Correre con il cane

biagiocorreTi ho cantato a squarciagola “ti porto via con me ribalteremo il mondo”.
Bene, diamoci da fare.
Le nottate sono preda dei dentini che faticano a spuntare, nelle giornate rimbalzo tra urla, capricci, abbai, pianti …
Di correre non c’è tempo, spazio, voglia, ehm ehm.
Dunque che si fa, si soccombe a questo stato d’animo misto di malinconia, insofferenza, frustrazione, stanchezza d’animo?
Non soccombiamo.
Smetti di bucarci tutti i vestiti e fai una cosa utile, piccolo cagnolino di pochi mesi dai muscoli forti e scattanti, esci a correre con me!
Lo so, sei un cucciolo di cane e non posso farti percorrere dieci chilometri (anche perché è lontanissima la mia forma fisica che li faceva correre a me, ora la forma è molliccia e rotonda, come lo stato d’animo).
Allora passeggiamo.
Uh bello!
Camminare è sempre stata una mia passione, poi è sopraggiunta la corsa e m’ha drogata.
Torno a camminare e, con la scusa di allenare il mio cane, faccio meno fatica.
Silenzio e fresco mattutino, i luoghi che amo, tu che smani per correre e allora dai, corriamo! Ti stanchi, sei piccolo, ma si vede che ti piace!
Un cane ci assale alle spalle, ti tiro su al volo col guinzaglio in tiro, sei in braccio, ma tu smani e allora dai, muovi le tue zampe lentigginose!
Portami via con te, forza.
Portami via dai miei pensieri negativi, dalle fatiche sembra mai ripagate, da quest’incertezza di futuro, da questa estate appena accennata, da questo sole poco pronunciato.
Fai il tuo lavoro di cane, piccolo terribile cucciolo che gioca a mordere i miei figli come fossero i fratelli, piccola tempesta che almeno non vuole essere il sostituto di nessuno, diverso come sei.
Fai il tuo lavoro di cane, strappami sorrisi e tirami giù dal letto!
Poi senti, adesso fa caldo e siamo apposto, ma ho trovato un’azienda che produce capi tecnici per cani sportivi, ti scaldano morbidamente e ti proteggono, ci sono giacche invernali, giacche ultimate, tute outdoor, tute in microfleece (e che diamine è), tute impermeabili con slogan “massima protezione contro lo sporco”, giacche impermeabili “per cani con manti lunghi e soffici”, poi c’è anche la giacca cooling se tante volte è caldo, e il porta bocconcini mini o junior, la cintura da running (per me o per te? Non ho capito!), la ciotola acqua travel o folded, e poi la mia preferita, la mantella twilight, che protegge dalla pioggia e fatta di un materiale che aumenta la visibilità del cane in condizioni di luce scarsa, non è finita, reggiti forte, le ghette di sicurezza, la bandana di alta visibilità, e tanta altra roba, non manca ovviamente l’abbinamento di colori con l’umano di riferimento e un fantastico guinzaglio per correre.
Insomma, in via indiretta mi ha strappato un sorriso.
Bravo Biagio, immaginarti con la tuta, le ghette e una bandana mi ha rischiarato la giornata!

I benefici psicologici della corsa

foto my therapy

foto my therapy

Ultimamente faccio un po’ di fatica.
C’è l’audiotrainer che ogni tanto mi chiede “perché stai correndo?”
Cazzo ne so, mi viene da rispondergli, in preda alla fatica per una distanza che sembra essere più lenta e lunga che mai.
Perché sto correndo?
Me lo chiedo ora, seduta comoda nel mio piccolo angolo asciutto mentre fuori diluvia.
Il motivo per cui ho iniziato da qualche parte già l’ho scritto.
E perché continuo?
Cosa mi ha drogato e stregato, non tanto fisicamente quanto psicologicamente?

Sono più forte, emotivamente parlando.
Il mio corpo un po’ allenato alle distanze, rimanda alla mia mente che io so percorrerle certe distanze e la mia mente rimanda al mio corpo una sensazione magica di autostima, di self efficacy, di fiducia in me, di forza mentale per affrontare certe salite.
Il mio corpo ha dimostrato di potercela fare. Ce la faccio.

