3 dicembre

Il libro di oggi 3 dicembre ce lo consiglia Francesca De Santis, una giovane e bella ragazza che faceva servizio civile presso la Cascata delle Marmore,  bella sopratutto dentro, piena di parole e poesie come si è rivelata.

francesca

Parole e poesie che ovviamente mi sono fatta regalare, per regalare a mia volta ai lettori di My Therapy e ai miei bambini.

 

Il libro che ci consiglia è:

UNA BAMBINA di TOREY L. HAYDEN

Torey Hayden ha cambiato la mia vita ma soprattutto quello di migliaia di bambini. I suoi lettori sono milioni ed io mi inserisco come un topino tra di loro, nei pochi angoli stretti rimasti. Sono nata quando la Hayden aveva già smesso di insegnare (ma non di lavorare coi bambini, cosa che fa tutt’ora a 65 anni), di cambiare le cose con la sua pazienza, i suoi metodi innovativi ed il coraggio di pochi. Torey, chiamata per nome familiarmente dai bambini, è stata un’insegnante nelle classi (a volte in delle cliniche) di bambini con disturbi speciali: autistici, ritardi, affetti da disturbi ossessivi-compulsivi, schizofrenici, sessualmente precoci e in special modo muti elettivi. Infatti Torey, a vent’anni, sotto un pianoforte, aveva convinto a parlare una bambina che non riusciva a farlo per ragioni non organiche (mutismo elettivo). Quell’esperienza aveva cambiato la sua vita, si era specializzata in psicologia e, con tre lauree, aveva preso sulle spalle per anni ed anni, i migliori della sua vita, le “classi pattumiera” dell’America feroce degli anni ’70 e ’80. Dopo un po’ di tempo da quegli eventi, con un quaderno tra le mani, ha ridato vita a ciò che nelle sue classi era successo, ha spiegato al mondo che i bambini di cui si era occupata erano meravigliosi e pieni d’amore, disperazione e paure come tutti gli altri. Che una bassa considerazione del prossimo, seppur bambino, non valeva l’abbandono. Ha aiutato a dare un futuro a migliaia di bambini cui il destino sembrava averlo negato, ad alcuni migliorando la loro condizione e ad altri riuscendo, con il potere della tenacia, a guarirli. Servono i suoi libri per capire alcune realtà, per sentire come l’amore abbia un potere magistrale sugli eventi, come la compassione fine a se stessa non significhi un valido aiuto. “Una bambina” è stato il suo esordio, il momento in cui il quaderno è divenuto, in otto giorni, un manoscritto. Dopo appena 40 giorni un libro. E da lì moltissimi altri. E’ un’ode ai sopravvissuti, a coloro che senza voce vincono le battaglie con l’aiuto di chi, davvero, riesce a fare miracoli. Quando finisce la storia il cuore gorgoglia e la quarta di copertina dà ragione all’anima che rimane affascinata, colta di sprovvista, sopraffatta. Illuminata. “La maestra dei miracoli” gli occhi leggono chiudendo il libro. E di miracoli, il mondo di oggi, ne ha bisogno. Anche se avvenuti molti anni fa, in piccole aule, tra piccoli banchi, sopra seggioline su cui sedevano grandi esseri umani.

Francesca

Oltre ai cioccolatini, oggi i bimbi hanno trovato la parola

Secondo.

 

 

Infine, curiosando nelle capienti caselle del Calendario dell’Avvento, hanno trovato non una storia ma una poesia, scritta proprio da Francesca De Santis.

Leggere d’amore e di guerra di prima mattina ai miei figli è stata un’esperienza particolare, piena di sentimento, loro due son stati li a sentire, immobili, con lo sguardo intento, mi hanno premiato per aver osato leggere loro una poesia non facile, bellissima e intensa.

La magia delle parole.

NELL’ABBRACCIO DEL DOMANI

Le senti queste bombe?
Ma Dio ci vede?
Ti stringo silenzioso
mentre cerco di amarti
in mezzo al sangue.
Troppe stelle per questo cielo,
una per ogni morto della terra
che vola lassù.
Il dolore esplode
e tu rimani qui.
E ti ascolto.
E cerco i tuoi occhi anche nel buio.
Sono tutto ciò che ho, mi dici.
Lascia che io ti chiami,
lasciami il potere di salvarti.
Lo so, qui, insieme,
senza più forza per alzarci.
Le senti queste bombe?
Fidati, amore mio, fidati.
Domani saremo ancora qui.
Uniti e al sole.
Io in te per regalarti la felicità,
un sogno che valga
la nuvola dell’esplosione.
Oh, l’amore!
Senti come penetra le pareti del suono…
E stringimi ti prego, qui trema ogni cosa!
Dimmi che questa guerra
Fa di me ancora un uomo.
Mentre combatto per essere forte, per liberare da quest’inferno almeno te.
Baciami, toccami, lasciami credere.
Dobbiamo sperare.
Per chi? Per lei.
Perché? Mi chiedi.
Perché avrà i tuoi capelli nostra figlia.
E sorriderà per tutte le volte che il mondo ha impedito noi di farlo.
E le racconteremo di fuochi ed aeroplani.
Di divise logore e strade spente.
Di come noi, nell’eterna pioggia del cielo,
l’abbiamo voluta amandoci con coraggio.

di Francesca De Santis

A domani con il consiglio terapeutico di Elisabetta Bucciarelli!

Giuliana

2 dicembre

Oggi, 2 dicembre 2016, il consiglio terapeutico ce lo dà Simona Bergamini, che io ho conosciuta tramite le sue parole scritte in E’ solo una questione di tempo, consigliatomi da un amico.

E’ vero che non la conosco personalmente ma, tra psicologia, colori, curiosità, sacralità delle parole, capacità di meravigliarsi, ho subito capito che mi potevo fidare.

Per saperne di più sulla persona (scrittrice, pittrice, psicologa, assessore!) che oggi ci consiglia il libro, cliccate su questo link: Simona Bergamini.

Il libro che ci consiglia è:

La forza della vita, Will Eisner

“Consigliare un libro… un libro terapeutico.
Deliziosa richiesta che non mi son fatta scappare, per il solo fatto che mi ha incuriosito cosa io stessa avrei risposto e proposto.
L’istinto è andato immediatamente verso quelle narrazioni che sono state per me una scoperta e che avrei voluto creare.
“La forza della vita”, oggi non potrei trovare titolo migliore da proporre.
Il protagonista, un essere umano nel senso tondo del termine, in una delle prime pagine si chiede: “…altrimenti che differenza c’è tra un uomo e uno scarafaggio?”.
Con una grafica piacevole ed eloquente nel tratto e in ogni singolo particolare scelto od omesso, Will Eisner mette in parallelo la sopravvivenza di fronte a una vita dura e spesso astiosa di un insetto, solitamente neanche tanto amato, con quella del protagonista.
Nascita, maturazione e morte, ci si difende di fronte a un vivere difficile, ma l’essere umano delle domande se le pone.
Se le deve porre.
Il libro è ambientato in un’America degli anni ’30 che vive un’enorme crisi economica, il crollo della borsa e un appesantimento del contesto sociale dato da un’inverosimile flusso di persone che proprio in quel periodo migra nel nuovo continente alla ricerca di qualcosa di migliore. Il sopravvivere deve quindi essere visto in modo diverso da quello dello scarafaggio.
Ci deve per forza essere una prospettiva diversa nella quale rifugiarsi. Ed è così. L’uomo può avere un SOGNO da realizzare e in funzione di un suo progetto può VIVERE.
Riflettere, ricavandosi una parentesi che lascia spaziare la fantasia tra le parole e la grafica di questo racconto, lo trovo un piacevole momento per ritornare ognuno alle proprie fondamentali, piccole riflessioni.
Oggi consiglio per questo motivo “La forza della vita”, domani, forse consiglierei qualcosa di diverso… chissà.”
Simona

Per tornare all’Avvento dei miei bimbi, oggi troveranno un paio di cioccolatini e  un’altra parola da mettere a fianco a quella di ieri:

vita.

La storia che leggerò loro è La ricetta dei sogni, tratto da Lettera a mio figlio sulla felicità, di Sergio Bambaren.

A domani, con il consiglio letterario di Francesca Eva De Santis!

Giuliana

1 dicembre

Partiamo!

loredana-limoneIl libro di oggi 1 dicembre ce l’ha consigliato la scrittrice Loredana Limone,  napoletana, milanese d’adozione, dopo una decina di libri tra fiabe e gastronomia, ha esordito nella narrativa con Borgo Propizio (Guanda 2012, Tea 2013). Premiato con la menzione speciale al Premio Fellini 2012, è stato tradotto in Spagna, Germania e Bulgaria, così come il secondo romanzo della serie: E le stelle non stanno a guardare (Salani 2014, Tea 2015). Nel 2015, sempre edito da Salani, è uscito il terzo romanzo della serie, Un terremoto a Borgo Propizio, Salani Editore.

