Archeoaperitivo

Ci sono due calici pieni a metà in sosta su un tavolo.
Laggiù, sul fondo della vallata, c’è la città della sera, luci che luccicano sullo sfondo di un tramonto importante, deciso.
Venere, la prima stella della sera, sta a guardare, piacevolmente rinfrescata da questo venticello leggero che fa dimenticare l’agosto di una giornata infuocata.
Il vino è buono, scelto con cura, assaggiandolo si sente la passione e l’amore.
I prodotti tipici sopra al piatto color lillà sono di qualità, scelti con precisa accuratezza e non senza sentimento.
Il vassoio che accoglie il piatto ha un incavo per il bicchiere.
È stato creato apposta per l’evento, il vassoio.
Niente è a caso.
Niente è improvvisato.
Niente è scontato.
Si deve lasciare una traccia certa, come l’areo che solca questo cielo terso, come i sentieri appena calpestati in mezzo a racconti appassionati di storia e attualità.
C’è storia particolare da far conoscere e non dimenticare, ingegneri, architetti e studiosi che hanno messo in questo territorio ingegno, arte e studi innovativi, c’è l’acqua domata diventata Cascata, un territorio ben disposto che è rifiorito di verde smeraldo, un territorio che non è solo Cascata e i partecipanti all’Archeoaperitivo cominciano a crederlo, se ne fanno una ragione, scoprono che natura e uomo hanno collaborato nei secoli, con qualche sgarbo reciproco ma con un risultato magnifico.
I due calici sono sempre in sosta.
Poi salgono a rinfrescare gole arse da una passeggiata nei luoghi dell’archeologia industriale dei dintorni.
La Valnerina apprezza in silenzio, si fa vedere senza parlare, mentre piano diventa buio.
I bambini giocano.
Fate, gnomi e scoiattoli osservano incuriositi dal mezzo del bosco, cornice di questa terrazza che sembra affacciata sul mondo.
Il mondo sembra in sosta, come i calici sul tavolo.
Il venticello accarezza gli organizzatori e i partecipanti, tutti si dicono in segreto “ma come si sta bene qui”, tutti si chiedono “ma come mai non sapevo niente di questo posto”, tutti si confidano “ma quanta passione ci vuole per organizzare tutto questo”.
Un rombo ripetuto avverte: le acque stanno per essere liberate.
Da qui la Cascata è solo suono, acqua che canta alla faccia di uno stereo che ha smesso di funzionare.
Le luci si accendono e i calici si svuotano.
Si preparano per una sosta più lunga.
La gente saluta, ringrazia, se ne va.
Gli organizzatori ben organizzati in due minuti smontano tutto e lasciano questo balcone intatto, incontaminato, si trasferiscono “sotto l’asilo”, dove il pomeriggio è cominciato, a mangiare un piatto di pasta, a leggere i suggerimenti dei partecipanti, a godersi gli apprezzamenti si della gente, ma anche di un territorio che finalmente ha voce in capitolo.
Grazie per aver dato facoltà di parola a questo luogo che è acqua e sfruttamento dell’acqua, industria e poesia, storia e magia.
Grazie per crederci così tanto.
Grazie per l’amore per questo posto.
Parte tutto da qui.
I calici sono in scatola, dopo un giro in lavastoviglie, domani saranno ancora pronti per l’ultima volta.
Ma ultima volta non c’è.
Ci vediamo il prossimo anno.

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