mia l’ordine è ancora un concetto astratto, lontano chilometri dalla quotidianità.

L’ho letto in breve tempo, si legge bene, utile, scorrevole, offre, con semplicità, molti spunti di riflessione.

L’arte di insegnare il riordino ai bambini è un’arte che consiste prima di tutto nel chiarire il concetto generale di riordino ai genitori.

Nel flusso della vita quotidiana il riordino è qualcosa che conclude uno stato precedente, è un’azione atta a conservare una condizione confortevole ed è anche la preparazione alla successiva occasione utilizzo di un determinato oggetto.

Ecco cos’è il riordino dal punto di vista di Nagisa Tatsumi, non un’attività conseguente alla solita minaccia (se non metti a posto butto via tutto! Per me, poi, al plurale).

Il riordino è aver cura delle proprie cose e degli spazi altrui e in qualche modo anche delle relazioni con gli altri, il riordino è un atteggiamento che si insegna ai bambini attraverso il linguaggio non verbale e l’esempio, attraverso gesti da imitare perché accompagnati da un sentimento di contentezza, il riordino è un atteggiamento che aiuta a tenere in ordine anche dentro se stessi, quindi a migliorare la propria vita.

E’ importante che sia il bambino stesso a scoprire da solo l’appagamento, la felicità e il piacere che scaturiscono dal mettere le cose in ordine, arrivando a pensare: “Se il salotto è in ordine, tutti staranno meglio” o “Se lavo i piatti, la mamma sarà contenta e anch’io sarò felice”.

Perché ciò sia possibile nel libro ci sono molti consigli e numerose regole applicabili anche nei diversi periodi dell’anno, regole che riportano un po’ alla filosofia dello spaceclearing o decluttering, cioè l’arte di liberarsi del superfluo.

Non rimandare, ricordarsi sempre che completare qualcosa ci fa sentire meglio, mettere in moto braccia e gambe fa arricchire l’animo, un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto, comunicare il momento giusto per riordinare, ad ognuno un compito, l’autonomia a partire dai 10 anni, gestire le quantità buttando via il superfluo.

Vale la pena leggerlo e fare delle riflessioni per trovare metodicamente le proprie modalità per gestire l’ordine, modellandolo sul proprio concetto di vita, famiglia, casa, quotidianità.

Giuliana

 

 

Salire con Stefano Zavka

Salire con Stefano Zavka
Lorenza Moroni
Ricerche&Redazioni
2017

Prima di scrivere di questo libro  devo precisare giusto un paio di cose su di me e Stefano Zavka, su di me e la montagna.

Io Stefano Zavka non lo conoscevo, l’ho conosciuto in quei giorni del K2 quando nella mia città non si parlava d’altro che del giovane alpinista ternano disperso su una delle cime del Karakorum. Il giovane alpinista ternano non è tornato e da allora sono passati dieci anni.

Ho visto documentari e letto interviste di Stefano Zavka e il mio incontro con lui è stato tutto qui, io sul divano, dieci anni fa, in preda a paure di ogni tipo, lui pieno di coraggio sullo schermo della tv, il viso colorito dal sole e seccato dal vento dell’alta quota e gli occhi velati come da un presentimento.

Sono state due e o tre le vette raggiunte dai miei piedi, poche e assai basse, io e la fatica non siamo mai state poi così amiche, però quelle due o tre vette sono state indimenticabili, in poche semplici parole, arrivi fin lassù e senti di aver vicino il senso autentico di questo affannarsi quotidiano.

Le due cose insieme, la montagna e questo sconosciuto alpinista sempre “appeso alle nuvole“, fatto di “luce, vento, roccia, neve“, mi hanno fatto precipitare a cercare questo libro, zoppicando per mezza città,  scoprendo, tra l’altro, che qualche libraio ternano l’ha dimenticato.

Salire con Stefano Zavka è una storia di montagna, di amicizia, di scrittura terapia, quel tipo di scrittura, cioè, che è indispensabile per “sublimare la sofferenza“, come scrive l’autrice nelle prime pagine.

L’autrice, Lorenza Moroni, è un’amica di quelle che ti restano accanto anche quando non ci sei, una di quelle che ti sente e ti parla anche quando te ne sei andato.

