Fiori Terapia

Qualche giorno fa ho fatto una seduta di Fiori Terapia.
Le fioriste di Natural Fiori hanno organizzato dei pomeriggi creativi, ci siamo messe intorno a un tavolo e abbiamo creato con le nostre mani un centrotavola per le feste.
Io che conosco bene le mie mani, ho portato con me mia figlia.
L’avevo in braccio e insieme abbiamo appiccicato, incollato, glitterato, stagliuzzato, spelacchiato.
Lei adora fare degli “artattack”, si è divertita e ne è uscita profondamente soddisfatta.
Io, che vivo della sua felicità, pure (anche perché a dirla tutta non ho perso nemmeno un’occasione per baciarmi tutta quella testolina bionda in movimento tra me e il centrotavola in costruzione).
Fiori, piante, frutta, pigne, brillantini hanno persino ubbidito al nostro tentativo di assemblaggio e ne è venuto fuori un capolavoro!

Primo Step: lei ha scelto la base
uno

 

 

 

 

 

 

 

Secondo Step: i materiali!
due

 

 

 

 

 

 

Terzo Step: primo assemblaggio
tre

 

 

 

 

 

 

 

Quarto Step:glitter!
quattro

 

 

 

 

 

 

 

Infine … particolari del capolavoro
infine

 

 

 

 

 

 

 

Grazie Mariana e Fata Milli di Natural Fiori!

La fantasia per essere mamma

Sono stata una pirata e lei il mio capitano al cui fianco combattevo contro Capitan Uncino. (Lei è talmente buona che non riesce a dire che Capitan Uncino sia cattivo, si, un po’, ma si sente comunque in balia di una lotta inconscia tra il bene e il male, alla base della quale c’è la convinzione che in ognuno ci sia del bello e del simpatico e del buono.)
Poi sono stata cane e ho abbaiato a lungo, sono stata tempesta, portafoglio.
Io, poi, che mi dicevo non comprerò mai armi ai miei figli, mi sono ritrovata a comprare in un colpo solo la spada di Zorro e una super potente pistola laser multicolor da dare a lei perché possa combattere alla pari contro le sue paure.
Sono stata Minnie e Topolino e ho avuto in dono meravigliose scarpe verdi per viaggiare attraverso lo spazio alla ricerca di un principesso che non fa niente.
Sono la Principessa- Fatina delle Rose, al servizio della mia Regina delle Fate (e dei pulcini), e del Re dei Folletti della pappa, in compagnia del Principe-Elfo della cioccolata (che ho sposato anni fa).
Sono stata anche designer di finger food.
La mia creazione più gettonata, fatta per combattere certe astenie selettive, è di certo Il Signor Salamino: due fette di uovo sodo per occhi, un salamino per naso, capelli di carotine, due orecchie di pomodori a fette e una bella fettina di prosciutto cotto a mezzaluna per bocca.
Le mie dita non sempre ubbidiscono al comando centrale (a meno che non si tratti di cliccare sui tasti di un computer), per cui le mie creazioni lasciano un po’ a desiderare quanto a grafica.
Hanno un effetto terapeutico, però.
Mia figlia, totalmente priva di appetito al suo ritorno da scuola, non sbuffa e non fa facce da funerale se sa che nel piatto coperto c’è un parente del Signor Salamino.
Di conseguenza io non provo quella profonda demoralizzazione, lo sconforto totale, l’insoddisfazione e la sfiducia nelle mie capacità di mamma-cuoca-chioccia, l’ansia comune alle mamme dei cosiddetti figli inappetenti.
Inoltre, faccio un grande esercizio di fantasia, indispensabile per farmi rimanere bene a contatto con le nuvole.

Ecco i frutti della mia fantasia!