Mi piace cominiciare L’Avvento dei Libri dedicando a Loredana Limone un augurio di coraggio e fortuna per questo suo momento particolare  .

Il libro che ci consiglia è:

Capodanno da mia madre, Alejandro Palomas

Utile per sorridere anche quando sembra andare tutto storto e le difficoltà della vita sembrano insormontabili.

I miei bambini troveranno nella casella del 1 dicembre:

  • due lecca lecca,
  • la parola Momento
  • una poesia:

Girotondo di tutto il mondo

Filastrocca per tutti i bambini,
per gli italiani e gli abissini,
per i russi e per gli inglesi,
gli americani ed i francesi,
per quelli neri come il carbone,
per quelli rossi come il mattone,
per quelli gialli che stanno in Cina,
dove è sera se qui è mattina,
per quelli che stanno in mezzo ai ghiacci
e dormono dentro un sacco di stracci,
per quelli che stanno nella foresta
dove le scimmie fan sempre festa,
per quelli che stanno di qua o di là,
in campagna od in città,
per i bambini di tutto il mondo
che fanno un grande girotondo,
con le mani nelle mani,
sui paralleli e sui meridiani.

Gianni Rodari

 

Ci vediamo domani, con il consiglio di Simona Bergamini!

Giuliana

Desiderata

desiderata

Desiderata, quando la poesia è terapia.

Opera risalente al 1927 a cura dello scrittore statunitense Max Ehrmann, Desiderata passò inosservata finché un parroco di Baltimora nel 1957 la inserì in un libro di preghiere dal titolo “Old Saint Paul’s Church, Baltimore A.D. 1692” (anno di costruzione della Chiesa), per cui si diffuse la convinzione che la poesia fosse stata trovata nel 1692 in tale chiesa ed era opera di un autore anonimo.
Poche semplici parole di una poesia che sembra prosa e che centrano il vero punto di partenza per il raggiungimento della felicità: partire da se stessi, dai propri ideali, vivere con calma, con saggezza, in pace con Dio, in qualunque modo lo intendiamo.
“Questo è pur sempre un mondo meraviglioso”.

Desiderata

Procedi con calma tra il frastuono e la fretta e ricorda quale pace possa esservi nel silenzio.
Per quanto puoi, senza cedimenti, mantieniti in buoni rapporti con tutti.
Esponi la tua opinione con tranquilla chiarezza e ascolta gli altri: pur se noiosi ed incolti, hanno anch’essi una loro storia.
Evita le persone volgari e prepotenti: costituiscono un tormento per lo spirito.
Se insisti nel confrontarti con gli altri rischi di diventare borioso ed amaro, perché sempre esisteranno individui migliori e peggiori di te.

Godi dei tuoi successi e anche dei tuoi progetti.
Mantieni interesse per la tua professione, per quanto umile: essa costituisce un vero patrimonio nella mutevole fortuna del tempo.
Usa prudenza nei tuoi affari, perché il mondo è pieno d’inganno.
Ma questo non ti renda cieco a quanto vi è di virtù: molti sono coloro che perseguono alti ideali e dovunque la vita è colma di eroismo.

Sii te stesso.
Soprattutto non fingere negli affetti.
Non ostentare cinismo verso l’amore, perché, pur di fronte a qualsiasi delusione e aridità, esso resta perenne come il sempreverde.

Accetta docile la saggezza dell’età, lasciando con serenità le cose della giovinezza.
Coltiva la forza d’animo, per difenderti nelle calamità improvvise. Ma non tormentarti con delle fantasie: molte paure nascono da stanchezza e solitudine.

Al di là d’una sana disciplina, sii tollerante con te stesso.
Tu sei figlio dell’universo non meno degli alberi e delle stelle, ed hai pieno diritto d’esistere.
E, convinto o non convinto che tu ne sia, non v’è dubbio che l’universo si stia evolvendo a dovere.

Perciò sta in pace con Dio, qualunque sia il concetto che hai di Lui.
E quali che siano i tuoi affanni e aspirazioni, nella chiassosa confusione dell’esistenza, mantieniti in pace col tuo spirito.
Nonostante i suoi inganni, travagli e sogni infranti, questo è pur sempre un mondo meraviglioso. Sii prudente. Sforzati d’essere felice.

La ricetta dei sogni

Caro Daniel,

oggi voglio farti un regalo: si tratta di una specie di Ricetta dei sogni per raggiungere la felicità, u piccolo vademecum per vivere la vita a cui siamo realmente destinati.

  • Fa sempre ciò che ti rende felice. Se per sentirti libero e assecondare il tuo cuore dovrai rinunciare alle tradizioni o alle credenze che ti sono state inculcate durante l’infanzia, non esitare.
  • Sii il migliore amico di te stesso. Sappi che i momenti di solitudine, lontano dalla confusione, ti permetteranno di scoprire chi sei davvero. Ovunque ami stare, che tu ti senta in pace con te stesso in mezzo agli altri o completamente solo, avrai conquistato qualcosa che riesce davvero a pochi: una vita vera, basata soltanto sui tuoi principi.
  • Abbandona il tuo “guscio di certezze “, esci dal coro: parti, va lontano. Abbatti tutte le pareti che hai innalzato attorno a te. Sii libero, lascia che il tuo spirito voli verso il tuo destino.
  • Ricorda sempre che gli unici tesori che potrai portare con te quando verrà il momento di abbandonare questo mondo, sono i ricordi dei tuoi sogni che hai realizzato, o che hai fatto del tuo meglio per realizzare. Alle spalle ti lascerai unicamente le cose buone o cattive che hai compiuto per trasformare la Terra in un luogo migliore o peggiore. Ogni oggetto materiale che possiedi, è soltanto in prestito per il tempo che trascorri qui. Non scordarlo mai.
  • Dimentica una volta per tutte, ciò che gli altri pensano o dicono. Si tratta della tua vita e finchè vivi e lasci vivere, non dovrai mai preoccuparti di quello che la gente dice di te. I pettegolezzi sono irrilevanti, danneggiano solo chi li diffonde.
  • L’unica persona con cui dovresti competere in questo mondo sei tu. Nessun altro. Cerca di diventare un individuo migliore, giorno dopo giorno.
  • Nel momento in cui sono riuscito a cancellare parole come odio, vendetta, risentimento, e rivalità, dalla mia memoria e dal mio cuore, mi sono sentito un uomo nuovo. Mi è costato anni comprendere che se qualcuno ti percuore sulla guancia, tu devi porgere anche l’altra. Essere umili significa raggiungere un livello di spiritualità che non avri mai immaginato fosse alla mia portata. Questo ha fatto la differenza.
  • Non dimenticare mai, che un perdente non è colui che non raggiunge i suoi obiettivi, ma colui che vi rinuncia in partenza.

Tratto da Lettera a mio figlio sulla felicità, Sergio Bambarén

Vento

Un libro può essere vento

Un libro può essere vento

Se proprio mi devo servire delle categorie, posso inserire Erri De Luca in quella di “scrittore preferito”.

Ieri Erri era a Terni, la mia – povera – città, per partecipare a un dibattito sugli inceneritori che qui sembrano l’attività prevalente, redditizia per alcuni, mortale per noi poveri comuni mortali.

“E’ sempre un piacere prendere il treno e venirti a sentire”, diceva una spettatrice, perché lui è semplice e morbido come il balsamo che rende le cose della vita senza nodi, comprensibili, eppure è pungente come il peperoncino, che rende frizzante un alimento altrimenti scialbo. Eppure è intenso come il profumo del bosco, rilassante e attraente.

Insomma si, il mio scrittore preferito, che riesce persino nel miracolo in cui non è riuscita la mia esperienza nella politica dei partiti o in quella delle associazioni, o l’esperienza di psicologa: farmi intervenire a un dibattito. Qualcuno mi avrà odiato: tutti che parlavano di pochezza e di monnezza, io ho riportato Erri a parlare di libri.

Nei miei momenti di sconforto torno su YouTube ad ascoltare Erri che legge “Il libro deve essere vento”, un suo pezzo sull’arte della scrittura e sul potere delle parole. Cita Dylan Thomas: “Le mani non versano lacrime” e aggiunge “Non possono, è vero, ma quelle giuste sono capaci di asciugarle“.

Le parole e i libri sono capaci di asciugare le lacrime.

Possiamo e dobbiamo trovare le parole nel vocabolario, che è una ricchezza per tutti, non solo per chi scrive.