Dal momento della morte del suo amico, l’autrice comincia un dialogo silenzioso, quasi mistico, fatto di parole scritte, di lacrime trattenute, di ricordi sempre nitidi e di sorrisi mai taciuti. Il risultato è una storia emozionante e triste, malinconica ma piena di speranza per i rapporti umani (fosse sempre come si racconta in questo libro, non ci si perderebbe mai).

Salire con Stefano Zavka è una storia che andava scritta per non perdere i ricordi, le imprese, l’autenticità e la ricerca dell’essenziale possedute dal giovane alpinista ternano, così come ce lo racconta Lorenza Moroni.

Salire con Stefano Zavka è una storia che andava scritta perché è un altro modo che ha la montagna a di insegnare la vita: far parlare i suoi alpinisti, quelli che l’affrontano con umiltà e determinazione, con un approccio “romantico e etico”.

Salire con Stefano Zavka è una storia che andava scritta perché qualcuno la deve leggere, non soltanto gli amici di Stefano, non soltanto gli amanti della montagna, non soltanto i ternani.

Salire con Stefano Zavka è una storia che va bene per tutti, soprattutto per quelli che sono insoddisfatti della propria vita e che non sanno da che parte cercare e la risposta è lassù sulla vetta, dopo una scalata, o molto semplicemente lì, dietro gli occhi e il sorriso di un amico.

Ho divorato Salire con Stefano Zavka, complice anche il tempo a disposizione per la mia convalescenza, poi ho lasciato le ultime pagine in sospeso, a mezz’aria, quasi per non farla finire la storia di questo ragazzo che ho conosciuto solo per mezzo delle parole, che ho immaginato tante volte nei suoi ultimi momenti lassù, in capo al mondo, dove non è più quasi mondo.

Poi la storia è finita, come finisce tutto.

Eppure qualcosa resta.

Quasi una familiarità con questo ragazzo dal nome impronunciabile, quasi un affetto, quasi un sapore buono che ha reso la mia lettura salutare per l’anima.

Salinger nel suo Giovane Holden scriveva:

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Questo è dunque un libro che mi ha lasciato senza fiato, che mi ha richiesto giorni per una specie di recensione che comunque non dice tutto, non dice abbastanza, che mi fa essere grata per questa mia abitudine di leggere.

Leggetelo anche voi, tra l’altro i proventi delle vendite sono destinati al dispensario medico di Askole, in Pakistan, un benessere per l’anima e per il mondo, insomma.

Giuliana

My Therapy is a book

 

Era bello guardarlo arrampicare. Diversamente da quel che accade a molti uomini, che sfruttano in primis la loro forza fisica, trascurano la tecnica, lui, pur possedendo un’innegabile potenza muscolare, si muoveva con leggerezza e stile, era posato nei movimenti, la lentezza del suo incedere era frutto di grazia e ragionamento. Raramente sbagliava un passaggio, raramente cadeva. Univa intuito a logica, in un’armoniosa danza verticale.

 

 

Cedi la strada agli alberi

Cedi la strada agli alberi è la raccolta delle “poesie d’amore e di terra” di Franco Arminio, edito da Chiarelettere, uscito a febbraio 2017.

Siamo a giugno 2017.

Come mai ho aspettato tanto? C’è da vergognarmene.

In ogni libro che leggo trovo elementi terapeutici, è vero, ma questo.

Questo libro, dal piccolo formato profumato da tenere sempre con sé, è una raccolta di terapie in pillole, una raccolta di immagini e suggestioni che racchiudono tutto il bene della poesia (la ricercatezza e la cura delle parole, l’immediatezza, la brevità), tutto il bene dell’amore (l’appartenenza, la gentilezza, la cura delle persone, la sensualità) e tutto il bene degli alberi e della natura (il rispetto, l’autenticità, la forza, il benessere, la riflessione).

Conoscevo l’autore solo di nome e dopo la lettura, fatta a sorsi dissetanti come l’acqua fresca per l’anima accaldata, ho scoperto la paesologia di Franco Arminio.