BUON NATALE:
BUON NATALE

 

 

 

 

 

 

 

 

PRINCESS MOZZARELLA:
PRINCESS MOZZARELLA

 

 

 

 

 

 

 

MR & MRS EGGS:
MR & MRS EGGS

 

 

 

 

 

 

FIORE DI UOVO SOTTO LA PIOGGIA:
IMG_2801

 

 

 

 

 

 

PROSCIUTTO IN GABBIA:
IMG_2803

 

 

 

 

 

 

 

 

IPSLON DI SUPPLI’:
IMG_2856

 

 

 

 

 

 

 

 

RISO SOTTO LE STELLE:
IMG_2818

Ne seguiranno altre!
Se vi va iscrivetevi alla newsletter!

Il primo giorno di scuola

foto My Therapy

foto My Therapy


Quali sono tutte le cose che dovevo fare dal momento che sarebbero tornati a scuola?
Dov’è tutta la gioia, leggerezza, tranquillità e solitudine desiderata che mi aspettavo di ritrovare al momento del loro ingresso nelle mura sicure e formative dei rispettivi edifici?
Adesso che sono sola, ma quanto mi mancano?
Questo silenzio, a cui mi riabituerò, ora quant’è greve?
Quanta fatica ho fatto a trattenere le lacrime vedendo LEI così piccina, in quel grembiule così grande, sotto il peso di quello zaino gigantesco, seduta in prima fila accanto al suo compagno di classe di tutta la vita (cinque anni, per loro tutta la vita) … quanta fatica? Che mattinata ho passato crogiolandomi nelle mie insicurezze di genitore che vorrebbe un figlio autonomo, e d’improvviso si trova davanti un pulcino spaventato?
Meno male che poi, lasciando LUI nelle mani delle maestre già note, c’è stato sollievo nel vederlo solo un po’ perplesso ma poi sicuro di poter andare a giocare lontano da me, che tanto sarei tornata presto.
Meno male che poi, una volta scesa dallo scuola-bus, sul quale continuava a sembrare un uccellino bagnato, è tornata la mia bimba chiacchierona di sempre, con quegli occhi spalancati sul mondo, piena di idee e senza appetito, saltellava persino mentre si rintanava in camera sua a giocare metabolizzando un sacco di emozioni nuove.
Quindi i figli sono a scuola e io sembro scema, una mamma scema che s’è immaginata di crearsi un’indipendenza e un’autorevolezza, ma resta solo una mamma senza i cui figli è scema, abbastanza priva di senso.
Una mamma scema che non ha fatto altro che pensare a questo primo giorno di scuola, a come prepararli e renderli emotivamente pronti ad affrontare il distacco, ed ora si domanda se sia concretamente possibile rendere pronti i propri figli alle esperienze nuove, se è fattibile aiutarli ad essere più forti o se tutto quello che fanno e diventano è solo farina del loro sacco, frutto delle loro anime e delle loro menti.
Tutto quello che può almeno tentare di fare questa mamma scema è far respirare loro tutta la serenità possibile, anche quella che non possiedo, cercandola chissà dove, e trovandola chissà come.
Amori miei, non so perché è stato così veloce il tempo che da piccoli batuffoli sulle mie mani siete diventati aquilotti in grado di volare da soli, ma io, in ogni passaggio di tempo e di luoghi, sono qui, con tutto il mio cuore, accanto a voi.