So concentrarmi, un po’ di più. Ho fatto sempre una gran fatica a pensare a quello che sto facendo, a non rimuginare coi pensieri, correre un po’ mi aiuta a lasciare il mondo di fuori, fuori. Questa, a dirla tutta, è una consapevolezza che mi ha dato lo yoga, la meditazione. Essere presente al mio gesto, svuotare la mente, sentire solo il mio respiro, o soltanto la ripetizione del mantra che mi sono scelta. Ce la posso fare. Ho notato che spesso se ne vanno i problemi e restano solo le soluzioni.

Sono più felice, per una questione anche solo fisiologica di endorfine prodotte dal mio cervello, sostanze chimiche con proprietà analgesiche e eccitanti che mi aiutano a sopportare il dolore e influiscono positivamente sul mio stato d’animo. Mi lamento meno da quando corro, sono stata meno malata da che corro, ho più larghi spazi di serenità.

So pianificare le distanze, anche in modo ossessivo e maniacale, ma poi ossessioni e manie le lascio andare, so che devo prima di tutto ascoltare il mio corpo, tirarlo se può, sforzarmi ancora un po’, fermarmi se le energie sono finite. Ce la posso fare a mescolare distanze e concretezza, teoria e pratica, pormi obiettivi realistici, pur sognando sempre, come mia indole.

Odio il tappeto con tutta me stessa, divento un criceto solo se ho qualche disturbo che mi impedisce di prendere freddo o di incontrare sassi non graditi da una caviglia che fa e pensa quel che vuole.
Gli alberi, le montagne, i sentieri, le case, il passaggio a livello, fiori, le acque, scalini, sassolini, prati, panorami da fermarsi a fotografare, ma che mi frega del tempo che perdo. La natura placa inquietudini e certe volte la pioggia fa abbassare la cresta, lava via il superfluo, resta solo l’essenziale, quello stesso che il buon Saint-Exupery diceva essere “invisibile agli occhi”.
(Devo scrivere un post sui luoghi che ho “perduto” non correndoli)

A volte, poi, quando i respiri sono frastagliati e ansiosi, quando la profondità non raggiunge il mio ventre, quando non riesco a respirare con la pancia, quando è tutto superficiale, i pensieri e il respiro, correre mi da una bella lezione su come devo prendere ossigeno e restituire anidride carbonica. Mi da regolarità e ritmo.
La vita è tanta roba, ma soprattutto ritmo.
(Devo scrivere un post sulla vita che è ritmo)

Infine.
Corro da sola, se ho voglia.
Corro in compagnia, ancora meglio.
Ho scoperto, io lupo solitario per attitudine e scelta, che correre in compagnia è divertente, che non devo essere preda dell’ansia da prestazione, che i miei amici mi aspettano se non ce la faccio, se è una gara non sono comunque sola, quindi casomai ci vediamo all’arrivo, che fermarsi a fotografarsi è legittimo, che il ritmo condiviso è più bello e più utile, che ci sentiamo più vicini nell’anima per questa fatica che abbiamo scelto di fare, che la nostra amicizia ne esce più forte, che iscrivendomi a una squadra conosco tanta gente nuova, tutti diversi, un miliardo di sfumature di tanti colori, mica solo rosse e grigie e non so che altro, ma tutti molto simili a me in questa scelta di un’ora da passare lontano da tutto, vicino a me stessa.

PS: Dopo tre anni da questo articolo mi chiedo: perché non corro più?
La risposta è dentro di me (e però è sbagliata :-)) ed è anche scritta qui: LIbroterapia