La paesologia nasce quando i paesi stanno finendo. In questo finire apparente si aprono fessure che danno emozione.
La paesologia ha capito che i luoghi sono importanti. Bisogna guardare quello che ci facciamo coi luoghi, bisogna saperci fare coi luoghi. Non può essere solo una faccenda di urbanisti o di sociologi.
nell’italia di oggi essere paesologi significa dare valore ad alcune cose piuttosto che ad altre: la percezione piuttosto che l’opinione, il dettaglio piuttosto che l’astrazione, la fragilità piuttosto che l’arroganza.
non è una disciplina scientifica, ma emotiva, una postura che guarda il mondo dall’altezza del cane, uno sguardo sul mondo che non ha paura di nascondere le proprie incertezze, le proprie ossessioni, un egocentrismo che sa ascoltare.

Cedi la strada agli alberi mi ha lasciata senza parole, mi ha commossa, mi ha parlato di paure e affetti che conosco, da voce all’amore per la terra, per il silenzio, per i fili d’erba, per il vento, per gli alberi, per le parole, per le solitudini.

Cedi la strada agli alberi è un antidepressivo fatto di parole, parole che ci fanno scoprire certi significati, ci fanno rispondere a certe domande, come ad esempio, che senso ha la nostra vita? Che ci facciamo con la nostra vita?

Un buon indizio per tentare di rispondere lo troviamo nel titolo: cominciamo a cedere la strada agli alberi.

Ricordatevi che siamo a giugno 2017, non è mai troppo tardi, ma è un peccato lasciar passare il tempo senza avere questa bellezza tra le mani.

Giuliana

P.S. La mia poesia preferita è quella che segue. Penso al mio luogo perfetto, il mio posto nel mondo, forte, fragile, sacro. Sono parole che accarezzano le mie paure, ma “bisogna ripartire da qui”.

Bellissima l’Italia
annidata sull’Appennino.
E’ la mia Italia,
è l’Italia che trema,
in cui mi inginocchio ogni giorno
davanti alle porte chiuse,
ai muri squarciati.
Bisogna ripartire da qui,
qui c’è il sacro che ci rimane:
può essere una chiesa, una capra,
un soffio di vento,
qualcosa
che non sa di questo mondo
né di questo tempo.

Franco Arminio

Emma

Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un buon carattere, sembrava riunire in sé alcune delle migliori benedizioni dell’esistenza, ed era al mondo da quasi ventun anni con pochissimo ad affliggerla o contrariarla.

Comincia così il romanzo Emma, di Jane Austen, pubblicato per la prima volta anonimo nel 1815 e, come ogni incipit ben fatto ci illumina sulle caratteristiche della protagonista, persino l’autrice disse: “Sto per descrivere un’eroina che non potrà piacere a nessuno, fuorché a me stessa”.

Emma è un personaggio che in linea di massima non piace, viziata, snob, piena di sé, pensa di aver facoltà di giocare con i sentimenti delle persone, ha deciso di non sposarsi mai, ma intende combinare i matrimoni che dice lei, tra chi dice lei.

Eppure alla fine del romanzo siamo disposti a perdonarla, un po’ perché quel che intende fare è solo a fin di bene e conseguenza delle sue inesauribili fantasticherie, un po’ perché diventa consapevole dei suoi limiti e cerca di rimediare, un po’ perché sappiamo che non è colpa sua, lei è sempre stata la prediletta di papà e non è stata mai messa in discussione, l’unico che l’ha sempre fatto sempre è colui che poi la salverà, colui che l’ha sempre amata, Mr Knightley, “spirito irremovibile, a cui non interessavano sorrisi e inchini“.

Non riesco a paragonare Emma a Orgoglio e Pregiudizio, ma Emma è comunque una bella storia d’amore che ci regala momenti e ambienti d’altri tempi, racconti che impreziosiscono la nostra vita.

Le trapassò la mente, con la rapidità di una freccia, l’idea che Mr. Knightley non poteva sposare altra donna che lei!

 

P.S. Come vi dicevo qui, sono andata in libreria, ma non ho trovato tutto quello che cercavo.
Ora sono divisa a metà tra le poesie (di Franco Arminio e di Chandra Livia Candiani) e le parole (Bradbury).
Ma sono sempre in cerca di un altro libro, che vi dirò.