Aprilo invece per la sua bellezza, per il deposito di storie contenute in ogni vocabolo. Se ne leggi una pagina vedrai spuntare pensieri, storie, ricordi. Le parole di un dizionario sono conchiglie, sembrano vuote ma dentro ci puoi sentire il mare. Non frugare quel solenne elenco come il cercatore dentro una miniera, per estrarne una cosa sola, ma come uno che percorre un campo e legge il brulichìo delle specie viventi. Considera la tua pagina una sequenza di passi in montagna, dove è rischioso a morte il margine di errore. Le sillabe sono passi su piccoli appoggi, devi posarci il peso della frase, della voce.”

Dobbiamo, tutti, non solo chi scrive, difendere il significato vero, l’autenticità della parola, non la mistificazione che ne fa il “potere”, il falso che vuole darci a bere il “potere”. Dobbiamo bere invece acqua pura, come la letteratura.

La scrittura letteraria può offrire un riparo. Esiste un punto di riparo in cui non si sentono più le percosse. E’ la letteratura.
Non è opera sacra, non indica la direzione, è sporgenza sotto la quale proteggere la propria vita dalla grandine dei colpi, in una prigione, in una malattia, in un amore andato a male, in una sedia, dentro una perdita, un libro può essere vento. Non sono sacre le cose che scriverai, ma devi sapere che possono servire a qualcuno, tenergli compagnia dentro un affanno.
Non ha niente di sacro la letteratura, ma può avere una responsabilità civile.

Grazie, Erri.

Giuliana
Il libro deve essere vento, Erri De Luca

Le mie parole sono come le stelle

The-North-American-Indian-08

Le mie parole sono come le stelle che non tramontano mai.
Il capo bianco dice che il Grande Capo di Washington ci manda parole di amicizia e di buona volontà. Tutto questo è gentile da parte sua, poiché sappiamo bene che egli ha ben poco bisogno della nostra amicizia in cambio. La sua gente è numerosa. Sono come l’erba che ricopre la vasta prateria. La mia gente invece è poca, e assomiglia agli alberi dispersi di una pianura spazzata dalla tempesta.
Il Grande Capo ci manda a dire che desidera comprare le nostre terre, ma vuole permetterci di tenerne una quantità sufficiente per vivere bene. Tutto questo pare davvero giusto, persino generoso, dato che ormai non abbiamo più bisogno di una grande terra.
Ma le ceneri degli antenati sono sacre per noi, e il luogo in cui riposano è terra consacrata.
Ogni pezzo di questa terra è sacro per il mio popolo. Ogni collina, ogni valle, ogni pianura e boschetto, sono stati consacrati da un evento triste o da uno felice nei giorni da lungo tempo svaniti.
Persino le rocce, che sembrano mute e morte mentre luccicano nel sole lungo la riva silenziosa di un lago, vibrano di ricordi d’eventi eclatanti collegati alle vite della mia gente. E la stessa polvere sotto i vostri piedi risponde più teneramente ai nostri passi che ai vostri, poiché è ricca del sangue dei nostri antenati e i nostri piedi nudi sono consapevoli del suo contatto affettuoso.
Ogni pezzo di questa terra è sacro per il mio popolo.
ogni lucente ago di pino,
ogni tenera riva,
ogni vapore negli scuri boschi,
ogni radura,
ogni insetto ronzante,
sono sacri
nella memoria e nell’esperienza del mio popolo.
La linfa che scorre negli alberi
porta con sé i ricordi dell’uomo rosso.
Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi.
Io preferisco il vento che dardeggia
sulla superficie di uno stagno
e il profumo del vento stesso
purificato da uno scroscio di pioggia a mezzogiorno.
L’aria è preziosa perché
tutte le cose condividono lo stesso respiro,
gli animali, gli alberi e l’uomo,
partecipano tutti dello stesso respiro.
Se venderemo la nostra terra
dovrete ricordare che per noi sono preziosi
l’aria, e i nostri alberi, e gli animali.
Voi la preserverete come isola sacra,
come un luogo dove persino l’uomo bianco può recarsi
per sentire il profumo del vento addolcito dai fiori di campo.
L’uomo bianco deve trattare gli animali come fratelli.
Se dovessimo accettare, in questo momento pongo una condizione:
non ci verrà mai negato il diritto di camminare delicatamente sulle tombe dei nostri padri, delle nostre madri e dei nostri amici.
Le tombe dovranno ricevere sempre la luce del sole e la pioggia che cade.
Insegnate ai vostri figli
ciò che noi abbiamo insegnati ai nostri,
che la terra è nostra madre.
Tutto ciò che accade alla terra, accade ai figli sulla terra.
La mia gente mi chiede: “Che cos’è che l’uomo bianco vuol comprare?”.
Per noi quest’idea è strana.
Come si può comprare o vendere il cielo,
il calore della terra,
la felicità dell’antilope?
Comunque valuteremo la vostra offerta.
Penso che la mia gente l’accetterà
e andrà nella riserva che le avete destinato.
Vivremo separati, e in pace.

Capo Seattle degli Suquamish

Invictus

Ho trovato questa poesia di William Ernest Henley nel libro La manomissione delle parole di Gianrico Carofiglio, l’argomento è l’importanza della scelta delle parole.
Henley da bambino si ammalò di tubercolosi e gli fu amputata parte della gamba sinistra perché potesse essere salvato. Poteva scegliere il vittimismo, la depressione, invece scelse di lottare tutta la vita contro la malattia, la menomazione e lo sconforto.
Scrisse questa poesia il cui titolo si traduce con “non vinto”, “mai sconfitto”.

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

William Ernest Henley

Odio gli indifferenti

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Kebbel che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Antonio Gramsci

11 febbraio 1917

Il ciglio del lupo

Brano tratto da Donne che corrono coi lupi.

Il ciglio del lupo

Se non vai nei boschi, nulla accadrà mai, e la tua vita non avrà mai inizio.

“Non andare nel bosco, non uscire”, dissero.
“E perché no? Perché non dovrei andare nel bosco, stasera?” domandò lei.
“C’è un lupo grande grande che mangia creature come te. Non andare nel bosco, non andare. Diciamo sul serio”.
Naturalmente, lei uscì.
Se ne andò comunque nel bosco e, ovviamente, incontrò il lupo, proprio come le avevano detto.
“Hai visto? Te l’avevamo detto”, osservarono, soddisfatti.
“Questa è la mia vita, e non una favola, stupidi che non siete altro” disse lei “io devo andare nel bosco, devo incontrare il lupo, altrimenti la mia vita non avrà mai inizio”.
Ma il lupo che incontrò aveva una zampa imprigionata in una trappola.
“Aiutami, oh, aiutami! Ahi, Ahiiii!” urlava “Aiutami, oh aiutami! Ti darò la giusta ricompensa”. Perché così si comportano i lupi in racconti di questo genere.
“Come posso essere sicura che non mi farai del male?” chiese lei. Stava a lei porre domande. “Come faccio a sapere che non mi ucciderai e non lascerai di me ossa soltanto?”.
“Domanda sbagliata” ribatté il lupo. “Devi soltanto credere alla mia parola”. E riprese a urlare, a gemere e a lamentarsi.

“Oh, ahiiii! Ahiiiii! Ahiiii!”
C’è una sola domanda
che vale la pena porre,
cara ragazza. Oh! Ahiiii!”

“Senti, lupo, correrò il rischio. Ecco qua!” e fece scattare la trappola, e il lupo tirò fuori la zampa e lei gliela fasciò con erbe e foglie.
“Ah, grazie cara ragazza, grazie mille” sospirò il lupo.
E siccome lei aveva letto troppi racconti del tipo sbagliato, si mise a gridare: “Avanti, ora uccidimi pure, e finiamola con questa faccenda”.
E invece no, non andò affatto così. Il lupo le posò la zampa sul braccio.
“Sono un lupo di un altro tempo e di un altro luogo” affermò. E, strappatosi dall’occhio un ciglio, glielo porse dicendo: “Usalo, e sii saggia. D’ora in poi saprai chi è buono e chi tanto buono non è. Guarda semplicemente con i miei occhi, e vedrai con chiarezza”.

“Per avermi lasciato vivere,
ti permetto di vivere
in modo che non si è dato mai.
Rammenta, c’è un’unica domanda che valga la pena porre,
cara ragazza, dddddd
èèèèèèèèèèè lllllllll
aaaaaaaaaaaaaa?

E così se ne tornò al villaggio, felice di aver salva la vita. E questa volta quando dissero: “Resta qui come mia sposa” oppure “Fa come ti dico” o “Di quel che ti dico di dire, e resta una pagina bianca come il giorno che sei venuta”, prendeva il ciglio del lupo attraverso quello che guardava e vedeva i loro moventi quali mai li aveva visti prima.
E la prima volta che il macellaio per la carne, lei guardò attraverso il vaglio del lupo e vide che pesava anche il suo pollice. E guardò il suo corteggiatore che disse “Vado così bene per te” e vide che non andava bene per niente al mondo. E così, e in tanti altri modi ancora, fu salvata, non da tutte ma da molte sventure.
Inoltre, con questa capacità nuova, non soltanto vide l’infido e il crudele, ma iniziò a crescere immensa di cuore, perché guardava ogni persona e la soppesava in modo nuovo attraverso il dono del lupo che aveva salvato.