Giuliana

La prima gara

dal web

dal web

Ho solo pensato di dire “ma io che ci faccio qui”.
Era un contesto molto accogliente e mi sono sentita addirittura a mio agio, ero stata poco prima abbondantemente abbracciata da una compagna della squadra a cui mi sono iscritta pochi giorni fa, mi veniva ampiamente da ridere a guardare questa gente che fa sul serio e io e le mie due amiche sembravamo aver bussato a una palestra chiusa. Cercavo costantemente tra la gente il mio amico alto, quello che ha fatto si che oggi ero li vestita così e quello che avrebbe dovuto accompagnare questa novizia della corsa, incoraggiandola e impedendomi di andare ad asparagi. Ogni volta che lo cercavo lui c’era da qualche parte, quindi ero tranquilla, con la mia fatina Galadriel e Gigi e i luoghi che conosco e le mie care scarpe e le mie gambe, in movimento da poco più di un anno. Poi c’era mio marito in bici coi miei figli, e se ci sono loro tre in vado come un treno.
Il momento della partenza mi ha sorpreso mentre pulivo il moccolo a mio figlio, per dire.
Faceva un gran caldo.
Gigi ha sempre chiacchierato delle corse, della gente, dei panorami, sembravamo passeggiare se non fosse che io ansimavo e evitavo buche alla mia caviglia malandata e scoprivo con orrore ogni salita dietro una curva. Faceva bene attenzione a dirmi quando scendevamo sotto ai 5.30, il resto del tempo parlava d’altro, mentre io ansimavo.
Le gambe hanno tenuto fino ad un certo punto, poi è stata solo una questione di tigna.
Il caldo e le salite mi hanno impedito lo sprint che di solito mi viene voglia di fare alla fine, di solito me ne resta ancora un po’, oggi l’avevo finita da un pezzo la benzina.
All’arrivo ho intravisto i miei figli e ho rubato la loro acqua, con poca lucidità.
Poi è stato bello.
La gente stanca e sudata, molti solo sudati e per niente stanchi, il lago di Piediluco sullo sfondo, tutti sorridenti, io compresa, e non perché Gigi mi ha detto “all’arrivo sorridi”, l’arrivo era già molto dietro di me, era il tempo di sorrisi spontanei.
Poi subito tutto alla normalità, la sfiga di mio marito che ha bucato la stessa ruota due volte, il lamento del piccoletto che subito mi voleva venire in braccio, che io manco sapevo se le avevo più le braccia e soprattutto se le mie gambe avrebbero tenuto il peso di entrambi, il “ti posso dire una cosa?” di mia figlia, che solo un po’ intimidita da tutta quella gente sparsa, aveva comunque molto da raccontarmi.
Una bella fatica, a dirla tutta, ma acqua e tè, che non sono mai stati così buoni, hanno rimesso quasi tutto a posto. Si, va bene, le mie gambe mi hanno giurato vendetta e gridano di fermarmi, ma io ho appena salito le scale di casa correndo, quindi alle mi gambe non diteglielo, ma potrei prenderci gusto.

Storie di corsa: correre è solo correre

foto Gio

foto Gio

VALTER E GIOVANNA: CORRERE E’ SOLO CORRERE (E UN CUCCIOLO D’UOMO)

LUI:
Una decina d’anni correndo, dopo nuoto, spinning, fitboxe, step.
Nessun motivo in particolare “Muovermi mi faceva sentire bene”.
Poi, per caso, una leggera corsetta ad alternare una fisioterapia.
Fino al momento in montagna, la corsa in solitaria, la natura, i posti legati all’infanzia, “Tutto il resto fuori”.
“Solo io contro me stesso, allenamenti e gare in solitaria, in perfetto equilibrio anima e corpo, leggero come una piuma, veloce come un razzo… I miei amici mi chiamano beep beep, il mio trainer mi fa notare che se poco poco avessi iniziato a correre da adolescente magari adesso sarei qualcuno! Il prossimo obiettivo 10K in 34 minuti, avere un obiettivo dà una ragione di correre e d’essere, avere qualcuno che ti incita all’obiettivo è il succo fresco del frutto della vita.
E un altro succo ho sperimentato, correndo.
Questo cucciolo d’uomo che stringo tra le braccia è il frutto di un amore grande sbocciato correndo.
Alla corsa, quindi, devo molto, alla fine quasi tutto!
La corsa è fine a se stessa.
O meglio, ti aiuta a stare bene ma si vive anche senza.
O meglio, quando fa parte del tuo equilibrio allora fa parte anche della tua vita.
O meglio, se della tua vita diventa il tuo primo pensiero allora la corsa ti ha portato fuori strada.
Ma si può stare in equilibrio anche senza la corsa.
In fondo correre è solo correre, quando corro mi sento in pace, il mio corpo è leggero, la mia mente è in relax, e quando non corre pensa in continuazione, si lambicca dietro a sentieri impervi, stressanti, anche inutili”.