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Animali fantastici e dove trovarli

Mentre la lettura di Harry Potter e la maledizione dell’erede mi è sembrata impoverita dalla forma di rappresentazione teatrale, Animali fantastici e dove trovarli è stata una lettura veloce e avvincente, anche grazie al suo essere una sceneggiatura.

Animali Fantastici e dove trovarli è uno dei libri di testo della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, il cui autore è Newt Scamander, ma è di fatto un libro che non esiste, in questo screenplay si racconta di come è venuta all’autore l’idea di scriverlo (di scrivere un libro che non esiste, stratagemma cervellotico e fantastico, tipicamente harrypotteriano).

La storia qui narrata è ambientata in mezzo al mondo dei non maghi, i maghi lottano per salvare il proprio mondo, per non lasciarsi scoprire e nel mezzo di questa lotta, proprio al centro di una New York degli anni Venti, sgattaiolano da tutte le parti gli animali fantastici fuoriusciti da una valigia magica.

La storia è carina e leggera, non c’è quel misto di sentimenti profondi e insegnamenti morali che abbiamo trovato nella saga di Harry Potter, non c’è la delineazione precisa dei personaggi che appaiono un po’ superficiali, ma è una lettura d’evasione, che non annoia e regala dei momenti di relax.

Non ho ancora visto il film, vi saprò dire,

Giuliana

P.S. Adesso sto leggendo Emma, Jane Austen, ma domani faccio un salto in libreria perché ho giusto giusto tre libri-desiderio, di quelli che immagino leggerò in un lampo.

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Harry Potter e la maledizione dell’erede

Harry Potter e la maledizione dell’erede è la sceneggiatura di un’opera teatrale di hogwardshogwar, è la storia di Albus Severus Potter, secondogenito di Harry e Ginny, ambientata vent’anni dopo la storia dei Doni della morte.

Oltre al racconto della maledizione dell’erede, c’è anche il resoconto del travagliato rapporto di un figlio sensibile e profondo con un padre dal nome ingombrante, ci sono storie che si accavallano tra passato che diventa presente e presente che diventa futuro, tra incantesimi, rivelazioni, affetti immutati di una storia incredibile a cui si finisce per credere.

E’ dura vivere con le persone che sono rimaste nel passato.

Il limite di questa lettura è che, raccontata come un’opera teatrale, perde tutto il fascino di quel racconto dettagliato di persone, sentimenti, pensieri, relazioni, paesaggi a cui eravamo abituati nelle letture dalla Pietra filosofale ai Doni della morte.

Senza dubbi l’opera teatrale è stata originale e affascinante, ma la sola lettura della sceneggiatura ha reso il racconto un po’ superficiale ed è un peccato, perché a mio parere non rende giustizia alla storia di Harry Potter.

Ad ogni modo so che chi ama Harry Potter non può fare a meno di leggere Harry Potter e la maledizione dell’erede e di trarne comunque dei benefici:

è l’ideale per ogni potterhead che vuole vivere ancora un po’ nel mondo di Harry, che vuole conoscerne nuove storie, che vuole stare ancora un po’ di tempo a Hogwarts e con Harry, saltando di qua e di là dai confini del tempo, con una giratempo.

Io me lo sono letto tutto in un giorno, un giorno di attesa della seconda operazione allo stesso piede, in cui un sacco di pensieri brutti facevano a gara nella mia testa, tutti pensieri scacciati da un altro viaggio a Hogwarts.

Tu conosci il potere dell’amicizia. (Draco a Harry)

 

La mia personale Harry Potter Terapia 

Giuliana

La verità è una cosa meravigliosa e crudele e per questo va trattata con grande cautela
(Silente)

 

Penso che a un certo punto devi scegliere che uomo vuoi diventare. E ti posso dire che a quel punto hai bisogno di un genitore o un amico.
(Draco)

 

Quelli che amiamo non se ne vanno mai del tutto. Ci sono cose che la morte non può toccare. Il colore … la memoria … e l’amore (Silente)

L’invenzione della gioia


L’invenzione della gioia. Educarsi al vino. Sogno civiltà linguaggio, di Sandro Sangiorgi, Porthos Edizioni, è un libro che somiglia a un trattato, a un saggio, a una enciclopedia, dove si trova tutto quel che si cerca, e molto di più.