E vide quelli davvero gentili,
e a loro si avvicinò,
trovò il suo compagno, e rimase con lui tutti i giorni della sua vita,
seppe distinguere i coraggiosi,
e a loro si avvicinò,
comprese le persone leali,
e a loro si accostò,
vide lo smarrimento sotto la collera,
e si affrettò ad alleviarla,
vide amore meglio occhi dei timidi, e a loro si avvicinò,
vide la sofferenza sulle labbra tirate,
e ne corteggiò il riso,
vide il bisogno nell’uomo senza parole,
e per lui parlò,
vide la fede in profondità della donna
che diceva di non avere fede,
e della sua fede si riaccese.
Ogni cosa vide
con il suo ciglio di lupo,
tutte le cose vere,
e tutte quelle false,
e quelle rivolte verso la vita,
tutte le cose viste soltanto
attraverso gli occhi di ciò
che pesa il cuore con il cuore,
e non con la mente soltanto.

Fu così che apprese che è vero quel che si dice, che il lupo è il più saggio di tutti. Se ascolti con attenzione, il lupo nel suo ululato sempre va ponendo la domanda più importante. Non dove si troverà il cibo, dove si svolgerà il prossimo combattimento, né dove la prossima danza, ma la domanda più importante onde vedere dentro e al di là e soppesare il valore di tutto ciò che vive: Dov’è l’Anima? Dov’è l’Anima?

Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio.
Andate nel bosco,
andate.
Andate nel bosco,
andate.

C. P. Estès

 

boschi per www.mytherapy.it

La classifica 2015 dei libri di My Therapy

classifica

Solo oggi, 6 gennaio 2016, ho tempo di fare un bilancio delle letture del 2015.
E’ un bilancio parecchio approssimativo perché basato sui like che hanno avuto i post sui social network, quindi dipendono molto da quanto io sia riuscita a veicolare i post stessi, da quanto i miei amici li abbiano apprezzati e condivisi.
Ma tutti fanno bilanci e le classifiche dei libri vanno un sacco di moda così My Therapy non si esime da questo calcolo e compito, che tra l’altro offre parecchie sorprese e ciò è divertente e terapeutico.

Cominciamo dall’ultima posizione, tanto per aumentare la suspence.

I 49 libri letti nel 2015 (pacca sulla spalla per me, ma farò meglio nel 2016, promesso!) sono divisi in 21 posizioni, ci sono parecchi “parimerito”.

21. Il racconto dell’isola sconosciuta e L’amica geniale

20. Storia del nuovo cognome e Lo strano caso dell’apprendista libraia

19.Storia della bambina perduta e Dalla parte di Swann

18. La prima sorsata di birra, Il portafortuna della felicità, Storia di chi fugge e di chi resta e Furore

17. Secondo natura, Intelligenza emotiva, Un libro, Pezzettino, Il giardino segretoLa leggenda del panpepato, Montagne di una vita, e Come il fiume che scorre

16. Storia di una ladra di libri, Sette brevi lezioni di fisica, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, Il più e il meno e La parola contraria

15. I cento libri che rendono più ricca la nostra vita, Il lorax, Favola d’amore, e Ho incontrato la vita in un filo d’erba

14. Montedidio e Come Proust può cambiarvi la vita

13. Nel legno e nella pietra e Il libro dei chakra

12.Il peso della farfalla, Non dirmi che hai paura, e Il monaco che vendette la sua Ferrari

11. Come un romanzo e Manuale di pulizie di un monaco buddhista

10. La misura della felicità e Quando arriverà la primavera

9. Quaderno d’esercizi di allenamento alla Felicità

8 Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

7. Donne che corrono coi lupi

6. Il buio oltre la siepe e La scalata impossibile

5. Nessun luogo è lontano e Una piccola libreria a Parigi

4. Valentino. Il segreto del Santo innamorato

3. Questo non l’ho letto ma l’ho scritto. La raccolta di parole più cara che ho: Resti o te ne vai

2. Piediluco è … una favola!

1. Soave sia il vento

9 frasi terapeutiche per la felicità

9 frasi terapeutiche per la felicità

1. Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.  Mark Twain

2. Se una voce dentro di te continua a ripeterti “non sarai mai in grado di dipingere“, allora dedicati alla pittura con tutto te stesso, e vedrai che quella voce sarà messa a tacere. Vincent van Gogh

3. Non siamo essere umani che stanno vivendo un’esperienza spirituale, ma esseri spirituali che stanno vivendo un’esperienza umana.  Pierre Teilhard de Chardin

4. Il tuo compito è scoprire qual’è il tuo compito e dedicartici con tutto il tuo cuore. Buddha

5. Puoi avere ciò che vuoi semplicemente se sei disposto a liberarti della convinzione che tu non puoi averlo. Robert Anthony

6. Il modo migliore per predire il futuro è crearlo. Dr. Forrest C. Shaklee

7. Chiudi alcune porte oggi. Non per orgoglio, incapacità o arroganza, ma semplicemente perché non ti conducono da nessuna parte. Paulo Coelho

8. Fai una lista delle 4-5 attività che più ami fare nella vita, quelle che ti rendono felice e ti fanno stare bene.  Fai di queste attività il fondamento della tua giornata, di ogni giornata. Ed elimina quanto più puoi di tutto il resto. Riduci la vita all’essenziale, a ciò che ti piace davvero. Questo ti aiuterà a ridurre lo stress ed il caos. Anonimo

9. La pace viene da dentro. Non cercarla di fuori. Buddha

La felicità è un ascensore vuoto

dottore che sintomi ha la felicità

La felicità è un ascensore vuoto – Uno

Il sangue andava lento seguendo il suo ritmo normale.
Poi, poco prima di arrivare pulito e ripartire intossicato, si fermò.
Lei si stava accorgendo che qualcosa si fermava, così, poco prima che la luce si spegnesse, allungò una mano verso il campanello sul comodino, se lo passò tra le dita per trovare il bottoncino rosso, e spinse, mentre il suo sangue cominciava a disperdersi da una vena rotta.
Nove mesi prima aveva accolto con l’ennesimo stupore e un’immutata gioia quelle due lineette sul test.

Anche Federica stava accogliendo la sua notizia con lo stesso stupore e una nuova gioia e, nei mesi che le restarono prima della trasformazione, elaborò con calma questa situazione, tenne a bada l’ansia da persona controllata e si preparò fisicamente e mentalmente ad accogliere Gabriele.

Federica nei nove mesi successivi ebbe i soliti problemi conseguenti alle due lineette, elaborò ancora la stessa situazione, ma tenne a bada l’ansia da persona equilibrata e stavolta sì che poté programmare un cesareo che le avrebbe fatto finalmente incontrare Giulio.

Federica continuò a mettere in piega capelli finché il pancione non si fece ingombrante.

Federica si mise subito a riposo.

Federica trovò con suo marito un bel nome da dare a suo figlio, appena seppe che era un maschietto.

Federica non parlò del nome, perché il marito era spaventato di perdere anche questo maschietto.

Federica ebbe per un istante il dubbio di non chiamarlo più Gabriele. Poi si guardò dentro e seppe con certezza che suo figlio si sarebbe chiamato proprio come l’angelo annunciatore.

Federica, alla fine del mese che passò in ospedale tra incertezze e paure, si guardò dentro e seppe con certezza che questo suo figlio sarebbe nato.

Giulio era tranquillo e stava seduto.

Gabriele era un terremoto e stava a testa in giù, pronto.

Giulio rimase sempre tranquillo e sempre seduto.

Gabriele volava nella pancia come un angelo e si girò e si mise a sedere, a sorpresa.

I medici programmarono le nascite di Giulio e Gabriele.
Il secondo sarebbe nato prima e il primo dopo.

Il giorno prima della sua nascita, Gabriele fece un gesto da angelo e si girò ancora e non era più pronto e le date si accavallarono, i programmi si ingarbugliarono e un posto si liberava, così quel giorno che avrebbe dovuto essere di Gabriele, fu invece di Giulio.

Quando Giulio nacque c’erano tutti, amici, familiari, fratelli-angeli, nessuno voleva risparmiare per questo momento delle lacrime di gioia.
Poi il sangue si arrestò.
Federica, prima che fosse buio, chiamò qualcuno che la soccorresse e che prendesse Giulio prima che le scivolasse dalle braccia. Quando l’infermiera arrivò capì subito che Federica se la stava giocando sul filo della fortuna, attuò la procedura d’emergenza che spedì di corsa Federica in cardiologia. Poi spinse dolcemente il lettino occupato di Giulio verso il nido, chiedendosi se Federica avesse disponibili degli angeli per salvarla.
Mentre Giulio si addormentava, i medici correvano.
L’ascensore era stato già chiamato da qualcun altro da un altro piano, ma i medici non lo seppero mai perché una schiera di angeli lo liberarono e Federica lo occupò, sul suo lettino spinto dai medici, che poi le ricostruirono la vena permettendole, ora che aveva riconquistato la luce, di soddisfare Giulio che già non sapeva fare senza.