La mia vita per loro

dal web

dal web

Sempre dalla pediatra.
C’è una mamma tutta colorata, tutta in tiro, tutta col fisico, tutta pettinata e tutta truccata. Tutta, insomma.
Il suo ometto ha dieci giorni.
Caspita.
Io dopo dieci giorni dalla nascita di LEI ho preso il virus intestinale e non mi sentivo davvero tutta in tiro.
Invece dopo dieci giorni dalla nascita di LUI stavo anche peggio e non mi sentivo davvero tutta. Ero solo metà.
Mi guardo, adesso, dopo venti MESI di LUI.
Il capello selvaggio, non ho neanche provato a domarlo.
Nascosta in una mezza specie di tuta.
Con un fagotto in braccio tutto raffreddato, che dorme.
E certo. Adesso dorme.
Se magari avesse dormito alle ore giuste io adesso, magari, non avrei queste occhiaie e questa stanchezza accumulata da mesi.
Ma che mesi. Sono anni che non dormo.
Loro due sono la mia vita, la mia terapia.
Ma dormire, vivere con più tranquillità, rilassatezza, aiuterebbe.
Tornare a un lavoro normale, aiuterebbe.
Avere una serenità e una progettualità a lungo termine, aiuterebbe.
Vivere in un Paese ben governato, aiuterebbe.
Scrivo sulle note dell’iphone con la mano destra, mentre il fagotto mi spezza il braccio sinistro.
Poi la mamma tutta in tiro parla.
Dice che il suo cucciolo è bravissimo.
Mangia e dorme.
(Ecco,appunto)
Mangia sempre, e va bene adesso ma quando si torna al lavoro bisognerà regolarizzarsi eh.
Come sarebbe.
Tuo figlio ha dieci giorni e tu pensi al ritorno a lavoro?
Mi sorge un dubbio dilaniante, adesso.
Avessi niente niente sbagliato a consacrare la mia vita ai miei figli?
Niente niente sarebbe stato meglio mantenere miei legittimi spazi vitali, mentali, per non essere solo una mamma?
Adesso forse avrei un tempo dignitoso per me, non spazi di tempo rubati per correre o scrivere.
Non sentirmi una ladra di tempo piazzando i cuccioli dai nonni o rimandando le faccende domestiche.
Il tempo meritatamente e legittimamente mio.
Adesso non ne ho e forse è perché ho sempre avuto diabolicamente la filosofia dello stare insieme, sempre insieme la sindrome della famiglia unita, come i Barbapapà.
Ho sbagliato tutto, davvero?

Dentro alla borsa di una mamma

Porto sempre con me il borsone della palestra, per evitare di portare una borsa per lei, una per lui e una per me. È come una valigia, infatti spesso mi chiedono se parto.
Non parto, semplicemente esco di casa. E se lei, bevendo, dovesse buttarsi l’acqua addosso? Come se non fosse mai successo! E se lui all’improvviso fosse preda di attacchi di riempimento incontrollato di pannolino? Hai visto mai.
E se dovessero aver sete o fame in un luogo dove cibo e acqua non sono immediatamente accessibili? Intendo a un prezzo dignitoso, se tutti i giorni dovessi comprare due bottigliette d’acqua, hai voglia a tirar su quelle due lire della cassa integrazione!
E se dovessero starnutire come fanno a volte lasciandomi perplessa sul contenuto di quei due piccoli nasini?
E se servisse un cerotto e del disinfettante?
Se fosse freddo? Guanti e cappello!
Se si annoiassero? Dei giochi per lei e dei giochi per lui, matite e colori, palline e bamboline!
Se dovesse salirmi un’improvvisa ispirazione? I miei blocchi, fogli, penne, una usb a forma di coniglio, sempre utile nell’era della scrittura telematica.
Se lei soffrisse di mal d’auto? Braccialetti antinausea.
Se avessi tempo di rifarmi il trucco? (il trucco? Quale trucco? E comunque hai visto mai, cipra e lucidalabbra, burrocacao, pinzette, forbicette …).
C’è il sole? Occhiali per tutti?
Piove? Ombrello!
Che dire dello scotch, può sempre servire.
In tutto questo poi vai a cercare il portafoglio per pagare il parcheggio e le chiavi della macchina prima che il parcheggio pagato scada!
D’altra parte, come diceva mio nipote da piccolino, se mi serve mi serve e non c’è galanteria di mio marito che tenga, lui a volte si offre di tenermi quella piccola casa prefabbricata, ma io lo vedo che a lui pesa e a me francamente sta d’incanto, invece!