L’invenzione della gioia è un invito a “vivere il vino facendone lo strumento per crescere, per coltivare la bellezza”, basterebbe questo per prendere questo libro con sé e goderselo.

Questa è comunque una recensione difficile, non è facile scrivere di un libro così corposo, intenso, complesso, un libro che è insieme teoria del vino e pratica, vino e letteratura, esperienza sensoriale e poesia, coinvolgimento totale di corpo e mente e anima.

Se avete un po’ di curiosità per il mondo del vino potrebbe essere un punto di partenza, ma può essere anche un punto di arrivo per chi da anni approccia il vino con un’altra filosofia.

Il vino va conosciuto con delicatezza, senza doveri, con paziente attesa, con leggera frustrazione iniziale perché i grandi vini spesso sono inaccessibili ad un primo approccio, poi si svelano, pur restando con qualcosa di inafferrabile.

Il vino va inteso come un figlio: “è quello che è, non quello che vorremmo che fosse”, va conosciuto con la delicatezza di cui sopra, ed anche con discrezione e umiltà.

Nel bicchiere è bene entrare in punta di naso per uscirne magari solennemente.

L’effetto che fa la degustazione con consapevolezza (di teoria, di tecniche, di emozioni) è proprio questo: se ne esce solennemente.

Degustare con consapevolezza è un privilegio.

 

La degustazione, strumento di piacere e conoscenza, può essere usata per capire, per migliorare, crescere discosti dal rozzo.

Questo intendevo quando scrivevo “Fate un viaggio nel mondo del vino, scoprirete più cose di voi stessi che in una seduta di psicoterapia” nella recensione di Vino al vino.

Quando abbiamo la possibilità di concentrarci, la degustazione diventa anche un’esplorazione delle nostre intimità verso la comprensione di noi stessi.

 

Impariamo a usare il tempo dell’assaggio, rendiamo attiva ogni nostra parte sensibile e misuriamo l’effetto che il liquido odoroso produce. Scopriremo molto su di lui e moltissimo di noi.

Potrei star qui a citarlo tutto, perchè parla proprio, con sentimento, di tutto, è uno di quei libri preziosi che aggiungono spessore alla vita di ciascuno, alla vita di tutti.

Il vino è umanità, poesia, memoria, appassionarsi e innamorarsi del liquido odoroso è un’occasione per restare vicini alla varietà della vita.

 

Francamente, non mi pare una grande recensione per un libro terapeutico come questo, considerate questo post più come un invito a leggerlo, una spinta alla curiosità di vedere il mondo del vino in un modo diverso.

Giuliana

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Vino al vino

Vino al vino è un viaggio di scoperta dei vini genuini d’Italia, dalla Sicilia alla Val d’Aosta, pubblicato per la prima volta nel 1969, scritto da Mario Soldati.

Si corre il rischio di credere che Vino al vino sia solo un elenco dei vari vini naturali delle diverse regioni italiane di quegli anni, eppure Vino al vino è un immersivo diario di viaggio che scandaglia in profondità non solo le uve, la terra, il vino, ma anche i suoni delle sillabe, la forma delle nuvole, il vento.

Una lettura che avvolge e cattura, stimola i quattro sensi, e ci fa capire che il vino è come una persona, vivo, diverso, unico e il nome dice del vino una infinitesima parte di ciò che quel vino, quella persona, effettivamente è.

L’autore dice di scrivere soltanto le sue “impressioni personali provate e fuggitive” del mondo del vino, eppure non mancano descrizioni dei dettagli, dei sorrisi, dei capelli, degli sguardi delle persone che incontra.

Scrive delle strade acciottolate, dei cieli immacolati, delle bettole, del mare. Scrive delle emozioni che certi vini, dopo esser stati a lungo cercati, gli fanno provare.

Scrive di vini non famosi, “vini umili o gloriosi, talvolta quasi ignoti“, ma vini genuini che corrispondono “a un atto di fede, a una religione segreta“, vini rispettosi della tradizione, oltre che della natura nel senso più ampio del termine. Scrive di piccoli vini e di grandi vini, la cui differenza è segnata non dall’etichetta (“Esistono piccoli vini sublimi e grandi vini mediocri”), ma dalla genuinità e sincerità del metodo di allevamento e produzione.