Gabriele non è ancora nato, ma è questione di giorni.

Giulio è in terapia intensiva solo con la sua mamma, e sta aspettando Gabriele.

Per Federica i giorni sembrano non passare mai.

Per Federica i giorni sembrano diventati uno solo.

Giuliana

 

La felicità è un ascensore vuoto – Due (ovvero: la banalità del bene)

Diocane”, pensò.
La giornata iniziava sotto i peggiori auspici.
Caldo era caldo, in quel giugno di appiccicume e polvere, di sabbia portata da un vento infame e africano.
Che ci fa, poi, un vento infame e africano, in una città industriale del centroitalia, che di problemi ne ha già tanti, senza bisogno del rinunciabile impegno dell’aria calda del Maghreb?
Ma che pensieri idioti, pensava, per uno che si ritrova davanti ad un ospedale alle 7 del mattino con una busta di “Superconti” in mano, un bigliettino scritto di fretta in tasca e una bestemmia scivolosa tra i denti.
Perché non è qui lei? Si chiese subito dopo, masticando nervoso un “Samurai” che con in un giro autistico gli pizzicava le gengive, irritate quasi quanto il suo umore. La “lei” si chiamava Rita, come la santa, faceva la cassiera, come la Ferilli in un famoso sceneggiato e della Ferilli aveva più o meno la stessa massa corporea, con venti centimetri di altezza in meno e un po’di tette democraticamente distribuite sul girovita. Nella vita, in fondo, è tutta questione di proporzioni e di punti di vista.
Ok, oggi sua moglie aveva il turno mattutino da “Superconti”, ma in fondo il padre era il suo. Che poi a lui quel vecchio era stato sempre sulle balle. Sempre lì a ripetere a Rita: “Ma perché non hai sposato il figlio di Alvaro, che ti faceva la corte? Quello è diventato dirigente dell’acciaieria, mica cazzi”.
Mica cazzi”: lo diceva sempre, pure davanti ai nipoti. E sempre, davanti ai nipoti, non mancava mai di chiamarlo “Quel gran fallito di vostro padre” oppure, nei momenti in cui amava mascherare una più affinata cattiveria con una bruciante patina di indulgenza: “Quel poveretto di vostro padre”. Gli dava pure del “Gran puttaniere”, ma solo alla vigilia di Natale e nelle feste comandate: al vecchio non mancava il senso delle tradizioni.
E se quell’epiteto gli andava un po’ largo, poveretto lo era davvero. O doveva sembrarlo ora, stazzonato e stanco all’alba di un ennesima giornata di afa, con un catetere in una busta e un vecchio accidioso da andare a trovare.
Guardò senza troppa partecipazione la statua infiorata di padre Pio, che anche in versione bronzea, manteneva due occhietti cattivi da fare paura. Poi pensò che forse tanta agnostica baldanza gli proveniva dal fatto che in ospedale ci stava entrando con le sue gambe. Ad entrarci orizzontali sarebbe stato diverso: si sa che in corsia e in trincea non esistono atei. Si fermò stupito dalla profondità di un tale pensiero, sputò il “Samurai” per terra e si fece il segno della croce, perché in fondo non si sa mai.
Massì, forse ce l’aveva il tempo di una sigaretta. Aveva bevuto controvoglia il perfido caffè di sua moglie, che si faceva di anno in anno più svogliato e acido. Gli rimaneva in bocca quel po’ di caffeina residua, che era sempre più impaziente di rinnovare il placido abbraccio con la molecola di nicotina, per roteare insieme, in un valzer catarroso, il loro quotidiano “buongiorno” e il loro immancabile “vaffanculo”.
Proprio in quel momento accanto a lui passò un tipo segaligno sulla trentacinquina, con l’aria smunta da podista amatoriale. Gli sembrava di averlo già visto in qualche manifesto elettorale o in qualche sbiadita pagina sportiva locale. Aveva l’aria stropicciata di chi non ha dormito, ma la voce ticchettante di chi riesce ad esserne persino felice.
Trecchiliemezzo!”, cinguettava soddisfatto parlando contemporaneamente a due cellulari. L’ultima volta che lui aveva detto una frase del genere si riferiva ad una cernia, ma non ne era per questo meno entusiasta.
Aspirò l’ultima boccata di tabacco e filtro e si rassegnò ad incamminarsi per entrare. “Il femore!” pensò. Con tutte le malattie gravi che ci sono a disposizione, proprio un femore si doveva andare a rompere quel vecchio acido e rompiscatole. La levataccia l’avrebbe fatta molto più volentieri – chessò – per una bella pleurite fulminante, o per un infarto del miocardio. Ma svegliarsi alle 6 per una banale frattura non valeva proprio la pena.
Entrando con lo sguardo basso davanti alla portineria del nosocomio frugava nelle tasche per recuperare l’appunto di sua moglie. Lo estrasse e iniziò a sciorinare mentalmente i punti dell’elenco. Il catetere era nella busta, pronto al suo rivoltante utilizzo. Le pasticche per la pressione c’erano e con loro l’immancabile lassativo. “Sennò non vado di corpo” raccontava sempre ai nipoti disgustati, preferibilmente a cena e immancabilmente alla vigilia di Natale: al vecchio non mancava il senso delle tradizioni, s’è detto. Due paia di mutandoni per il ricambio, il pigiamone a righe e una canotta della salute, visto mai si abbassasse la temperatura. Pigiò il pulsante dell’ascensore e si fece forza per sopportare l’idea di passare mezza mattinata con suo suocero prima di iniziare il turno all’acciaieria. L’ascensore arrivò compassato, la porta si aprì scampanellando, ma un pensiero lo fulminò. “Diocane, la Gazzetta!”. Rita si era raccomandata. Che cosa gliene fregasse poi ad un vecchio di ottanta e passa anni della campagna acquisti del Milan dio solo lo sa. Ma se non leggeva ogni giorno la Gazzetta quel vecchio rompiscatole andava ai matti.
Lasciò che la porta dell’ascensore si chiudesse di fronte a lui e, infastidito, si allontanò in fretta diretto al chiosco dei giornali proprio davanti all’ospedale. Gli sembrava quasi di avvertire il brontolio del vecchio per il ritardo sempre più consistente che stava accumulando. Neanche appizzando le orecchie, però, avrebbe potuto sentire l’infermiere che proprio in quel momento, due piani più su, sibilava: “Grazie al cielo è libero”.
Quando uscì dall’ospedale, un paio di ore dopo, riconobbe il maratoneta smunto che con l’aria sempre più stropicciava mitragliava il telefonino dicendo: “No, lui grazie a dio sta bene. Lei però… Un’infarto, una cosa rara… C’è mancato un pelo, l’abbiamo preso in tempo. Pensa: bastava solo che l’ascensore fosse occupato”.
Non capì bene che cosa fosse successo, ma del resto non erano affari suoi. Pensò solo con fastidio alla consueta scortesia di suo suocero e si chiese con mestizia perché mai si trovasse lì, in quella giornata appiccicosa e sporca, a portare un catetere ad un vecchio arteriosclerotico, che non aveva nulla di meglio da fare che rompersi il femore proprio all’inizio dell’estate.