Le paure di una bambina

bolla bambinaTutto cominciò da una separazione lunga.
Lei deve aver anche assorbito tutte le nostre paure, oltre alla distanza fisica da me, sua madre.
Placenta previa accreta, trasfusioni, terapia intensiva, paroloni per lei non comprensibili ma capiva bene la paura di tutti e deve averla immagazzinata nella sua mente di bambina, intelligente ma bambina.
A distanza di tempo, la ferita non si è ancora chiusa, forse è un po’ infettata, le paure riemergono in altre forme, certi mostri che alla sua età verrebbero comunque a inquinare la serenità per favorire una certa maturazione psicologica, non sembrano arginabili a lei che ha ancora quella ferita aperta.
Adesso quindi la notte si sveglia e piange, vuole stare in mezzo a noi, vuole comunque qualcuno vicino, non ce la fa a stare sola, non ne è più capace.
Adesso quindi, ad ogni minimo contrattempo, alla più piccola contrarietà, attacca la sua cantilena “vogliooomaaaaamma”, anche se la mamma è li con lei, vicino, seppur non attaccata. Lei questo vorrebbe, vivere la sua vita toccandomi, sempre avendomi addosso.
Adesso quindi tocca a me.
Rassicurazione è il primo passo, come quella canzone che lei canta sempre al fratellino: “la mamma è qui, vicino a te”.
Presenza, coerenza. Esserci non solo col corpo ma con la mente.
Serenità. Esserci col sorriso, mettere in fila tutte le questioni della vita e etichettarle con priorità decrescenti, la prima assoluta è la sua serenità.
Incoraggiamento. Lei è brava, lei è talmente brava e buona che a volte fa i capricci per prendersi le attenzioni che altrimenti si prenderebbe il fratello terribile.
Accettazione incondizionata. Io sono realmente innamorata di lei, lei è davvero per me la figlia perfetta, così dolce e sensibile, piena di logica e pure intuito. Il difficile è dimostrarle quanto io sia affascinata dalla sua testolina bionda e dalla sua anima luminosa. La adoro, la mia regina, qualunque cosa faccia, qualunque cosa dica. Ho piuttosto delle manie di perfezionismo da ingabbiare perché non ne faccia le spese lei, piccola anima pura.
Bontà e gentilezza. A volte mi arrabbio, mi pare di soccombere di fronte a certe frustrazioni, la pazienza viene meno. Lei merita il buono di me, il meglio di me. Devo andare nella palestra delle emozioni ad allenarmi, dunque.
Complicità. Io e lei possiamo sconfiggere le paure, potrebbe essere necessario assemblare il Kit della Bambina Senza Paure, una spada, una pistola laser, Supersimba e della polvere di stelle. L’accompagnerò a far pipì tutte le volte, bardata fino ai denti come una guerriera della luce, con il solo scopo di rinchiudere dentro una bolla di sapone tutte le paure.
Proviamo.
Basterà a scacciare le paure e a renderci entrambi più forti?

Ciò che completa

foto My therapy

foto My therapy

É inutile cercare chi ti completi: nessuno completa nessuno.
 Devi essere completo da solo per poter esser felice.
 (Erich Fromm)
Io però non sono d’accordo.
É pur vero che bisogna saper stare da soli, bastarsi per essere equilibrati, per relazionarsi con altre persone in modo significativo e produttivo; essere consapevoli di sé, di quello che si è e si vuole è fondamentale per pretendere dagli altri fiducia, rispetto, amore.
Mi viene in mente la foto su facebook di un grafico a torta coi motivi per cui una donna piange, un buon sessanta percento era etichettato con “??”. Mi capita qualche volta di piangere e sentirmi triste non si sa per quale motivo e mio marito che mi vorrebbe aiutare, non può.
Mio marito.
Lui è parte del mio completamento.
I miei 4 occhi chiari sono il tutto.
Sono completa, e quindi felice, grazie a loro tre.
Grazie alla mia famiglia, ai miei amici, al verde che ho intorno (e mi piacerebbe anche dire grazie al mio cane e al mio lavoro, che non ci sono più).
Sono completata dal mio contesto di vita, colori e acque, dai miei libri, dalla tastiera del mac e dal migliaio di penne e quaderni sparsi per casa, dalla musica, dai sogni impossibili, dai programmi fattibili.
Io sono tutto questo, impossibile pensare di potermi bastare e essere felice.
Mi so bastare e a volte mi manca una sacra solitudine in questo caos più o meno allegro, ma il mio bisogno di stare sola si soddisfa in breve, a un certo punto mi manca l’aria.