Il vino buono è in grado di partecipare alla vita di ciascuno di noi più direttamente dell’opera d’arte.

Vino al vino è un libro dettagliato e terapeutico perché intende vino come un miracolo che “ha anche fare con quanto ciascuno di noi possiede di più segreto, vitale e difficilmente comunicabile“.

Fate un viaggio nel mondo del vino, scoprirete più cose di voi stessi che in una seduta di psicoterapia.

Al contrario di molte persone che conosco, non ho mai bevuto per consolarmi di qualche guaio, o per obliterare qualche tristezza. Ho sempre rispettato troppo e il vino e il dolore per non evitare di mescolarli. Se ho avuto dell’indulgenza verso l’alcol è sempre stato per il motivo opposto: sentendomi felice , per esserlo ancora di più; per abbandonarmi tutto alla felicità.

Vino al vino è dunque un viaggio ricco di nozioni, vitigni, territori e ricco di suggestioni, ma è anche l’espressione di una filosofia, di un modo di intendere il vino, non schematico, non didascalico, ma ricco di tecniche per la comprensione di questa idea affascinante di un vino vivo che va descritto partendo da se stessi.

Il vino lo si giudica proprio da questo, che aiuta, nel ricordo o nella speranza, nella riconoscenza o nel desiderio, a sognare. E non si può descrivere il gusto del vino se non si ricorre in qualche modo al sogno. E siccome il sogno ha una struttura individuale e irrazionale, bisogna pure che ciascuno si rassegni a descrivere il gusto di un vino partendo da se stessi, riferendo le proprie sensazioni con assoluta sincerità e confidando che gli altri, al momento buono, provino sensazioni non troppo diverse.

Conservo questo libro ricco dei post-it di quando l’ho letto, da l’idea di quanto sia stata ricca la lettura e di quanto spesso io andrò a cercare qualcosa (cosa? Il racconto di una terra, di un vino, di una suggestione, di un’amicizia) tra quelle pagine, e di certo lo troverò.

Meglio, tante volte, un piccolo vino che un grande vino. Meglio, altrettante volte, un vino senza etichetta che un vino con l’etichetta. Meglio, infine, un vino qualunque bevuto in compagnia di un amico, che un Romanèe-Conti da centinaia di nuovi franchi la bottiglia bevuto da solo. Che cos’è un vino senza gli amici? Dirò pane al pane e vino al vino: dirò che un vino senza gli amici è poco più di niente.

 

Giuliana

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Il deserto dei tartari

Certe letture a volte fanno salire un grande struggimento d’animo.

Ci si identifica tanto con il protagonista, talmente bene sono descritti i suoi sentimenti così simili ai nostri, che si finisce per soffrire con lui.

E’ bellissimo e doloroso Il deserto dei tartari.

Il protagonista, Giovanni Drogo, è un ufficiale che prende servizio in una remota Fortezza di confine, situata tra i monti e confinante a Nord con un gigantesco deserto, quello dei tartari, appunto.

La Fortezza Bastiani ha proprio la funzione di sorvegliare il deserto del Nord, dal quale i tartari non arrivano più da tanto tempo (anzi, forse non sono mai arrivati, forse sono un popolo costruito da miti, mai esistito davvero).

La Fortezza li aspetta e quest’attesa contagia come una malattia tutti i soldati di stanza presso di essa.

Tutti i soldati, Drogo compreso, prendono infatti servizio alla Fortezza sicuri di rimanere solo qualche giorno, poi, affascinati dal deserto del Nord, fiduciosi che tanto c’è tutto il tempo per realizzare i propri progetti di vita, restano altri quattro mesi.

Ma quattro mesi sono già troppi, durante questo tempo la Fortezza li fa “dimenticare degli uomini” e li contagia con il sentimento dell’attesa, che in questo caso è attesa dei tartari (cominciano a venire alla mente del lettore delle domande: io cosa sto aspettando? cosa sto facendo, nel frattempo?).

Si aspetta, assorbiti dai rituali meccanici della quotidianità, tanto c’è tempo per tornare alla vita normale e realizzare tutti i propri sogni.

Il tempo c’è, è vero, ma passa veloce.