Francesco

 

Alle quattro del mattino

Alle quattro del mattino per la prima volta si domandò chi gliel’avesse fatto fare quel giorno lì a spedire il suo curriculum.
Quel giorno lì le s’era scatenato il mondo contro: alle otto e trenta le avevano comunicato che il suo contratto cessava, alle nove il meccanico le aveva comunicato che la macchina poteva pure buttarla, alle dieci e trenta il suo fidanzato era diventato ex tramite sms, all’una aveva perso il bus per tornare a casa, alle cinque il suo gatto subiva un’anestesia d’urgenza, alle ventuno scopriva che il suo telefilm preferito era finito.
Finito, non la settima stagione era finita, proprio tutto il telefilm, tutti gli attori sparsi a fare altro, e lo spazio in tv era stato rimpiazzato dai Simpson. Che lei li odiava quei cartoni gialli e brutti.
Ad ora di pranzo però aveva inviato il fax e si era tenuta stretta la ricevuta di quel curriculum spedito, come se qualcuno prima o poi dovesse risarcirla di quei sei euro dati al tabaccaio.
Alle quattro del mattino era alla reception dell’ospedale della sua città, a pochi passi da casa sua, che se avessero acceso la luce in cucina, lei avrebbe visto il gatto andare in cerca di un biscotto.
Addetta all’accoglienza.
Accoglienza un cavolo. Si trattava di rispondere al telefono e di indicare, e qualche volta accompagnare i visitatori al piano dei reparti richiesti, i peggiori reparti, ovviamente, mai che uno chiedesse dov’è la maternità, sa, è nato mio nipote, sa, è nata la figlia di una mia amica cara.
Le era successo quasi quotidianamente di accompagnare dei poveri cristi impauriti in cardiologia, in medicina, nel reparto distaccato di malattie infettive, in oncologia. Sa, mio marito, l’uomo con cui ho passato sessant’anni di vita, è ricoverato e non sappiamo se ce la farà ed io son qui che mi domando come farò senza di lui, come farò?
Lei si domandava, sinceramente, chi dovesse accogliere, precedere, bloccare alle quattro del mattino.
Ma era lì, e aveva freddo in quel gabbiotto maledetto, mentre la sua collega, con la fronte appoggiata sul tavolo, attendeva lo squillo del telefono.
Nessuno parlava e niente si muoveva.
Alle quattro e un quarto era arrivato. Zoppicava e le disse “ho dimenticato a casa il mio bastone” e alla di lei domanda “dove sta andando” lui rispose “la mi moglie è morta ieri”. Lei uscì dal gabbiotto e gli si sedette accanto, sulle panchine legnose e fredde dove nel frattempo lui si era appoggiato.
Alle cinque del mattino aveva appena finito di asciugarsi gli occhi, le restava un giorno intero per dare una storia a quel volto e a quei nomi, non sapeva se lo voleva fare, ma sapeva che non ne poteva fare a meno, sapeva che nemmeno in quel lavoro sarebbe riuscita senza metterci del suo, sapeva che anche lì, soprattutto lì, avrebbe sofferto perché di quei volti veloci nessuno le sarebbe rimasto indifferente e tutti sarebbero transitati lentamente nella sua mente, lasciandola spesso senza fiato.
Lei si voltò verso la finestra di casa sua, cercando aria per respirare.
Accesero la luce nella sua cucina. Era suo fratello che faceva il primo turno. Vide il gatto comparire sul tavolo e poi sparire. Si concesse un sorriso e sentì in bocca il sapore del biscotto.

Giuliana

 

“Dov’è la maternità? Signorina, scusi, dov’è la maternità?” 

“Dov’è la maternità? Signorina, scusi, dov’è la maternità?”

Si destò di colpo dal suo sonno ad occhi aperti, dai suoi pensieri, dall’apatia di quell’insolita mattina di luglio.

“La maternità?” L’infermiera guardò incuriosita la ragazzina agitata che in preda alla più ansiogena frenesia aspettava quanto prima una risposta solerte e concisa. “Alla maternità ci si va per far nascere i bambini, non per portarli indietro…” e si stupì quasi di quella sua risposta spiritosa, mentre guardava il fagottino tremante tra le braccia della ragazzina, che però non aveva alcuna intenzione di ridere.

“La maternità, o la pediatria, non lo so… Dove diavolo crede lei.. Insomma, lo vede ‘sto qui. Non ci crederà, ma l’ho trovato stamattina sotto la porta di casa. Come nei film, davvero. Dentro una cesta, come nei film…”

“Oddio. E non ha fatto denuncia?” Non avrebbe mai pensato che in un tale sbalorditivo frangente avrebbe assunto un’aria così noiosamente burocratica.

E’ che abito qui vicino. E non so se sta male… Io stavo andando all’università quando ho sentito come un miagolio e… Non so se sta male, non so…” balbettò la ragazza.

L’infermiera uscì dal gabbiotto pensando che anche oggi sarebbe stata una lunga giornata e prese tra le braccia il fagottino assopito. Il suo contenuto era tendente al marrone, dai tratti lievemente allungati, come quelli dei mezzofondisti o, peggio ancora, degli scafisti che si vedono in TV.

No, non avrebbe dovuto emozionarsi sul posto di lavoro. Suo fratello glielo diceva sempre: se ti emozioni in un posto come l’ospedale sei finita. Però quel cosino lì, dimenticato, lasciato fluttuare alla deriva come un pezzo di legno sul mare, insomma quel bambino piombato tra le sue braccia come un meteorite, la emozionava un bel po’. “Sembra star bene” disse l’infermiera senza distogliere lo sguardo. “Sembra star bene, ringraziando dio”.

Eppure aveva promesso che dio non l’avrebbe ringraziato mai più, di niente. Lo aveva promesso quel giorno in cui il medico con aria definitiva le aveva detto che non c’era più niente da fare e che lei e il suo compagno i figli se li sarebbero potuti dimenticare. E’ curioso come bastò quella frase per intossicarli di sconforto e di noia, fin quando arrivarono a dirsi “A mai più” con il fraseggio acido e monco di un sms.

Senza neanche guardarla, l’infermiera rassicurò la ragazza: “Ci penso io, hai fatto benissimo a portarlo qui. Ci penso io. Ora puoi andare”. Strinse forte quel piccolo clandestino imbarcatosi tra le sue braccia e tutti gli elettroni che aveva in corpo si andarono a concentrare in fondo alla schiena, all’altezza del coccige. Res nullius… Com’è che diceva suo fratello, prima di mollare l’università?

Un sorriso le rigò il volto contratto. Sapeva anche lei che era una pazzia, ma in fondo cosa avevano da perdere, lei e il suo bambino? Bastava partire, mollare quel niente che aveva costruito e andare per un po’da sua zia di Milano, che di certo l’avrebbe capita e aiutata. Si sentiva la febbre addosso mentre solcava a passi ampi il corridoio vuoto lasciandosi alle spalle quel maledetto soffocante gabbiotto, diretta verso l’ascensore. Guardò il fagottino. “Padre sconosciuto”: due parole all’anagrafe e tutto si sarebbe risolto. Deglutì e spinse la freccia in basso, direzione parcheggio, piano -1.

“E’ occupato. Forse ti conviene andare a piedi, tanto pediatria è al primo piano. Ma questo lo sai meglio di me”. Il dottore sorrise bonario all’indirizzo del piccolo clandestino. “Anzi, accompagna la signorina dai carabinieri per la denuncia, ché al reparto lo porto io. In fondo sembra star bene, ringraziando dio”.

“Già… sembra star bene. Ma con che cuore si può abbandonare un bimbo così?” si chiese lei ad alta voce, consegnando il piccolo clandestino alle braccia sicure del primario.

“Sarà di certo il figlio di due immigrati… in fondo gli è andata bene”, sentenziò il dottore, mentre l’ascensore gli si apriva davanti.

La risposta era probabilmente corretta. Ma la domanda che ancora pencolava tra le labbra malinconiche dell’infermiera aveva, in realtà, un sapore molto più intenso e certamente più amaro.

Francesco

 