Il tempo per me

Casa limpida e in ordine.
Nessun vestito da lavare né da stirare né da riporre.
I bimbi a scuola, al sicuro, in buona e istruttiva compagnia.
Ecco.
Ho tempo per me, me lo posso godere.
Cosa faccio?
Scrivo.
Leggo.
Corro.
Una doccia lunga.
Mi metto lo smalto e lo lascio persino asciugare.
Esco con la mia mamma a fare shopping.
Vado a mangiare una pizza a casa della mia amica single con le mie altre amiche, sfogo libero, parolaccia libera – e checazzo – dialogo semplice ma profondo, empatico, tipico di chi si conosce, si apprezza, ride dei propri e altrui difetti.
Ecco.
Non riesco a fare nemmeno un quarto di tutto questo, però.
Al mattino ho un fantastico corso di qualifica obbligatorio, completamente inutile e deprimente, che non offre alcuna prospettiva sensata alla cassaintegrata che sono.
Arrivata a casa poi c’è il piccolino da far addormentare mentre mangio al volo un pezzo di parmigiano, correre di qua e di la appresso a vestiti, giochi, merende, bibite, pannolini, vestiti, giochi …
Poi torna anche la mia regina e lei vuole me, vuole stare con me, vuole me punto e basta.
Se non c’è pallavolo, la riunione con le maestre, il pediatra, il dentista, la spesa alla coop arrivano le sette di sera in un battibaleno, insieme alla cena da preparare, tavola da apparecchiare, mani da lavare, giochi da spostare anche solo per passare.
Poi la tavola da sparecchiare, mani, piedi e culetti da lavare, pigiami da mettere e occhietti da vedere chiusi, belli de mamma, dormite a mamma, su.
Si sono fatte le dieci, in tutto ‘sto traffico ho incontrato solo di sfuggita mio marito, l’ho incrociato per caso in una stanza o l’altra mentre aveva a che fare con un figlio a caso.
Finalmente siamo soli.
Ci vediamo un film?
Ci piazziamo comodi sul divano, stretti l’uno all’altro, sotto un copertone caldo.
In cinque minuti dormiamo profondamente, tutti e due.
Non ci vediamo un film, parliamo un po’.
Lui parla, io ascolto, ma in cinque minuti perdo i sensi.
Io parlo, lui ascolta, ma in cinque minuti perde i sensi.
Non parliamo, dormiamo va.
E arriva il mattino, dopo aver dormito a strattoni, esserci alzati quindici volte, aver percorso otto chilometri tra camera e cameretta, inutilmente comunque, perché poi ci si risveglia in quattro, tra un calcio e una gomitata.
Bene.
Chissà se esiste un organizzatore di giornate, che infili tra le mie ore farcite di cose essenziali, un pochino, pochissimo superfluo, che poi superfluo non è, è il mio equilibro.
Intanto, proprio ora mentre scrivo, tutta la mia famiglia allargata è seduta a tavola, mi guardano tutti con sospetto e un pizzico di silenzioso disprezzo, mia madre sono venti volte che mi chiede di andare a tavola.
L’unico a salvarsi è mio marito che sta dando la pappa ai bimbi, e anche i miei bimbi si salvano a dirla tutta, perché la amano la mamma scrittrice e danno valore al tempo che passo scrivendo.
Belli loro tre.
Adesso vado a cena, va prima che qualcuno mi lanci una forchetta.