LEI:
“Corro da quasi dieci anni e adesso prendo io in braccio questo cucciolo d’uomo.
Ho sempre fatto tanto sport, poi per caso, ho scelto una palestra, la stessa di lui, in cui ho conosciuto gente che mi ha avvicinato alla corsa in modo tecnico.
Prima correvo solo col corpo, poi ho cominciato con consapevolezza, con la mia mente.
Correre mi ha dato appartenenza alla nuova città, l’ennesima in cui andavo a vivere per lavoro.
Correre, per la me stessa di adesso, è solo correre…nel senso che è un modo per tenersi in allenamento, fare sport, dedicarsi a se stessi, scaricare un po’ di tensione e riflettere.
Diventa stile di vita se è la corsa a comandare, lei ti porta dipendenza e non puoi più fare senza.
La mia mente mentre corro si libera dalla routine, se non corre non stacca mai la spina.
Si, è la mente che corre, è la mente che vuole il piacere di una bella corsa, senza arrivare all’allenamento duro e lungo della maratona. Mezze maratone quante ne vuoi, il mio piacere arriva fin li.
La corsa è un piacere, dunque, e amore, come questo cucciolo d’uomo che tengo stretto a me.

Storie di corsa: la natura addosso

foto My Therapy

foto My Therapy

MICHELA: LA NATURA ADDOSSO

Posso subito dire che correre non mi piace o mi brucio da sola le possibilità di pubblicazione?
Comunque.
Avevo iniziato parecchio tempo fa, per ragioni completamente differenti rispetto a quelle di adesso, volevamo un figlio che non arrivava, questo mi stressava e correre o andare in bici (che preferisco) mi allentava il nervosismo e poi nella mia vastissima documentazione avevo letto che il movimento e la forma fisica aumentavano le probabilità di avere quel bambino tanto desiderato!
Finalmente poi il mio sole è arrivato e per ovvi motivi ho smesso di correre.
Da circa un anno ho ripreso, devo ammettere che la spinta più grande me l’ha data l’esempio di una amica che non era mai stata una grossa sportiva, ho notato in lei un immediato benessere fisico e psichico, insomma qualcosa che cercavo anche io dentro di me e non riuscivo a trovare….
Io ho sempre avuto bisogno di sentirmi la natura “addosso”, di sfidare le mie possibilità, di arrivare in vetta e godermela all’andata, con la fatica, e al ritorno, in relax, ma soprattutto nell’attimo dell’arrivo!
La corsa per me è più o meno la stessa cosa.
Per quel che mi riguarda correre è solo correre, anche se lo sport in genere dovrebbe essere uno stile di vita, per me soprattutto outdoor ma senza fossilizzarsi su un unico sport, bisognerebbe provare, cambiare, trovare quello che più ci piace anche in base alle necessità del periodo e perché no anche dell’età.
I tempi contano per potersi migliorare, per soddisfazione personale, per idealizzare e raggiungere una meta.
Quando corro e sento che il mio corpo risponde perfettamente a quello che dice la testa penso che un giorno l’Everest non solo lo raggiungo ma lo “scavalco”!
Certo, quando capitano le giornate che io definisco “no” il mio corpo è una larva e non posso fare altro che aspettare che passi… tempo al tempo.
Una cosa è certa quando il corpo va la mente vola e raggiunge posti inimmaginabili!
Per correre ogni stagione ha il suo lato positivo, la primavera è la più scontata, ma dico di non sottovalutare l’autunno che rilassa con i colori e il clima, non amo correre l’estate con il caldo anche se in realtà le giornate così lunghe ti permettono una vasta scelta di orari.
Dell’inverno che dire: ieri guardavo la neve e sentivo l’inverno nelle narici e sognavo… se poi devo mettere i piedi per terra mi trovo davanti il problema delle poche ore di luce.
“E con le stesse scarpe camminare per diverse strade o con diverse scarpe su una strada sola”.
Non mi stancherò mai di dire che le scarpe preferisco tenerle per tutta la vita, quando le trovi che ti piacciono, sono comode, la tua perfetta misura, insomma fatte proprio per il tuo piede, puoi percorrere tutte le strade del mondo e non avrai mai problemi.
Sono sicura che correre fa tornare bambini, perchè ti ricordi la gioia e la leggerezza di quando corri da piccolo, troppo bello, con Peter Pan che vola sopra a te (è la prima favola che ho comprato a mio figlio con la dedica di non dimenticare mai il Peter Pan che c’è dentro ognuno di noi).
Fermare il tempo è fondamentale!
Quando corro ho un “mantra” nella testa, “LO FACCIO PER ME E PER TUTTI QUELLI CHE MI AMANO, LO FACCIO PER IL MIO CUORE” e finché avrò la forza correrò per raggiungerlo!