Le mie mani
La porta di quell’ascensore non fa che chiudersi e aprirsi, si chiude e si apre, entrano persone, escono persone, si chiude e si apre.
Non so che posto è questo, e cosa ci faccio qui.
Sono seduto accanto ad altre persone di cui non conosco nomi né volti.
Queste sono le mie mani, unghie corte e pulite, non sono un manovale come questo ragazzo a destra, che ha i pantaloni di muratore e sguardo di straniero. Io ho indosso quella che deve essere una tuta ma non mi sento uno sportivo e comunque non so cosa ci faccio qui e chi è questa giovane donna con gli occhi celesti che parla a nome mio e da risposte a domande che non capisco.
Questi sono con certezza i palmi delle mie mani.
Questo posto ha tutto l’aspetto di un ospedale e queste sono le mie mani.
Uomini e donne in divisa spostano persone come fossero pacchi, io non conosco né divise né persone, ma soffro un po’ a veder quei pacchi spostati di stanza in sedia, in preda alla paura. Una gran brutta emozione la paura, mi pare di ricordare.
E queste, comunque, sono le mie mani.
Ho pochi capelli, a quanto pare, mi dico toccando la testa, con le mie mani, che al momento mi paiono l’unica certezza.
Un urlo improvviso di una sirena in arrivo mi fa fare un salto che quasi cado giù da questa sedia gialla e mi da anche la seconda certezza, è davvero un pronto soccorso, questo parcheggio di pacchi sconcertati.
Chiamano qualcuno con un cognome mai sentito prima, gli occhi celesti mi prendono un braccio e tirano, dobbiamo andare, quel cognome ero io, va a finire.
Mentre vengo trascinato, cerco le mie mani e sospiro di sollievo alla constatazione che ci sono ancora, esse vengono con me.
Un uomo alto mi fa chiudere gli occhi e toccare il naso con le dita e devo farmi molta forza per non ridergli in faccia.
Questa donna celeste dice di essere mia figlia.
Le mie mani si stendono ai miei occhi e si chiudono forte.
Ero andato a prendere il vino, dice, e un motorino mi è salito sopra, dice, da quel momento, pur senza traumi apparenti, non ricordo più niente, dice.
In pratica non so chi sono io, di me so soltanto queste mani e forse questo sentimento, che dovrebbe essere paura.
Deve esserci stato un passato, oltre alla paura, una mente oltre alle mani.
Comincio a fare domande a quella che si spaccia per mia figlia, e sicuramente lo è.
Come ti chiami? Le vorrei chiedere e non lo faccio perché potrei farla soffrire.
Come mi chiamo io? Allora le chiedo.
Papà, ti chiami Paolo, hai sessantun anni e fai il geometra, hai uno studio con due architetti, ti piace leggere e la tua macchina nuova.
Mi piacerebbe sapere che macchina, ma è più importante sapere se c’è una madre e dov’è.
La mamma non c’è più, papà, tua moglie è a casa col piccoletto, te lo ricordi il piccoletto, papà?
Ma se manco il mio nome ricordo, e il tuo, e quello di tua madre e quello di mia moglie …
Le mie mani di geometra, conosco, anche se non so bene che fa un geometra.
Una volta avevo un cane, si chiamava Zara. Lo dico all’uomo alto che mi chiede cosa ricordo. E Celeste dice si, ma era almeno quarant’anni fa.
Ah, ecco le mie mani.
Sono un po’ calvo e ho un po’ di pancetta, sotto la tuta. Ah! Ho un cellulare. Ma si! Questa sul mio cellulare è mia nipote! Ma certo! Arianna! Un’altra certezza, hai visto, la quarta.
Le mie mani.
Ah! Ho un cellulare! Ah si! Arianna. Come sta Arianna, chiedo a Celeste.
Bene, papà, è a casa coi genitori.
Io però non ho capito, a questo punto, chi è Arianna.
Ci vorrà qualche giorno, dice l’uomo alto travestito da chirurgo, perché suo padre ricordi, fisicamente sta bene, le alternative sono due, o è uno shock emotivo, o c’è una base fisica ad esempio un TIA.
Un che?
Perché Celeste non si fa spiegare cos’è sto tia che avrei avuto io? Le alternative sono due, o è una figlia molto intelligente, o è una persona poco curiosa.
Un ricovero che cos’è?
Arriva una donna che ha tratti del volto familiari, ha una borsa di carta, bicchieri di carta, fazzoletti di carta. Odio l’espressione bicchieri di carta, sono di plastica, non voglio i fazzoletti di carta, voglio quelli umidificati.
Non fare il rompipalle, fratè, mi dice la donna nuova che infatti mi somiglia.
Mi metto il pigiama e bevo acqua liscia da un bicchiere di plastica dopo aver bene lavato la mani col sapone. Le mie mani!
Dormi un po’, vedrai che domani andrà meglio, io non posso restare, Miriam nemmeno, resti solo, ci vediamo domattina, va bene?
Miriam chi è? Mia figlia non si chiama Celeste?
Seeee, fata turchina si chiama, dormi va, che è meglio.
Tu come ti chiami?
Madonna Addolorata quanta pazienza.
Addolorata, ti chiami?
Santissima di cognome, va bene?
Il cognome sarà uguale al mio, no? Dove sono le mie mani? Di chi è figlia Arianna?
Le tue mani stanno al posto della tua zucca vuota
Perché sei così strana, con me?
Sempre stata strana, mica solo con te, adesso me ne vado, ti lascio ai tuoi incubi da sveglio, ciao fratello.
E resto qui, con la sola compagnia di un uomo che russa, e delle mie mani.
Prendo le mie mani e scivolo sul corridoio.
Trovo un giovane padre sollevato.
Trovo un genero mezzo incavolato.
Trovo una giovane donnina che piange.
Trovo un vecchietto mezzo malandato senza bastone che piange accanto alla donnina che piange.
Trovo un’infermiera con un bimbo colorato in braccio.
Trovo una porta a vetri chiusa e la oltrepasso.
Trovo un ascensore, spingo il pulsante verde che poi si fa rosso e la porta si apre per farmi entrare.
Trovo un specchio, dentro l’ascensore.
Eccolo, il padrone delle mie mani.
Eccolo, il cumulo di oggetti e eventi dimenticati.
Eccolo, il dolore e le gioie della mia vita.
Eccolo, il mio lavoro e la mia macchina nuova.
Eccolo, il ricordo di quel ragazzotto in scooter che m’è salito sopra.
Eccola, la paura che m’ha fatto scordare di tutto.
Cerco un medico che mi faccia tornare a casa da Gabriele, subito.

Giuliana

La felicità è un ascensore vuoto

Giuliana Pitti e Francesco Borzini

Ciò che si muove non congela

“Gli scrittori quando si sentono aridi, sanno che per superare l’aridità devono scrivere. Ma se sono bloccati nel ghiaccio, non lo fanno. Esistono pittori che muoiono dalla voglia di dipingere, ma si dicono: piantala. Il tuo lavoro è fatalmente strano e brutto. Molti artisti che non hanno ancora raggiunto il successo o sono vecchi cavalli da battaglia nello sviluppare la loro vita creativa, continuano, ogni volta che stanno per prendere la penna, il pennello, il copione, a sentirsi dire: sei un disastro, il tuo lavoro è marginale, è inaccettabile, perché tu stesso sei marginale e inaccettabile.
E allora, qual è la soluzione?
Fate come l’anatroccolo. Andate avanti, datevi da fare. Prendete la penna e cominciate a scrivere, e smettetela di piagnucolare. Prendete il pennello, e tanto per cambiare, siate buoni con voi stessi: mettetevi a dipingere. Ballerine, infilate un’ampia veste, legatevi nastri sui capelli, alla vita o alle caviglie e dite al corpo di muoversi: danzate. Attrici, scrittrici, poetesse, musiciste: bando alle ciance. Non pronunciate neanche una parola, a meno che non siate cantanti. Chiudetevi in una stanza o in una radura sotto il cielo. E dedicatevi alla vostra arte. In linea di massima, ciò che si muove non congela. Muovetevi dunque, non smettete di muovervi”.

Brano tratto da Donne che corrono coi lupi

Una cura per la collera

Una cura per la collera ce la indica una breve lettura tratta da “Intelligenza emotiva”:

“Una volta, quando avevo circa tredici anni, in un accesso di collera, uscii di casa gridando che non vi avrei fatto più ritorno. Era una bellissima giornata d’estate e camminai a lungo per viali incantevoli finché, gradualmente, la tranquillità e la bellezza che mi circondavano ebbero su di me un effetto calmante e confortante, e dopo qualche ora tornai pentito e alquanto ammorbidito. Da allora, quando sono in collera, appena posso, faccio sempre così, e trovo che sia la cura migliore”.

Tratto da “Intelligenza emotiva”, Daniel Goleman

viale autunno

viale inverno

viale estate

viale primavera

Come un chicco di caffè

caffe2
Una ragazza si lamentava con suo padre sulla sua vita e di come le cose le risultavano tanto difficili. Ogni volta che risolveva un problema, ne appariva un altro e lei.. era stanca di lottare.
Allora suo padre la portò in cucina, riempì tre pentole di acqua e le pose sul fuoco.
Quando l’acqua delle tre pentole stava bollendo, in una mise delle carote, in un’altra mise delle uova e nell’ultima mise alcuni chicchi di caffè.
Lasciò bollire l’acqua senza dire parola.
La figlia aspettava impazientemente, domandandosi cosa stesse facendo il padre.
Dopo venti minuti il padre spense il fuoco, tirò fuori le carote, le uova, colò il caffè e li mise in tre recipienti diversi.
Fece avvicinare sua figlia e le chiese di toccare le carote: la figlia le toccò e notò che erano morbide; dopo le chiese di prendere un uovo e di romperlo, e lei osservò l’uovo era duro.
Poi, il padre le chiese di provare il caffè… sorrise mentre godeva del suo ricco aroma.
Umilmente la figlia domandò: “Cosa significa questo, papà?”
Il padre le spiegò che nonostante i tre elementi avessero affrontato la stessa avversità, “l’acqua bollente”, essi avevano reagito in maniera completamente diversa.
La carota arrivò all’acqua forte, dura, superba; ma dopo era diventata debole e facile da disfare.
L’uovo era arrivato all’acqua fragile, il suo guscio fine proteggeva il suo interno molle, ma dopo essere stato in acqua, il suo interno si era indurito.
Invece, i grani di caffè, erano unici: loro avevano cambiato l’acqua.
“Quale sei tu?” chiese il padre alla figlia.
“Quando l’avversità suona alla tua porta; come rispondi?”
“Quando il mondo raggiunge il suo punto di ebollizione sai immergerti nelle avversità ed esprimere il tuo miglior aroma?
Le persone più serene e felici non sono quelle a cui tutto va bene, ma quelle che sanno prendere il meglio della vita, nonostante tutto.