Quattro mesi diventano quindici anni che non si notano affatto a guardare le mura immutabili della Fortezza e le immobili montagne, ma si vedono eccome a guardare il volto e il corpo invecchiati di Drogo.

Drogo, ammalato, viene allontanato dalla Fortezza proprio mentre arrivano genti dal Nord.

Non è servito a nulla rinunciare al proprio tempo per aspettare l’occasione di tutta la vita. Tempi migliori non verranno in futuro, il tempo giusto è adesso, non si può più aspettare.

E’ la lettura giusta per chi tende a procrastinare, per chi dice “vedremo”, per chi ha una incrollabile fiducia nel futuro e nel frattempo non muove un dito per realizzare i suoi sogni.

La propria idea di futuro va costruita attimo per attimo, con sforzo, responsabilità, scelte consapevoli.

Il deserto dei tartari è un libro grandioso che parla “dell’irreparabile fuga del tempo”, così efficacemente raccontata dalla descrizione delle strisce di sole proiettate sui tappeti e sui muri che si muovono e, passano, indicando il tempo in fuga, o delle stelle che si muovono nel riquadro della finestra, che, col tempo, non si vedono più.

Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. “Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce che è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento, ma non si ferma mai.

Il deserto dei tartari, Dino Buzzati, 1940

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Giuliana

 

Manteniamoci giovani. Vita e vino di Emidio Pepe

“I Pepe ridono, sorridono sempre. Un po’ perché questo mondo non ammette le debolezze della disperazione, un po’ perché sono felici veramente”.

Questa è la forza di una famiglia di vignaioli nata e diventata grande grazie a lui, Emidio Pepe, uno che ha imparato da bambino a conoscere da vicino il duro lavoro dei campi, uno forgiato dalla terra come testardo, ma dalla terra modellato come uomo di fiducia.

Emidio Pepe è un uomo che incita e dà fiducia, uno che avrebbe preferito che figlie e nipoti non andassero all’università perché

ti arricchisci di ogni persona con cui parli.

Emidio Pepe è un uomo che ha viaggiato quando i viaggi non andavano di moda e non erano nemmeno facili, ma è diventato quello che è, grazie al coraggio che ha avuto di andare incontro ad altre realtà, senza intermediari.

Fare il giramondo forma l’uomo.

Emidio Pepe ha dato vita ad una azienda familiare dal sapore internazionale, dalle colline immutabili di Torano Nuovo, Abruzzo, piantate a Montepulciano e Trebbiano, i vini Pepe hanno un respiro ampio, vedute lungimiranti, lunghezza di passo a misura di sognatori testardi.

Il libro Manteniamoci giovani. Vita e vino di Emidio Pepe, curato da Sandro Sangiorgi, edito da Porthos, è una bellissima lettura di terra, di vino, di poesia e di vita, una biografia di un uomo, di una azienda, di una famiglia, di un modo di vedere il vino, le piante, il futuro.

E’ una lettura indispensabile per chi si avvicina in punta di piedi al mondo del vino, per chi ci è dentro fino al collo, per chi non ne sa niente ma vuole imparare.

E’ una storia che stimola la necessità di aver chiari i propri obiettivi, la necessità di lavoro di mani, sudore di fronte, testardaggine di anima perché gli obiettivi non siano solo sogni ma una realtà conquistata.

 

“Ma tu lo sapevi già di fare uno dei migliori rossi del mondo?”

“Si, sono partito proprio con questa idea”.

Giuliana

Non ora non qui

Non ora non qui è il primo libro che Erri De Luca ha pubblicato alla soglia dei quarant’anni (1989), dopo aver percorso innumerevoli strade di vita (operaio, muratore, volontario in Africa, autista …).

Non ora non qui è la storia (breve e intensa, come tutte le storie di Erri) di un uomo di sessant’anni che tiene in mano una vecchia fotografia che ritrae una donna intenta a guardare un bambino in un autobus in transito.

L’uomo riconosce nella donna sua madre che osserva lui stesso, bambino.

D’un tratto il bambino diventa l’uomo che guarda la foto, il quale inizia un dialogo sommesso e accorato con la donna, raccontandole emozioni e storie che hanno trasformato quel bambino nel sessantenne con la foto in mano.

Le emozioni vanno di pari passo alle vicende narrate, le parole usate per narrarle sono semplici, senza arzigogoli, profondissime e evocative.