Co-sleeping

foto My Therapy

foto My Therapy

Io sono d’accordo, mi piace svegliarmi e sentirmeli addosso, il loro respiro sul mio viso, un braccetto che mi trovo all’improvviso sotto la schiena e divento contorsionista per non spezzarglielo, un piede piantato tra un polmone e un rene, un calcio improvviso, una testata in velocità.
No, a parte gli scherzi, mi piace averli addosso, ma mi duole che nessuno abbia ancora brevettato un letto a quattro piazze, anche tre, via.
D’altra parte la mia regina adesso è in preda alle paure dei suoi quasi cinque anni, è terrorizzata al solo pensiero di stare sola e se dorme con noi è più tranquilla e se non dorme con noi tanto poi scende dal suo letto e viene nel nostro e quindi dorme con noi, anche quando non dorme con noi.
Poi quando avrà quindici anni lei non vorrà più dormire con noi e allora godiamocela adesso.
D’altra parte il mio principe-urlo si sveglia dalle diciassette alle diciotto volte a notte per quel suo carattere irascibile, lo fa arrabbiare qualunque cosa, un lenzuolo che tira, un piede incastrato, il ciuccio scomparso … Averlo vicino è comodo per evitare di fare dodici tredici chilometri a notte.
Poi quando avrà quindici anni … ah no, lui è maschio, lui forse non ce lo schioderemo facilmente,  o forse invece lui si accorgerà che nel suo letto avrà meno intoppi e si incavolerà di meno e allora non lo avremo più in mezzo come il prezzemolo.
A parte le comodità e la sensazione stupenda di essere “una famiglia unita”, di far circolare a più non posso amore notturno, a parte questo, dietro al co sleeping c’è una teoria secondo la quale i bimbi crescono più sicuri di sé.
C’è sempre il caro Bowlby, John Bowlby nell’ombra e mica tanto ombra.
C’è anche quella ricerca che studiai all’università che turbò l’animalista che è in me per la crudeltà della deprivazione materna, i cui effetti Harlow voleva verificare. Nei lontanissimi anni sessanta, il signor Harlow appunto prese dei cuccioli di scimmie macaco e tolse loro la mamma, li confinò in gabbie e diede loro due mamme fantoccio, una di freddo metallo fornita di biberon con latte, una di morbida pezza senza latte. ‘Sto genio che altro non era, vide che i cuccioli andavano dalla “mamma” di metallo solo per mangiare, il resto del tempo se ne stavano accovacciati nella “mamma” di pezza, che pure non li coccolava e non li accarezzava e non forniva loro conforto e sicurezza. I macachi crescevano male, diventarono persino aggressivi contro i propri figli, incapaci di prendersi cura, di adattarsi.
Mi appare ancor più crudele il senso di questa ricerca, oggi che ho due bambini.
Mi appare persino ovvio che il loro sonno sia frammentato e quindi poco ristoratore, quando dormono da soli, non servono mica fior fior di ricerche che lo dimostrano.
Mi sembra così ovvio che appena mi sdraio accanto a loro, loro si tranquillizzino come sotto effetto di droga.
Tutto ovvio, tutto scontato.
Mi giunge alla mente una domanda.
Dov’era finita la psicologa che è in me, quella che rimase inevitabilmente folgorata dalla teoria dell’attaccamento, quando ho letto e applicato il metodo Estivill?
Dunque devo rinunciare ad un letto condiviso solo da me e il mio compagno? E casomai per quanto tempo?
Quando sono confusa e leggo e mi informo e studio o ripasso teorie che affermano tutto e il contrario di tutto, da che parte mi devo schierare?
Davvero deve bastarmi l’istinto che mi chiede di dormire tutti insieme allegramente, oppure quel pizzico di ragione che mi resta che mi ricorda che è importante la privacy, l’indipendenza, l’autonomia conquistata anche affrontando da soli certe paure da soli (tanto più che soli non sono, li ho fatti apposta due figli, perché nessuno dei due debba sentirsi mai solo)?

Una base solida

foto My Therapy

foto My Therapy

Il caro vecchio John Bowlby parlava di mamma come “base sicura” dalla quale il bambino può partire per esplorare il mondo con la sicurezza di poter tornare e di saper bene dove tornare.
Ecco, non ricordo bene però se il caro compagno di mille studi dava anche indicazioni su COME diventare “basi sicure”, quali sono gli argomenti su cui riflettere.

Una casa accogliente, dicevo in un altro post, pulita, sgombra, colorata, vissuta, non da giornale di design, per dire. Il cosiddetto “nido”.