Storie di corsa: correre è nuvola e realtà

paoloPAOLO: LA CORSA E’ NUVOLA E REALTA’
Alto e longilineo, un fisIco da runner, da uno che corre da quando ha sette anni, con qualche pausa di riflessione, ma uno che con la corsa ha un dialogo costante, di rispetto e passione.
Ha cominciato e ricominciato sempre per la compagnia, prima il padre, poi un amico. La corsa è condivisione, compagnia, amicizia, è la risposta alla domanda “con chi” più che “dove”.
La corsa è l’emozione del pre-gara, le “farfalline nello stomaco”, una sensazione descritta con delicatezza e ricercatezza, una droga leggera, la corsa è la prima gara che non si scorda mai, è la gara in cui dare molto di più che in allenamento, è il momento della verità, quello in cui si è soli con se stessi e ci si mette alla prova, la gara è dare il meglio e finire solo dieci metri dopo l’arrivo, per senso di completezza, per prolungare quel dialogo intenso con se stessi e dare il massimo (dove dare il massimo significa nemmeno rischiare di cedere un attimo prima del traguardo).
Uno che la corsa non è in solitaria, ma è gruppo, è squadra con cui essere altruista e leale.
Uno che gli obiettivi ci vogliono, sono importanti, perché correre con un obiettivo è una sfida con se stesso, è spingere il proprio fisico e la propria mente “quasi al limite delle sue possibilità”.
Puntiglioso, precisino, perfezionista, uno che se c’è da dire dice, se non è d’accordo discorda, se c’è da risentirsi è permaloso, uno che lo sai com’è, lo vedi, integro.
Razionale, che però si emoziona nel pre-gara e nelle maratone, specialmente New York.
New York. La Maratona.
Peccato per la sua città, Roma, che non ama la propria di maratona, infastidita com’è dal traffico bloccato, dagli atleti che passano e che sembrano concedersi il lusso di perdere tempo, invece il tempo se lo concedono a differenza di Roma, sempre preda dei suoi ritmi frenetici che la rendono vittima di se stessa.
New York è invece una città che si ferma e che guarda gli atleti passare, quasi inchinandosi. New York è la propria vita che fa parte di un film, è un film all’improvviso nella tua vita e tu ci passi in mezzo, correndo, su un asfalto più morbido, Reservoir, Greenwich, Chinatown, mentre il mondo è affascinato da tutti gli atleti e New York sembra guardare proprio Paolo.
Paolo che corre in qualunque parte del mondo, che conosce di mattino presto le città dove si trova per lavoro, le conosce davvero, le annusa, le attraversa mentre ancora un po’ dormono e un po’ si stanno svegliando.
Paolo che corre sempre, ma che ama di più l’autunno, si è riposati dopo le vacanze, la natura che si prepara al freddo è incantevole e accogliente, le foglie sotto le scarpe sono una stimolante e insieme rilassante colonna sonora, ma come non amare la primavera, in cui correre è risvegliarsi insieme alla natura, o l’estate che ti permette di correre in montagna e al mare, seppure il caldo a volte risulti fastidioso, e come non amare l’inverno, che sembra congelarti il naso, gli occhi e le mani, ma poi il tuo corpo correndo si scalda e lo senti ancora più vivo, e pure l’umore ha un’impennata se ti trovi d’un tratto, nel solito tratto, a correre con la neve, che bagna le scarpe e poi i piedi, ma che ha in serbo ricordi di sé, dell’infanzia.
A lui la parola, adesso, che io non vorrei rovinare questa prosa che a tratti sembra poesia:
“A me piace molto correre la domenica mattina sull’Appia Antica, specie in autunno e primavera, quando la temperatura è gradevole e i colori sono meravigliosi. Dopo qualche chilometro sei completamente immerso in una realtà differente, si allontanano i rumori, il grigio della città e viene fuori il silenzio, i colori della natura e i resti delle tombe romane. Allora correre, sentendo solo il rumore delle scarpe che accarezzano i sampietrini e assaporando un’aria finalmente respirabile, allontana lo stress, i pensieri e tutto il resto… ecco in questi momenti sembra di essere su una nuvola e guardare tutti i problemi dall’alto senza che realmente ti appartengano… almeno fin quando non si torna sulla terra… però tornando hai la sensazione di poterli affrontare con più energia e tranquillità”.