(da Omnama)

Il gatto Yogurt e la felicità

Il gatto Yogurt e la Felicità

Il gatto mi fa capire che stasera è di suo gusto la lana del mio maglione nuovo. Si sdraia con la testa nascosta nella piega del mio gomito e si stira, si sistema, si rannicchia a brevi intervalli: il meglio per lui non è nemico del bene! Nel rifarsi ogni volta un posto languido in questo mare orlato di lana, deve provare sempre più piacere poiché fa le fusa sempre più forte e la sua musica accompagna la mia scrittura. La sua sagoma si ritaglia in basso sul quaderno, gli piace anche la carta e questo insieme di carta e lana è di suo completo gradimento. Come si possa trovare la voluttà nella lana e nella carta, cerco di immaginarlo ma non ci riesco, non riesco neppure a scrivere d’altro che di Yogurt, si chiama così, lo yogurt gli piace quasi quanto i maglioni di lana. Una collina rossa si profila all’orizzonte della mia pagina serale.
Non è il primo, Yogurt, a trovarvi rifugio.
Per i neonati, per i bambini, per il gatto, per te quando dopo l’amore ti rannicchi nell’incavo del mio braccio, semplicemente per il bene tranquillo di esserci, sono un materasso, uno spazio per giocare, per addormentarsi, uno spazio accogliente, senza reazioni ostili, senza pericoli. Non è niente, ma è dolcissimo essere il grande, colui che ama e protegge, e accoglie la vita nell’incavo, nella tenerezza di una spalla.
Da piccolo mi addormentavo sulle ginocchia di mia sorella, della mamma. Avevo il mio posto nel mondo e adesso che a mia volta sono il sostegno, il nido e il velluto, so che un giorno le mie parole somiglieranno alla calma del mio corpo nel parlare nel parlare di Yogurt o della felicità, nello stringere a me la pace del mondo.

Tratto da “Il portafortuna della felicità” Philippe Delerm, Frassinelli

Shamata Terapia

Il benessere emotivo, la consapevolezza e l’aiuto delle stelle

Nella drammatica situazione di crisi della nostra città e della nostra società, c’è solo una salvezza.
L’aiuto reciproco.
L’ascolto profondo.
Essi sono elementi che seguono la conoscenza di sé, l’accettazione e l’amore che ognuno di noi merita di provare per se stesso.
Noi stessi, dunque, al primo posto.
Noi che non siamo solo mente o inconscio.
Noi siamo il nostro corpo, il nostro respiro di quest’aria che ci circonda, noi siamo l’aria che respiriamo, noi viviamo in questo ambiente come un tutt’uno e in questa vita siamo chiamati ad essere felici.
Avendo cura delle nostre emozioni.
Di cui prima necessariamente dobbiamo averne consapevolezza, ed esercitarci alla consapevolezza quotidianamente, respiro dopo respiro.
E’ come un circolo virtuoso che parte dal centro di noi stessi, attraversa il nostro spazio intorno, le persone con cui condividiamo questo tratto di vita e poi torna a noi stessi, trovandoci migliori.
Con queste basi, in aggiunta a quelle teoriche, in aggiunta a una visione positiva della vita, possiamo aiutare gli altri, non prima, però d’aver imparato a chiedere aiuto.
L’aiuto è una scienza e un’arte.
La formazione è indispensabile, meglio quella che decidiamo di intraprendere non perché va di moda ma perché ci parla di noi stessi. La formazione ci da delle linee teoriche, delle strategie da seguire, dei modelli di riferimento, una bussola nel mare aperto, le indicazioni precise del cielo stellato.
L’arte è ciò che porta alla sintonia, alla compatibilità in una relazione d’aiuto, l’arte è qualsiasi forma di creatività che porta all’espressione estetica e non c’è produzione d’arte migliore di quella che libera la conoscenza e libera l’immaginazione portando benessere alla propria e altrui emotività.
Shamata vi chiede di avere compassione e cuore aperto.
Shamata vi farà scoprire i tesori dentro di voi, quelle ricchezze che non sapete ma che sono in grado di salvare il mondo.
Shamata vi darà uno spazio di ascolto profondo. Uno spazio. “una stanza tutta per sé”, dove potete liberamente essere voi stessi, senza paure, dove non sarete soli, sarà con voi un ascoltatore competente che partirà dall’inevitabile punto di partenza: l’accettazione incondizionata.
Shamata vi fornirà gli strumenti teorici perché, dopo aver compreso e accettato la persona che abita il vostro corpo, saprete farlo con chi vi chiederà aiuto, nei modi più diversi, più o meno efficaci.
Non senza sacrifici si raggiunge il benessere, tuttavia.
Shamata vi chiederà di sacrificare alcune parti di voi stessi, il passato che ha ferito, un futuro troppo atteso, sarete chiamati a vivere il vostro presente, col vostro corpo, la mente e il vostro respiro, con la buona notizia che le ferite, sebbene restino sotto forma di cicatrice, possono essere “sovrascritte” con eventi migliori, con tatuaggi colorati, con segni di sole.
Siamo a Terni, a due passi dalla Cascata delle Marmore.
La possiamo intendere come una metafora di ciò che faremo con Shamata.
Un fiume quieto che d’un tratto diventa fragore.
Un fragore che non dimenticherete mai, perché come disse Byron “scuote l’abisso” persino quello che ognuno ha dentro di sé.
L’abisso non vi farà più paura, perché in fondo c’è un altro fiume tranquillo, più ricco e consapevole.

Giuliana Pitti

L’anima mia

l'anima mia
Questo è un sito di bookcounseling e libroterapia: si consigliano libri per alleviare certi disagi psichici e vivere felici.
Ma mi prendo uno spazio per una delle terapie più efficaci che conosca, utili per l’anima mia.
L’acqua, il suo fragore, i colori, le piante, i profumi, persino la “profumata terra” (cit. Archeofantasia), persino i volti dei visitatori alla Cascata delle Marmore.

Questo che vi copio qui è il progetto in atto che riguarda questa grande terapia.

“L’anima mia”. Viaggio, in quattro stagioni, nei volti dei visitatori della Cascata delle Marmore

Partiamo dai “piccoli tesori di una passeggiata parigina”, foto d’autore di Robert Doisneau che provava “l’effimero piacere di un’immagine rubata di sfuggita” e voleva fotografare “i gesti normali di gente normale in situazioni normali”. Lo faceva con delicatezza, con approccio gioviale e cordiale, tanto che i protagonisti accettavano con piacere l’invito del fotografo a prendere parte alle sue “brevi storie visive”.
Con questa esperienza proponiamo l’idea di un’altra forma di visita alla Cascata, quella secondo cui visitare il parco è quasi un modo di guardarsi dentro, una sorta di terapia per portare alla luce l’oscurità dei propri abissi, riempirli di luce e di acqua.
E’ un viaggio di scoperta, di riscoperta. Un viaggio nella quotidianità con amore e consapevolezza, un viaggio di conoscenze nuove che cambieranno per sempre il nostro vivere.
I volti delle persone fotografati riflettono la bellezza che si vede da fuori e che d’un tratto contagia il proprio viso. E il mondo intero. E l’anima di ciascuno, che, in un circolo virtuoso, fiorisce sui volti fotografati.
Partendo dalle parole di Carl Gustav Jung (“Devo imparare che dietro a ogni cosa da ultimo c’è l’anima mia, e se viaggio per il mondo ciò accade in fondo per trovare la mia anima”), vogliamo articolare il progetto nelle quattro stagioni, fotografando soggetti diversi per ognuna di esse, in uno schema così suddiviso.
– Autunno, la Riscoperta (i marmoresi riscoprono i tesori e l’amore della loro terra più prossima)
– Inverno, la Quotidianità e la Cura (i lavoratori di Marmore Falls si occupano di questa terra quando il mondo sembra essersene dimenticato)
– Primavera, il Risveglio (i ternani riscoprono il privilegio di una cornice eterea alla propria città d’acciaio)
– Estate, l’Assalto e la Folla (i turisti arrivano, passano, se ne vanno, portando con sé emozioni di un viaggio dentro se stessi).

Edy Mostarda Photographer & Giuliana Pitti

Rendere la vita meravigliosa

images-2

ACQUA

Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro spirituale. “Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile”.
Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: “Queste sono le tue sofferenze.”
Tutta l’acqua del bicchiere si intorbidì e si insudiciò.
Il maestro la buttò via.
Prese un’altra manciata di cenere, identica alla precedente, la fece vedere all’uomo, poi si affacciò alla finestra e la buttò nel mare. La cenere si disperse in un attimo, e il mare rimase esattamente com’era prima.
“Vedi?”, spiegò il maestro, “ogni giorno devi decidere se essere un bicchiere d’acqua o il mare“.

(dal web)