Una relazione forte, stabile, sincera con il compagno di una vita che non a caso è anche il loro padre.

Il cibo, la cui ricerca per fortuna possiamo dare per scontata, ma la “condivisione” non è scontata per niente, non è scontato il mangiare serenamente a tavola “parlandoci addosso” nel senso più dolce e intimo dell’espressione.

L’accudimento, che è il contrario della trascuratezza della quale ho conosciuto vari gradi in certi bambini e per questo rifuggo anche il più basso, sia pure perdonabile. Anche perché quanto mi piace lavarli, tagliare le unghie togliendo da sotto i colori, asciugarle i capelli, vestirli semplici, comodi, ma ricercati!

L’attenzione costante e silenziosa che non si pericolino anche solo in giro per casa, lei non tanto che è più prudente, ma lui è un arrampichino di prima classe, si arrampicava in alto già quando ancora aveva paura a camminare da solo.

Esserci, poi, la presenza. La teoria della qualità più importante della quantità io la sostengo, ma certe mie esperienze lavorative e di vita in generale hanno fatto si che io passassi, e passo ancora, molto tempo coi miei figli, così è quasi più difficile, perché nei tempi lunghi bisogna farci rientrare un sacco di cose, la cura del “nido” appunto, la preparazione dei “cibi”, l’attenzione ai vestiti e così via, ho più volte rischiato, e rischio, di dedicarmi più alle cose che a loro due. Ma il rischio lo corro, anche il rischio di perdere la pazienza e arrabbiarmi, perché il tempo passato con loro è tempo sublime, è tempo di condivisione e coccole loro sanno sempre che io ci sono, fisicamente intanto. Poi magari un giorno riuscirò a convincerli che ci sono anche con l’anima e col cuore.
Condivisione e coccole, dicevo. Per quanto i miei figli mi assomiglino in quanto a selvaticità (nessuno dei tre è “appiccicoso” come papà), è un tempo di pace quello delle coccole, da richiedere sempre. Da condividere, sempre. Così come ci piace condividere il tempo dei concerti, del cinema, delle gite fuori porta, dei musei, della spesa alla coop, dello shopping sfrenato che forse loro due un po’ odiano. Io non sono più capace a fare le cose, nemmeno quasi a divertirmi senza di loro (fermo restando che senza dei momenti solo per me diventerei la peggiore delle madri).
Insomma, un sacco di belle cose per essere una “base sicura”.
Empatia, trasmettere emozioni e valori positivi, saper accogliere quelli negativi, accettazione.
Nella pratica è tutto un po’ più difficile che nella teoria.
Certo è che la mission della mia vita è non essere la peggiore delle madri, e questa è la mia base solida.

Se lo ami lascialo libero

foto Edy Mostarda

foto Edy Mostarda

Se ami qualcuno lascialo libero. Se torna da te, sarà per sempre tuo, altrimenti non lo è mai stato” (Richard Bach)

C’è solo un problema.
Mio figlio non è mio.
Le sue maestre, ascoltando a volte la sorella, mi hanno fatto notare che sono solita dire “quello là” o “quella là” riferendomi ai “miei” figli.
All’inizio ho pensato, che modo brutto che ho di parlare di loro.
È un tentativo di distaccarmi da loro perché non ne voglio sapere niente? Perché me ne voglio lavare le mani e non mi ritengo responsabile di quello che dicono e fanno?
O semplicemente è il mio modo per convincermi, e non è facile, che loro sono due persone diverse da me, che io non sono la loro proprietaria, come non lo ero della mia compagna cane, loro non mi appartengono, il fatto che mi siano cresciuti nella pancia non fa si che debbano continuare a crescere nella mia vita, hanno le loro vite, hanno i loro sogni, desideri, caratteri, hanno il loro modo di camminare, di mangiare, di dormire.
Io devo accettare in toto “quello là” con le sue impunità, mica solo coi suoi sorrisi, con il suo modo di dormire a strattoni, mica solo col suo modo rilassante a vedere di mangiare.
Devo accettare “quella là” con le sue preferenze di giochi maschili, mica solo con la sua intelligenza logica e essenziale, devo amarla e aiutarla a essere sicura di sé, anche se è timida e più impacciata.
Insomma il compito di me, madre, è accompagnarli nella crescita circondandoli di amore senza riserve, accompagnarli nelle loro esperienze di vita non con un piglio da maestrina né con la libertà di esser loro amica, ma con complicità e riservatezza, certezza di una base solida a cui tornare quando loro vogliono.
Questo devo costruire per “quelli là”: una base solida, fatta di una casa accogliente, sincerità tra me e il loro padre, che non è solo padre ma mio marito, mio compagno di vita, mio amico, mio consigliere tecnologico.
Una base solida.
E ti pare facile.