Io e la corsa

Oggi è un anno giusto.
Sono partita coi vestiti di cenerentola, un tutaccia che usavo per stare in casa, un giaccone vecchio comprato per andare in montagna, scarpe da running terreno misto di decathlon ma vecchie cucche pure quelle.
Sono comunque partita, convinta.
Piano e leggera, anzi no, leggera no davvero, sembravo un elefante.
Inizio piano, le gambe stanno piuttosto bene, è il fiato che comincia ad accusare, resisto, ancora un po’, arrivo a quell’albero laggiù, dai, resisti!, mi dico.
Il cuore sembra impazzito.
Rallento, poi cammino e guardo l’orologio.
Cioè.
Non ci posso credere.
Sei minuti? Ho corso solo sei minuti?
In altri tempi e circostanze mi sarei lasciata scoraggiare, ma stavolta no.
Dopo due giorni ci sono tornata, sempre vestita da stracciona.
Dieci minuti, già meglio.
Ho continuato, aggiungendo minuti, pochi per volta, sempre piano, sempre io, il mio corpo, la mia mente e i miei luoghi da correre, nuovi sentieri mentali da per-correre.
Adesso mi sto per mascherare di nuovo, ma è il vestito buono.
Le scarpe cominciano ad essere usate già da molti mesi, ma a me sembra ancora di correrci come fossi su una nuvola, d’altra parte le tratto bene, come fossero di cristallo.
La maglia intima è tecnica, me l’ha comprata mio marito che ultimamente soffre il freddo.
Il resto è ben organizzato, non è più solo roba di decathlon. Sembro una seria, d’altra parte la convinzione non è cambiata, perché insistendo ho toccato con mano un benessere psicofisico al quale non so più rinunciare, ho sentito intorno a me la tranquillità dei miei luoghi di vita e mi è arrivata fin dentro l’anima, ho conosciuto meglio il mio corpo, so cosa posso chiedere, so fin dove posso arrivare, le gambe hanno imparato a reagire, il fiato è regolare, la mente ancora un po’ si perde ma con musica fatta apposta riesce a concentrarsi meglio, i sentieri mentali da conoscere non sono finiti e la motivazione mi fa andare nonostante la stanchezza di notti non dormite.
Adesso sto per andare festeggiare, buon anniversario a me e alla corsa.

Insight

Non pensi ad altro che a correre e ad arrivare ad un certo km o a un certo albero o a terminare la salita o solo a veder l’orologio che scatta l’ora.
Il fiatone e le gambe che cominciano a stancarsi ti danno alla testa, ti stanno in testa e non riesci a pensare ad altro.
Funziona così, nei processi di problem solving.
Tu sei li a scervellarti per trovare una soluzione, una frase, un titolo, una qualsiasi cosa e non ne esci, i tuoi pensieri percorrono sempre gli stessi sentieri e il tuo problema resta intatto.
Poi, mentre cucini, mentre ridi con tuo figlio, mentre parli con gli amici, mentre corri, ti si aprono nuove strade mentali, l’intuizione prende il posto del ragionamento vero e proprio, vedi tutto sotto un riflettore a luce diversa, mica conta più o meno luce, conta una diversa luce che ti fa mettere insieme elementi che sembravano scollegati.
Il titolo di una canzone o di un film, il nome di quella che ho incontrato stamattina che non mi viene ma ce l’ho sulla punta della lingua.
Per trovare un insight bisogna sgombrare la mente, liberarla da certi legacci antipatici, pensare ad altro, costringerla a rilassarsi.
Io non ci riesco per lungo tempo, io rimugino, la mia mente è un frullatore che mescola sempre tutto il diverso possibile, senza logica.
Il tempo più lungo in cui riesco a rilassare la mente è quando corro (a dirla tutta anche quando guido o, meglio, quando guida mio marito e io guardo fuori).
Il mio corpo affaticato si prende tutta l’attenzione e un sacco di questioni perdono il primo piano.
Una scrittrice una volta mi disse “ci ho scritto i libri correndo”, io questo no, perché per certe attività mi ci vuole proprio di star ferma, ma un sacco di belle idee le ho rincorse e prese al volo, questo si.