Non ora non qui va letto per comprendere l’inestimabile valore della memoria, adatto per chi vuole una lettura breve ma coinvolgente, scorrevole ma mai superficiale.

Fa bene al cuore, Erri De Luca, perché evoca di continuo immagini e metafore che districano i pensieri e fanno sentire ancora più in contatto con le cose autentiche della vita:

la terra amata, il rispetto per l’altro, il perdono di se stessi e per il proprio passato, che va accettato pur con un po’ di nostalgia, il rispetto del silenzio, dei modi antichi, delicati e gentili, di toccare cose e persone.

 

Ho in corpo il peso di un ricordo

Splendido, come sempre, il mio amato Erri De Luca, senza tempo.

I lettori affezionati di My Therapy conoscono il mio debole (il mio forte!) per Erri, lo leggo piano, a sorsi, intervallandolo a altro, poi torno ai suoi libri, perché mi fa sentire a casa, in pieno contatto con la mia anima, non con la testa tra le nuvole, come mio solito, ma con i piedi ben piantati in una terra sempre amorevolmente descritta, con il cuore tra le persone sempre così empaticamente raccontate, con la testa tra le parole, sempre così precisamente vicine ai sentimenti.

Ho trovato alcune espressioni, quasi poetiche, che mi hanno in qualche modo riportato a me stessa, ve ne faccio partecipi.

Ero un bambino più assorto che quieto.

 

L’adolescenza era una delle stazioni della pazienza, aspettando di consistere in future completezze. Erano anni stretti e il mondo immenso.

 

Faceva ridere, non se ne risentiva. Per quale miracolo alcune creature non si addolorano delle risate versate sui loro sforzi, sui loro inciampi? Mancò a me sempre la sua grazia in questo.

 

Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le persone.

 

Oltre la calma ti spiaceva anche la mia distrazione: Mi facevo assorbire dalle assonanze. Molte cose finite sotto i miei sensi evocavano un altrove. Ero, lo sono ancora, spesso assente di un’assenza impenetrabile.

Non ora non qui ha avuto la capacità incredibile di raccontare cose di me stessa.

Se non è libroterapia questa, cos’è! 

Giuliana

Bel-Ami

Bel-Ami è un arrampicatore sociale di prim’ordine, è un uomo che sa quello che vuole (soldi, potere, piacere) e per ottenerlo usa tutti i mezzi a sua disposizione, infischiandosene della morale.

Bel-Ami ha parecchi dei peggiori difetti dell’uomo, è invidioso, cinico, spavaldo, probabilmente l’unico suo sentimento autentico è l’affetto che prova per la bambina che lo ha soprannominato Bel-Ami (il suo vero nome è Georges Duroy, figlio di due poveri contadini di Canteleu).
Ha dalla sua parte la fortuna di essere bello e di possedere un elegante e naturale portamento, ma non ha altro di positivo, eppure non si può fare a meno di tifare per lui, sotto sotto, e il merito è tutto della penna che lo ha dipinto come un quadro, lo ha reso reale come un uomo imperfetto che, pur cinico e sprezzante, è ironico e divertente.
Allo stesso efficace modo l’autore, Guy de Maupassant, ha tratteggiato le vicende e i luoghi di Parigi di metà dell’Ottocento, rendendo il romanzo anche fondato su verità storiche, ha raccontato, pur nella finzione, una società affatto misogina, dove le donne hanno un potere notevole dato da talenti e intelligenze.

Con un minimo di metodo si ottiene tutto ciò che si vuole.
Madeleine

Bel-Ami è un personaggio che non insegna certo a vivere secondo principi di rispetto e moralità, ma è un libro ricco di sentimenti (l’amore, la paura che è spesso più potente della volontà, l’ambizione, la pazienza, la vita, la morte), è un libro che fa venire più di un batticuore (il duello, il coordinamento di più d’una amante, il matrimonio in Chiesa).

Bel-Ami è un grande classico e come tale fa bene leggerlo per la lettura in sé, scorrevole, emozionante, ai limiti di una perfezione che io personalmente trovo quasi solo nella grande letteratura d’altri tempi, quella che ho racchiuso nel termine “Capolavoro“.

Giuliana