L’energia per essere mamma

Non è che non dorme, è che tra una dormita e l’altra si sveglia e le dormite sono circa una decina a notte. Da ormai sedici mesi.
Poi di giorno ho tanti aiuti dai nonni.
Anche se io il concetto di aiuto lo concepisco in altro modo, per dire, se io devo aiutarti devo starti prima a sentire su come vuoi che io ti aiuti, non è il fine, è il processo che conta.
Se mia figlia è in una sorta di “punizione” e non esce dalla camera fin quando non ha terminato il suo libro delle vacanze, non mi aiuti se lo finisci di colorare tu.
Se ti chiedo, per favore cerca di non farlo addormentare, se lo distrai riesce a resistere e può addormentarsi dopo pranzo (primo perché tra un po’ va a scuola e dovrebbe perdere l’abitudine del sonnellino mattutino, secondo perché io rinasco se lui dorme un paio d’ore dopo pranzo), ecco, se tu me lo porti via per aiutarmi e però lo porti in passeggino, lui s’addormenta.
Non sono grossi aiuti, anche se non posso dire di dover affrontare certi caos della vita da sola.
Comunque, in breve, la notte non si dorme e di giorno si corre.
Non quelle belle corse che mi faccio a giorni alterni, a perdifiato, superando me stessa di poco per volta, no, magari. Di giorno si corre per i letti da rifare, i panni di qua, i panni di là, i bagni da pulire, i giochi da sistemare, il pranzo, la cena, le merende, le briciole per terra, i ciucci, i calzini color terra (sempre scalza!) da far tornare al colore naturale.
Il piccolo che non dorme, la grande che da un po’ mi risponde sempre di traverso ed io che non sempre riesco a dar ascolto a tata Lucia che insegna a ignorare i capricci, a volte semplicemente mi danno sui nervi certe sue legittime imperfezioni (o solo richieste manco tanto velate di attenzione): il fatto che spezzetta il cibo e gironzola e intruglia e cincischia e poi nemmeno mangia, oppure quella mancanza di voglia di colorare, oppure quel suo costante, ritmico, martellante chiacchierare, senza tregua, nemmeno mentre lava i denti…
Ecco, a volte l’energia per essere una buona madre, accogliente, sdrammatizzante, giocosa, non ce l’ho.
Anche quando ad esempio, mentre lei chiacchiera senza sosta, lui si tira addosso una sedia e mi fa prendere un colpo e ci metto un’ora a riprendermi e intanto lei continua a rispondermi di traverso e subito dopo lui inizia i capricci mentre gli cambio il pannolino e lo ri-acchiappo al volo a due centimetri dal pavimento dopo un volo giù dal fasciatoio.
Ecco, in questi casi io chiedo umilmente consigli e rassicurazioni, non sono una madre perfetta ci mancherebbe altro, così però non sono nemmeno una persona, una donna, niente, non sono niente, sono solo una specie di cuoca e di massaia senza forma e pazienza, e chiedo umilmente lumi e aiuti da chi ne saprà certo più di me.
Necessito di una formula magica per ritrovare l’energia perduta nelle mie notti in bianco. Di quell’energia vivo. Quindi, Peter Pan, dove cazzo sei? Chiama per favore in mio soccorso qualche fatina con un po’ di polvere magica …